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L’orologiaio. Barcellona/Londra

L’orologiaio (appunti sul tempo e le città) - Barcellona/Londra

Poblenou, Barcelona
East End, London


[…] These fragments I have shored against my ruins [1] […]
T.S. Eliot

Remor de cops d’aixada, no la sents?
Rera les altes tanques de paret.
Sense repòs, però molt lentament,
ennllà de la cleda contínua del temps.
[2] […]

Salvador Espriu


[1] […] Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine […]

[2] Rumore di colpi di zappa, non lo senti?
Dietro gli alti muri di recinzione.
Senza sosta, ma molto lentamente,
oltre il recinto continuo del tempo. […]

Da quando è andato in pensione il signor B.D. [3], ex orologiaio, ha preso casa al Poblenou, a Barcellona. Dice che si trova abbastanza bene, che può sbrigare le sue faccende quotidiane indisturbato, senza troppi intoppi: fa, disfa, prega, pellegrina, fruga nella spazzatura, raccatta di tutto, dirige il traffico, piscia negli angoli di strada.
Visto che gli passano una buona mesata - ha un'ineguagliabile anzianità di servizio - abita in un loft ricavato in un vecchio capannone industriale in disuso, di quelli con scala di ferro esterna, in un vicolo non lontano dal cimitero [4] (e dove, se no?).
A colazione mangia spesso pane e sardine in un bar tenuto da un libanese musulmano - perché lui, il signor B.D., è ecumenico, o per lo meno lo è diventato: da vecchi bisogna sforzarsi di diventare più tolleranti, pena l’abbandono.
La sera, invece, gira intorno alla Casa di Abramo (tempio ecumenico di belle speranze anche lui) incerto sul da farsi: una bella sbronza per dimenticare o una partita a domino sul lungomare per ricordare?

[3] “[…] il Signor B.D. è un ottimo orologiaio. Pallido e acquatico un morto buongiorno ondeggia nell’aria, che triste stagione! […]"
Parafrasi espressionista di testo dadaista di Tristan Tzara (Un cuore a gas).

[4] Il cimitero del Poblenou mi ricorda, a me torinese, quello di san Pietro in Vincoli a Torino, accanto al Cottolengo. Per altro anche il Cottolengo e ancor più il Signor Don Bosco hanno lasciato il loro segno a Barcellona.

In origine il Poblenou era parte del municipio indipendente di Sant Martí dels Provençals; poi, dopo una contestata votazione comunale, divenne quartiere barcellonese dei carrettieri (data l’umidità del luogo, pare che nelle stalle del pianterreno di notte i cavalli venissero appesi al soffitto per scansare i reumatismi); in seguito, nella prima metà del XX secolo fu il luogo delle fabbriche, dei giornali e delle utopie; nel 1992 è poi stato coinvolto nell’epopea moderna della Barcellona olimpica (tanto che un’area del quartiere si chiama ora Vila Olímpica); infine - ma infine solo per ora -, ribattezzato per incanto 22@, è diventato il distretto tecnologico, dell’architettura, del design e della moda.
La toponomastica è spesso crudele. Nasconde ciò che dovrebbe svelare. Eppure, se studiata con cura, è una mappa del tempo che passa. I luoghi cambiano nome e abitudini, eppure mantengono (o almeno ci provano, aggrappandosi con le unghie alle macerie) tracce dei nomi precedenti, del loro passato. Bisogna avere pazienza, scavare un po’ sotto la superficie, domandarsi e domandare, frugare negli archivi e nelle biblioteche, leggere le insegne, i volantini, le scritte sbiadite sui muri, sui lampioni, le targhe seminascoste nei giardini, tra le righe dei piedistalli delle statue…
Parlo con Carlos, figlio naturale del Poblenou, bagatto e scacchista, e mi dice di una chiesa che prima c’era e che ora non c’è:
- Stava vicino a Carrer Doctor Trueta, io la ricordo bene, ma non ne resta traccia. Vieni, ti ci porto, sono nato lì vicino. La fece costruire il proprietario di una fabbrica per evitare che lo costringessero a sgombrare. Non mi è chiaro se fosse un voto o solo speculazione edilizia. Probabilmente entrambe le cose.
- È il gioco delle tre carte: qui c’era una fabbrica, ora la fabbrica dov’è? Non perdere d’occhio le carte: qui c’era una strada, la vedi? Ora, la strada dov’è?

All’inizio c’erano le maremme, le lagune della vicina foce del fiume Besòs (ne resta il nome di una strada e di una fermata della metro: Llacuna, laguna), poi i primi nuclei abitati del comune di san Martí dels Provençals, fuori le mura barcellonesi, a nord-est del centro città, i campi agricoli, le vie dei trasporti.
La storia del Poblenou, però, è soprattutto legata all’industria, alle fabbriche e alla vita dei lavoratori: capannoni, villaggi industriali, binari ferroviari, ciminiere di cui è ancora possibile scovare i segni qua e là. Ma bisogna fare in fretta.
- Alcune fabbriche sono ancora in funzione, ma niente a che vedere con quello che era…
Seguendo il filo delle trasformazioni, i tic tac irregolari e diacronici della bottega dell’orologiaio, eccoci altrove, a Londra. Cediamo la parola a Danny e al suo East End.

“My East End is Victoria Park, where the new East Londoners jog, while the old ones smoke a spliff on the park benches, and it wasn’t that long ago you wouldn’t go through it after dark.
My East End is the boarded up estates on the Old Ford Road, reminder of the finest hour of the welfare-state that the new rich are desperately trying to sweep under the carpet.
My East End is Pellicci’s, where a third-generation Italian family has become the heart of the cockney community of Bethnal Green.
My East end is Bethnal Green market, Whitechapel Market, and all the other markets, scruffy and selling all sorts, from and for people from the world over.
My East End is Turin Street, a tiny non-descript street off Columbia Road, which symbolically brings together who I am now, and where I once came from…”.

“Il mio East Est è Victoria Park, dove i nuovi residenti fanno jogging, mentre quelli vecchi fumano una canna sulle panchine del parco, e non molto tempo fa non ci si entrava col buio.
Il mio East End sono le vecchie case popolari sigillate, tappate, di Old Ford Road, un souvenir dei bei tempi del welfare che i nuovi ricchi stanno disperatamente cercando di nascondere sotto il tappeto.
Il mio East End è Pellicci’s, dove una famiglia italiana di terza generazione è diventata il cuore della comunità cockney di Bethnal Green.
Il mio East End sono il mercato di Bethnal Green, quello di Whitechapel, e tutti gli altri mercati trasandati dove gente di ogni angolo del mondo vende e compra di tutto.
Il mio East End è Turin Street, una via minuscola e insignificante dietro Columbia Road, che simbolicamente mette insieme chi sono adesso e il posto da dove sono venuto…”
Da Barcellona a Londra: ogni città europea vanta un vecchio quartiere industriale che è stato a poco a poco abbandonato e più tardi “ringiovanito”. Il signor B.D. è andato in pensione e un nuovo orologiaio più preciso (più umano o più disumano?) lo ha sostituito.

“… My East End is the Bangladeshi communities of Shadwell, Spitalfields, Whitechapel, Stepney, and the best curries in the whole world (well, Europe at least).
My East End is the woman who shouts ‘C’mon West Ham’ at my claret and blue shirt as I cycle past her through one of the few remaining estates off Cable Street, in Shadwell.
My East End is the Turner’s Old Star, the last ungentrified pub left in Wapping (shame they support Spurs there), and the Palm Tree, the Marquis of Cornwallis and any other boozer that refuses to yield to the new trendies in town…”

“… Il mio East End sono le comunità bengalesi di Shadwell, Spitalfields, Whitechapel, Stepney e i migliori curry del mondo intero (beh, almeno d’Europa).
Il mio East End è la donna che grida ‘Forza West Ham’ quando le passo accanto in bici con la mia maglia granata e blu davanti a una delle poche vecchie case popolari rimaste dietro Cable Street, a Shadwell.
Il mio East End sono il Turner’s Old Star, l’ultimo pub non messo in tiro rimasto a Wapping (peccato siano del Tottenham), e il Palm Tree, il Marquis of Cornwallis e ogni altra bettola che si rifiuta di cedere ai nuovi trendy calati in città…”
Fieri del proprio quartiere di nascita come Carlos o consapevoli di essere stati in qualche modo parte della gentrification - pre-gentrification un po’ sfigata se vogliamo: tipi bizzarri, stralunati e abbastanza sconsiderati da mandare in avanscoperta, - come Danny e il sottoscritto, gotici o grunge, snob o cialtroni, raccontiamo quello che abbiamo visto o immaginato di vedere, senza troppa paura delle incoerenze, ma senza saltellare d’entusiasmo per un progresso avvizzito e tirato a lucido, il botox urbano dal linguaggio facile, leggero, devastante, privo al contempo di ironia e di storia, quest’eterna infanzia delle moderne parole. Parole vuote, moribonde, in disuso ancor prima d’essere in uso, foglie di fico.

L’orologiaio, vecchio o nuovo che sia, non ha pietà. Noi sì.
Testo narrativo: Lino Graz
Ballata in inglese: Danny Wintringham
Foto Poblenou: Lino Graz
Foto East End: Donia Jud
CapGazette 9/2016

Per il testo completo di Danny Wintringham.
https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1623952401174901&id=1623935454509929

Ma perché liberarsi dai pesciolini d’argento?

Ma perché liberarsi dai pesciolini d’argento?

I pesciolini d'argento (Lepisma saccharina) sono inoffensivi, ma non è molto piacevole averli in casa. Si nutrono di libri, pelle morta e di altri materiali amidacei, e proliferano negli ambienti umidi e bui. Quando ti accorgi di avere un'infestazione, puoi sbarazzartene con delle trappole, con dei repellenti e rendendo la casa meno ospitale. Continua a leggere per imparare a liberarti dei pesciolini d'argento. (copia e incolla da: http://it.wikihow.com/Liberarsi-dei-Pesciolini-d'Argento).
L’ultimo l’ho astutamente salvato dalle grinfie del gatto di casa distraendolo, il gatto. Il penultimo era scivolato nel bidet e gli ho detto chiaro chiaro: “A bello, mo cavatela da solo: la vita è dura per tutti”. Con un altro ancora ho assistito alla scena di come “fanno i morti” quando percepiscono il pericolo: si stecchiscono per finta sperando di passare inosservati e confusi con le eventuali piccole porcherie, che loro neanche sanno quanto accompagnano la nostra vita. Io ero lì con la scopa in mano, spazzavo il pavimento, non è che mi stessi divertendo, però m’ha strappato un sorriso la sua ingenua strategia per farmi fessa, inconsapevole che tanto l’avrei comunque graziato.
Non è che ami gli insetti, tutt’altro. Però sono una persona istruita: ho frequentato il Liceo Scientifico del mio quartiere alla periferia sud di Roma, liceo che quando l’ho iniziato neanche aveva uno straccio di nome, ma che poi si è chiamato Ettore Majorana. Giunta al secondo anno, grazie al provvido Programma ministeriale di Scienze ho aperto gli occhi. Il mio personale castigo biblico (d’altra parte proprio nei libri abitava), il mio incubo, ossia quelle cose vive che ogni volta che aprivo un vecchio volume di mio padre si scapicollavano fuori dalle pagine, spaventandomi, avevano un nome proprio, Lepisma saccarina, e un graziosissimo nomignolo: pesciolini d’argento.
E la professoressa Marino e il libro di scienze mi hanno chiarito che, oltre a possedere un nome, quindi già di per sé quella dignità che fino ad allora avevo loro negato, vantano una storia millenaria e sono fra le creature che, “nei secoli fedeli”, non hanno subito pressoché nessuna evoluzione. Insomma, stavano e stanno bene così, beati loro. Forse l’eterno è solo l’identica riproduzione del se stesso all’infinito. Abbastanza noioso per essere roba da umani.
Poi dice che la scuola e l’istruzione non servano a niente. A me, insomma, questo fatto m’ha commosso: gli abusivi occupanti dei libri di mio padre, cosette oblunghe, antennute e zampute, che prima di saperne le vicende mi facevano abbastanza schifo al punto da rinunciare a leggerli, i libri, provenivano intatti dalla notte dei tempi.
Ma non solo: erano così pertinaci da infischiarsene di migliorare e si riproducevano senza varianti. E chi “se ne sbarazza” più dei pesciolini d’argento. Lascio che si facciano la loro vita. Chi sono io per negare ospitalità agli eredi degli eredi degli eredi delle prime creature che hanno colonizzato la terra ferma? Quando mi ci imbatto, cerco di non calpestarli. Prima di sfogliare un libro, lo sbatacchio e lo scuoto per avvisarli del mio arrivo. Se poi se li mangia il gatto, o la loro implacabile predatrice, la Forficula auricularia, meglio nota come forbicetta, li fa secchi anzitempo, dato che gli è dato vivere fino agli otto anni, è cosa loro.
Si potrebbe obiettare che mi mangiano i libri, ma tanto non è che debba lasciarli in eredità, e aggiungere che ci sono altri insetti blasonati, vedi lo scarafaggio, che invece stermino spietatamente e di cui mi auguro invano l’estinzione. Però, dico io, sarò libera di avere simpatie? Anche se i pesciolini sono analfabeti, e non sono gli unici che conosco, amano circondarsi di carta stampata e vecchie rilegature. Non selezionano i titoli, tuttavia ne hanno bisogno per campare. Con i pesciolini abbiamo un bel po’ in comune.

Text&Foto: © Annamaria Ciaravola
Giugno 2016

R-esistenze 5

R-esistenze 5

Quando ero giù a Marsala mio padre era uno stronzo. Era un violento. E quando non se la prendeva con me, le dava a mia mamma. Io a diciassette anni, lui non ci credeva ma ho preso una valigia e sono salito su un treno. A diciassette anni da Marsala a Colonia, lassù in Germania.
E lì, diciamo che mi son dato da fare. Un po' è che lì ti aiutano, ti danno una casa, trovi lavoro così ti metti a posto. Poi sono tornato e facevo il mercato. Abbigliamento vendevo. Col mio furgone me ne andavo a Napoli a caricare. E vendevo, ma vendevo e tanto. Le borse da spiaggia, i jeans. Sai le signore, se gli metti bene le cose sul banco … Mettevo quelle borse una dentro l'altra, eh … sai quante ne vendevo?! Poi arrivavo a casa, buttavo tutti soldi sul letto e mi ci buttavo sopra. Guadagnavo bene all'ora!
Poi quello stronzo di mio suocero, sai mia moglie era molto attaccata alla sua famiglia. Comunque lui mi ha dato un terreno e io, con il suo permesso ho costruito una casa. Bella, grossa. Lui lo sapeva e diceva che era contento. Poi quando era finita, boh. Si è incazzato e la voleva indietro, la casa e il terreno. Allora ho mollato tutto, preso baracca e burattini e sono venuto su.
Mia moglie non stava bene, diceva sempre che voleva tornare giù: le mancavano la mamma e il papà. Io mi sono arrangiato, tra Santa Rita e Cascine Vica. Lavoravo, non mi sono mai tirato indietro. Guidavo i pulmini per gli handicappati a Bardonecchia. Su e giù, su e giù. Poi quando è arrivato l'inverno mi hanno lasciato a casa. Qui a Torino quindi ho lavorato per gli autobus. Sempre chiuso là sotto in officina. Che rumore, sempre con 'sti motori accesi. Laggiù, sotto terra. Era uno scantinato, un'officina. Buio e rumore, buio e rumore. E noi glielo dicevamo che non potevamo farcela, che c'era troppo rumore. Ma lui niente, notte e giorno là sotto, con i motori su di giri a lavorare. È lì che la testa mi è partita. È lì che non ce l'ho fatta più. Mia moglie se n'è andata, mi ha detto che voleva tornare da sua mamma: era come una bambina, sempre la mamma voleva.

Ora è a Verona. Lei con i miei figli: due maschietti e una bambina, la mia bambina. Era dolce, era piccola così. Io la tenevo in braccio e lei piangeva. Quanti ricordi. Sul serio, io ho tantissimi ricordi!
Testo e foto: Andrea Gravela / Snodicomunicazione
CapGazette 10/2015

R-esistenze 4

R-esistenze 4 / Snodicomunicazione



Mi chiamo Butterfly e vengo dalla Costa d'Avorio. Ho 21 anni e sono qui a Torino, in Italia da due. Sono per strada perché ho litigato con mio padre. Lui ha una compagna, mia madre non so dov'è. È lì, lui con i miei 6 fratelli, e abbiamo litigato. L'ho mandato a fan culo e me ne sono andato. Poi ho perso le chiavi, il telefonino e ora sono in dormitorio, in corso Tazzoli. Ora parlo con mio zio, sai lui fa il sindacalista alla CGIL e penso che possa parlare meglio lui con mio padre. Sai tante sono le cose che dobbiamo dirci e io non riesco per ora a parlare con mio padre. Ieri sono andato da mio zio ma aveva una riunione, oggi ci riprovo. Mi ha detto che dopo le sei c'è. Intanto mi sono rotto un piede, mi fa male e non riesco ad appoggiarlo. All'ospedale me l'hanno fasciato ma poi la sera in dormitorio volevo farmi la doccia e ho tolto la fascia. Mi fa male pero!
Ciao e grazie.

Ho 80 anni e ho fatto il marinaio. Su un mercantile norvegese. In tutto il mondo sono stato io. Per primo sono stato a Baltimora, poi a Niuiorc, a Broccolino. Sai avevo dei parenti là. Poi sono ripartito. Per sei anni ho fatto tutto il mondo, sotto, nella nave, facevo il motorista. Poi a Genova una volta, son dovuto venire a Torino e l'ho sposata, sai per coprire la vergogna. Ora non so dov'è. Né lei né i figli. 4 ne abbiamo avuti. E poi sempre a Porta Nuova sono stato. Facevo il commerciante. Compravo e vendevo. Pure in prigione sono stato. Sai cose di ragazzi, coltellate, rapine, scippi. Eppure l'altro giorno un ragazzino mi ha preso il portafoglio. Poi è tornato e me l'ha restituito, per i documenti, sai. E ancora non ho capito come ha fatto. Sai io sono … me ne intendo, sono del mestiere. Ma non ho ancora capito come ha fatto. Va bo, ora sono in giro, c'ho la mia pensione e non la do a nessuno. È mia e solo io la tengo. Me la spendo come voglio io. Nessuno mi dice niente. Io non dico niente a nessuno. Non voglio storie, solo un ciao se vedo qualcuno. Poi mi piace star da solo. Vado a mangiare dove so io. Si mangia bene e non si paga niente. Un bel bicchiere di vino e basta. Non mi piace quelli che bevono sempre. Io solo un bel whisky dopo pranzo. E basta. Io così so vivere. Così ho sempre vissuto insomma. Io di Porto Empedocle sono. Esci da Agrigento e lì c'è il mare. Per quello ho fatto il marinaio. Se no mica ...

È passato un anno da quando non mi trovo più a dormire nelle 'Strutture di Prima Accoglienza della Città di Torino'.
Già... è passato un anno da quando è iniziata la mia ospitalità nella parrocchia, grazie ad un progetto della Diocesi.
Mi trovo all'interno di un sistema, io, piccolo uomo senza nulla in un ambiente dove si elogia il benessere e l'agio.
Caspita! Mi sento un pesce fuor d'acqua!
Ho una sensazione di inferiorità; ho proprio sbagliato tutto.
Invece di credere nei valori anche qui c'è proprio un sistema gerarchico. Mi spiace dirlo ma è proprio così. A volte penso che mi trovavo più a mio agio nei dormitori!
Non voglio chiedere la carità a nessuno e provo a uscirne con le mie gambe. Ci riuscirò?

La strada è il mio posto.
Ho provato tre anni fa a 'prendermi cura di me', come mi proponevano i servizi.
Sì, mi sono convinto che non potevo continuare a stare fuori e così sono entrato in una 'struttura di reinserimento', in provincia di Torino.
Uff: gli altri ospiti, gli operatori, le regole: tutto un po' obbligato. Certo ero al caldo, un letto, cibo.
Insomma una vita normale, ma quanto è stato duro reggere. Sentivo che stavo scoppiando, tenevo tenevo dentro e parlavo poco. Poi basta, ho fatto le valigie, non ho ascoltato nulla e nessuno e via … ritorno in città, in corso Matteotti, Porta Susa che conosco bene. Respiro aria, ci sono io e i miei bagagli. Leggo molto, cammino molto e riprendo la vita che per ora mi fa star bene.
Coperte, angoli, freddo.
Questa è la mia scelta!

Sono un signore rumeno, in Italia da molti anni e mi sono sempre arrabattato per vivacchiare in modo dignitoso.
Ho sempre lavoricchiato in nero grazie a conoscenti connazionali e italiani ai mercati. La fortuna però non mi accompagna. Lo stato della salute è peggiorato, ho il diabete che porta un problema serio all'arto inferiore. Il cuore fa scherzetti e così tra ricoveri e dormitori sento la difficoltà e la pesantezza nell'affrontare la quotidianità. Ho mantenuto relazioni informali che mi danno la forza e l'aiuto per seguire le prassi burocratiche e a gestire l'attesa.
Attesa: la parola più frequente in questo ambito. Ma a volte è difficile. Esce la voglia di mandare all'aria tutto. Però poi si deve ricominciare da zero e allora, per ora, provo a tener duro.
Texts: Andrea Gravela / Micky Summer - ©Snodicomunicazione.it
Foto: Andrea Gravela
CapGazette 6/2015

Da una nave russa a unaphotoalgiorno. Chiacchierata sulla fotografia con Graziano Paiella


Da una nave russa a unaphotoalgiorno.
Chiacchierata sulla fotografia con Graziano Paiella


Martedì 8 febbraio 2011 tira poco vento a Roma, il clima è mite e un anticiclone proveniente dalle Isole Azzorre rende la giornata umida e soleggiata. Mentre le temperature ondeggiano tra un minimo di 4 e un massimo di 16 gradi e qualche nuvola bassa si muove a traffico moderato sopra il Mar Mediterraneo e il Tirreno, Graziano Paiella prende di spalle Castel Sant’Angelo, ritraendolo oltre una finestra sporca. Gli aloni del vetro diventano sbavature dei raggi del sole e si confondono con la chioma cascante di un albero.
È in quel momento che egli decide che ogni giorno avrà la sua foto.
Siamo nella primavera del 2015 e la storia di unaphotoalgiorno è oramai una lunga storia, che continua. Quattro anni di fotografie scattate quotidianamente in Italia, ma qualche volta anche oltre confine, quotidianamente condivise nel suo profilo facebook e custodite nel sito www.grazianopaiella.com.
Di questa storia e d'altro abbiamo parlato con Graziano Paiella.

Mi incuriosisce innanzitutto sapere cosa ci fosse prima della sfida di quel martedì e quali foto prima di quella che ha dato il via a unaphotoalgiorno
Direi che la mia passione per la fotografia nasce con il regalo della mia prima macchinetta fotografica, una MINICOMET Bencini, un piccolo apparecchio anni '60. Con quello, a circa 7 anni, ho scattato le mie prime foto. Mi ricordo ancora quando i miei genitori ritirarono le stampe e mi dissero che alcune erano venute male, con strane inquadrature, io però le avevo scattate così apposta...
Poi un viaggio a Venezia, all’età di 17 anni, contribuì in modo determinante a consolidare questo amore. Ricordo una foto in particolare: era il 1977, una nave russa entrava nel canale con la sua falce e martello sulla ciminiera, io mi affrettai a scattare e solo dopo, con la stampa, mi accorsi che era entrato nell’inquadratura un gabbiano in volo, leggermente mosso. Mi conquistò. Credo che nella fotografia, come in tutte le arti, per un buon risultato debbano fondersi una serie di elementi, dalla tecnica, alla luce, al soggetto e qualche volta interviene il caso che rende il tutto più interessante. Non che nei miei lavori l'elemento casuale sia indispensabile, ma a volte può diventare un valore aggiunto, imprevedibile, e in quella foto di Venezia fu determinante. La scattai con un vecchio apparecchio a soffietto, una Kodak Retinette. Era di mio padre. 


Tutte le immagini di unaphotoalgiorno, sono davvero tante, sono scattate con uno smartphone?

Sì, le immagini ad oggi sono circa 1500, è un po’ una follia, ma l’impegno quotidiano mi diverte e mi tiene allenato l'occhio. Da circa 5 anni le mie foto sono scattate quasi esclusivamente con lo smartphone. È un oggetto versatile, ma soprattutto è sempre con me.
La qualità non è alta, ma la velocità e l’immediatezza possono essere a volte molto utili. Mi basta vedere un luogo, un taglio di luce o qualcos’altro che attira il mio sguardo e sono pronto a fissarlo in un file. Tutto all’istante e un attimo dopo, posso condividere lo scatto con centinaia di persone. Tutto ciò è affascinante per uno come me che viene dalla fotografia analogica, fatta di tempi lunghi ed attese per lo sviluppo e per la stampa. Senza nulla togliere a quel meraviglioso mondo della fotografia su pellicola, alla quale io sono molto affezionato.
Da quel che dici, capisco dunque che l'immediatezza con cui si può fruire delle immagini non ti sembra un limite, anzi, tutt'altro. Forse il fatto che si tratti di una foto al giorno, quindi di una storia che sappiamo che avrà un seguito, ci aiuta a non logorarle? È la costanza del tuo discorso fotografico a frenare un po' la velocità della fruizione?

Il ritmo incessante dello scorrere delle immagini al quale oggi siamo sottoposti è impressionante, ne siamo bombardati costantemente. Da quando ero bambino, dagli anni 70 ad oggi c’è stata un’immensa accelerazione del nostro rapporto con le immagini, sia con quelle in movimento, di cinema e televisione, che con quelle fisse. Questa sovraesposizione ha spinto inevitabilmente il video e la fotografia a progredire nel loro linguaggio e a sviluppare nuovi modi di vedere. Oggi, con la diffusione degli smartphone, siamo tutti fotografi o videomakers, tutti siamo in grado di leggere una buona fotografia. Facebook è un canale nel quale scorrono quotidianamente un illimitato flusso di parole ed immagini, sia video che fotografiche, e sono proprio queste ultime che moltiplicandosi in maniera esponenziale con la condivisione, lo rendono il social network più attraente. Ecco, a me piace immergere le mie foto in questo fiume, e quando il mio scatto condiviso blocca lo sguardo di qualcuno che clicca poi sul like, credo di essere riuscito a trasmettere qualcosa. Per me Facebook è una bacheca sulla quale posso fissare le mie fotografie, i momenti che vedo, come fossero post it con i miei appunti attaccati a una parete.
Di questo tuo lungo reportage fotografico, oltre alla quotidianità, vorresti evidenziare altre costanti?

Altra costante è la parola ricerca, la ricerca nel quotidiano di immagini che riassumano un emozione o per isolare delle immagini dal fluire troppo veloce del nostro vedere, una ricerca per soffermarsi a guardare. Mi capita spesso di ricevere apprezzamenti per unaphotoalgiorno, anche da persone che non incontro abitualmente ma fruitori di Fb.
Alcune di loro mi raccontano che, seguendo il filo del mio discorso, sono state attratte e condizionate dal mio punto di vista ed hanno cambiato modo di fotografare. Ciò mi colpisce e, devo ammettere, mi gratifica molto.
 Suggerire uno sguardo attraverso un’immagine credo sia una delle cose più affascinanti e anche più difficili per un fotografo. Vuol dire che l’immagine è stata recepita e si è fissata nella memoria e può aiutare nel tempo a vedere e guardare in modo diverso. Un po’ come il ritornello di una canzone che ci si ritrova a fischiettare inconsapevolmente. Per me la fotografia è una musica per gli occhi.

Le persone sono spesso assenti nelle tue foto, eppure quando io le guardo mi capita spesso di aspettare che qualcuno ritorni; voglio dire che gli spazi che ritrai mi sembrano luoghi momentaneamente, solo momentaneamente, abbandonati. Come se ci fosse sempre una voce in lontananza, che fa compagnia.

È bello quello che dici, grazie, rimanda ad un mio modo di essere. È vero, le persone spesso sono assenti, ma a volte entrano da sole in certe immagini, come il gabbiano. Arrivano improvvisamente e io le lascio lì! Sono volute entrare e io le lascio dentro! Le chiamo comparse.
Tornando al tema del guardare, hai già parlato di "soglie" in occasione di una tua mostra a San Francisco.

La mostra del 2014 a San Francisco è stata una grande conferma dopo tanti anni di fotografie, finalmente la mia prima vera mostra fotografica. Titolo “Soglia”, “Treshold”. Il tema mi è stato suggerito dalla lettura di Lezioni di fotografia, bellissimo libro del maestro Luigi Ghirri. Per lui: «Fotografare vuol dire escludere, e questo si fa con l’inquadratura che è, appunto una soglia.
[…] L’inquadratura non è solo bordo, ma una 'soglia': un punto nello spazio in cui si fronteggiano il mondo interiore del fotografo, io-pelle con occhio abnorme, e l’ammasso inerte e silente che sta fuori». Da queste parole ho tratto spunto per la mia mostra . La mia ricerca fotografica sulla soglia è stata una sfida nel trovare ulteriori soglie da inserire nell’inquadratura del paesaggio marino, con l’intento di portare lo sguardo dell’osservatore su un solo punto: l’orizzonte del mare. E allora nelle mie immagini appaiono elementi casuali atti a concentrare l’attenzione sulla linea di confine tra cielo e mare, elementi trovati sulle spiagge o sulle strade lungomare del Tirreno, Adriatico e Jonio. Vedere queste fotografie del paesaggio italiano nel contesto di una città come San Francisco è stato per me motivo di grande soddisfazione.

Oltre al tuo lavoro di regista e a Luigi Ghirri, chi o che cos'altro ritieni che ti abbia insegnato uno sguardo?

Ogni fotografo ci insegna a guardare le cose in modo nuovo, ma Luigi Ghirri per me è stato colui che ha condizionato ed emozionato con più forza le origini della mia fotografia. Poi ho scoperto Gabriele Basilico che ha influenzato il mio modo di vedere la città. Infine Hiroshi Sugimoto che ha sintetizzato il linguaggio fotografico con le sue foto dedicate al mare, cancellando il superfluo e riducendo la fotografia a una linea: l'orizzonte, il cielo sopra e sotto il mare, fotografato in diversi luoghi ed in diverse ore sulla terra.


CapGazette ringrazia Graziano Paiella e le sue fotografie


Clicca sulle immagini per entrare nel sito fotografico www.grazianopaiella.com
Chiacchiere: Graziano Paiella e Nicoletta De Boni © CapGazette
Foto: Immagini tratte dalla mostra 'Soglia' e 'Altare della patria', Roma 1967 © Graziano Paiella
Maggio 2015

Berlino-Barcellona, una conversazione con Lucia Chiarla

Berlino-Barcellona, una conversazione con Lucia Chiarla
L’ultima volta che ho visto Lucia Chiarla c’era un incendio. Era la sera dell’11 aprile 1997 e a Torino bruciavano Palazzo Reale e la cupola del Guarini. Come molti altri curiosi, anche noi eravamo in Piazza Castello e osservavamo il fumo, le fiamme e il via vai dei pompieri. Correvano voci disparate su cause e danni del fuoco, lodi all’eroismo dei pompieri che, si diceva, venivano fin da Alessandria e Milano. Da allora non ho più visto Lucia, ma un giorno, circa dieci anni fa, ero a radio Contrabanda di Barcellona per il programma in italiano Zibaldone quando Roberto Fenocchio, che dirigeva la trasmissione, ha dato notizia dell’uscita del film 'Bye Bye Berlusconi' di Lucia Chiarla e ...
- Chi? - Ho domandato.
- Lucia Chiarla e ….
- Lucia? La conosco!
Adesso che abbiamo un’età in cui si tirano alcune somme e si cerca di far quadrare comunque conti un po’ bislacchi*, ho lungamente conversato con Lucia via mail tra Berlino, Barcellona, Genova e Torino. Ecco il risultato di più di tre mesi di domande, risposte, considerazioni strappate alla foga della routine.

*[Bislacco, dice il vocabolario Treccani, viene forse dal veneto bislaco, soprannome che si dava ai Veneti del Friuli e agli Slavi dell’Istria, dallo sloveno bezjak «sciocco»].
Una definizione di Lucia Chiarla di teatro.
Il teatro è un gioco. Un gioco serio. L’obiettivo è dirsi la verità. Non ci sono vincitori e vinti. Solo buon teatro o cattivo teatro. Qualunque storia può raccontare una verità, se l’attore regala qualcosa di personale, e se il pubblico esce di casa per mettersi alla ricerca di sé, o degli altri. Lo spirito di ricerca è fondamentale. Gli attori possono essere aperti e generosi, ma se il pubblico non si è seduto con l’intento di ascoltare, allora non c’è dialogo. Un buon pubblico è importante quanto dei buoni attori.
Il teatro è azione e reazione. Non accontentarsi, né di sé né degli altri, non nascondersi dietro a estetismi o narcisismi mette lo scambio tra persone che indagano la vita al centro del teatro. Diciamo che è un gioco che non vuole ridursi a un passatempo. Quando si esce da teatro ci si potrebbe chiedere: ho trovato una chiave che non avevo? Ho capito qualcuno che non avevo mai capito, ho provato qualcosa che avevo paura di provare? E un attore che entra in scena si dovrebbe chiedere: dove sono io in questa storia? Sono disposto a spogliarmi per regalare qualcosa a chi mi ascolta?
Non so se questa è una definizione di Teatro, ma è il teatro che mi piace.
Come è nato in te l’amore per il teatro? Da piccola, da adolescente? Cosa ti ha portato al teatro?
Ho scoperto il teatro per solitudine. Da adolescente, credendomi diversa dagli altri e circondata da amici che si sentivano diversi dagli altri, oscillavo tra sentimenti di inadeguatezza e desiderio di esprimere la mia unicità. Dovevo innanzitutto capire in cosa consistesse la mia unicità!, e questa ricerca mi ha aperto le porte dell’ ”io”. L’ansia di trovarmi non si placava facilmente e per lo più restava insoddisfatta o si traduceva in amori infelici, desiderio di giustizia per tutti, rabbia verso ogni cosa mostrasse un equilibrio. Questi pensieri diventavano insopportabili la domenica pomeriggio e a quindici anni, per salvarmi dalla noia di quei lunghi pomeriggi inconsistenti a camminare avanti e indietro sul lungomare, ho cominciato ad andare a teatro, con le mie sorelle. In sala le luci si spegnevano lentamente e io scoprivo così, seduta tra donne imbellettate e profumate, la magia del teatro. I soli nemici di quei momenti erano i colpi di tosse di signore distratte che sfasciando caramelle mi riportavano alla realtà (fortunatamente non c’erano ancora i telefonini!).
Quell’anno ho cominciato a frequentare un corso di teatro. Ero l’unica tra i miei amici ad avere un simile passatempo e questo mi rendeva poco cool, ma finalmente molto unica!, e per andarci dovevo prendere il treno che dalla provincia del ponente di Genova mi portava in centro città, passare tra i carruggi, percorrere salite sconosciute e parlare con persone stravaganti, che parlavano solo di teatro. Questo era solo l’inizio di un’avventura che si concludeva ogni volta nella lettura di poche battute. La ripetizione all’infinito di una frase e l’emozione che portava con sé calmava, anche se solo per pochi istanti, l’ansia di trovare delle risposte ai tanti "perché". Qualche anno dopo ho preso un treno che mi ha portata a Milano e lí sono rimasta per studiare teatro alla scuola d’arte drammatica fondata da Paolo Grassi. Poi ho continuato a cercare la stessa magia in altri teatri, in altri luoghi, salendo su altri treni.

Vent’anni dopo, ovvero oggi.
Oggi, vent’anni dopo, mi definisco un’attrice strana. Anzi, mi definisco un’osservatrice. Vivo a Berlino, dove si parla un’altra lingua, dove per il pubblico sono innanzitutto straniera. Questa condizione “strana” di “straniera” mi ha portato a ricercare da capo il senso della mia professione. Come se fossi rinata, o mi fosse data una nuova occasione per uscire dall’automatismo e riflettere.  Nella ricerca mi sono accorta che la mia necessità è parlare di temi su cui ho urgenza di indagare, partendo dalla pura osservazione. E il mio modo immediato per elaborare questi temi è raccontando delle storie. A Berlino mi sono ritrovata a confrontarmi spesso con il tema del “vivere altrove” che è diventato anche titolo di uno spettacolo teatrale realizzato con il Teatro Instabile Berlino, con cui collaboro dal 2007. Poi ho sperimentato il racconto attraverso la canzone, insieme all'istituto di cultura italiano di Berlino, in uno spettacolo pensato per raccontare la cultura italiana attraverso la musica. Il titolo “d’Amore e d’Anarchia” cita un film di Lina Wertmüller. L’elemento amoroso e quello anarchico diventavano nel mio lavoro il filo d’Arianna per condurre lo spettatore tedesco - per il breve tempo di un’ora e mezza - lontano dai cliché sulla cultura italiana. E poi c’è il cinema, altro strumento di racconto che amo. Il mio primo film, "Bye Bye Berlusconi", di cui sono sceneggiatrice e interprete, presentato al festival di Berlino nel 2006, era un film che in forma di satira politica affrontava una tematica vicina a “I giusti” di Camus, in cui i personaggi  si interrogano sul senso dei loro atti di giustizia e di morte. Della mia seconda sceneggiatura, a cui lavoro da diversi anni, in lingua tedesca, e che rappresenta il progetto più importante, vorrei raccontare poco. Una sceneggiatura, fino a quando non diventa un film non esiste per il pubblico. E come diceva Calvino nel Barone Rampante: “Le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure; per poco uno le dichiari o se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso o addirittura meschino.”!
Berlin
Kreuzberg
Faccio tesoro della tua citazione di Calvino e non indago oltre sulle “imprese”, in attesa della loro realizzazione. Buon lavoro, dunque. Come ti scrivevo, conosco bene la sensazione di spaesamento, “stranezza”, dici tu, forse straniamento, della vita all’estero. L'argomento è spinoso e forse anche in questo sarebbe opportuno dare retta a Calvino per evitare di sembrare presuntuosi e/o toccare "suscettibilità nazionali" e altre piaghe sensibili degli uni e degli altri. Ogni mio tentativo di spiegarmi, a quelli di qui e a quelli di là, come italiano a Barcellona finisce quasi sempre in una battaglia don chisciottesca. Tuttavia, se vuoi, possiamo fare l'ennesimo tentativo di spiegare le ragioni e le situazioni dell'espatrio, gli aspetti ricorrenti e quelli individuali. O cercarne il lato comico.
D'altro canto mi piacerebbe che ci parlassi degli spettacoli di teatro a cui hai assistito come spettatrice e che più ti hanno cambiata.
Ho provato a legare le due domande, ovvero io come straniera e lo spettacolo che in questo mi ha lasciato un segno.
Del “vivere altrove” ci sarebbe troppo da dire, e credo di essere ancora nella fase in cui questo troppo mi confonde. Quindi diciamo che è ancora presto per parlarne. Ad essere stranieri ci si abitua, come a tutto del resto, e mi consola pensare che anche quando vivevo nella mia città non mi sentivo mai completamente appartenente. Inizio a chiedermi se non sia una condizione del mio essere che con grande talento sono riuscita a rendere reale col mio trasferimento da ricordarmene perennemente, anche andando a fare la spesa. A questo proposito c'è uno spettacolo che ho visto e che mi accompagna in questa nuova fase della vita.  Uno dei primi spettacoli visto a Berlino, in lingua tedesca: “Murx den Europäer! Murx ihn! Murx ihn! Murx ihn! Murx ihn ab!” di Christoph Marthaler. Uno spettacolo cult in Germania che ho avuto la fortuna di vedere nella sua ultima rappresentazione, il febbraio 2006. Mi ero trasferita nel 2005, quindi ancora capivo molto poco di tedesco e della cultura tedesca. Lo spettacolo raccontava lo stato d’animo della popolazione della DDR poco prima della caduta del muro. Le parole non erano poi così importanti per la comprensione dell’opera. Quello che passava la messa in scena era un perenne sentimento di non appartenenza. I protagonisti, vittime di burocrazia, attese e assurdità, conservavano però un’ironia che diventava un collante salvifico. Ad ogni quadro si alzavano e intonavano insieme una canzoncina, molto nota in Germania : “Danke, für diesen guten Morgen”. Ovvero: “grazie, per questa buona mattinata! grazie”. Riscritta su una canzone da chiesa, con un testo pungente. Anch'io oggi, quando passo delle giornate a muovermi tra carte e faccende quotidiane, immersa nell’anonimato del sistema, con il mio numero di identificazione sotto mano per ogni cosa, canticchio quel motivetto e penso che l’ironia è l’unica salvezza.
Conversazione: Lucia Chiarla, Paolo Gravela
Foto: Paolo Gravela, Lucia Chiarla.
CapGazette, Mar. 2015

Gli sguardi di Mercis Rossetti Caral

La giraffa che fa le pernacchie - Gli sguardi di Mercis Rossetti Caral
“La realtà è soggettiva. Le situazioni vissute che tratteniamo portano con sé un determinato peso emotivo. Ognuno ha il proprio modo di gestire tale peso emotivo e nel mio caso è tramite l’arte o l’umore grottesco”.

Mercis Rossetti è un’artista visuale residente a Barcelona. Diplomata in Belle Arti presso l’Università di Barcellona, ha poi frequentato il master ufficiale in 'Creazione artistica: realismi e ambienti', per il quale ha realizzato un progetto sull’autoritratto e la ricerca dell’identità. L’anno successivo ha frequentato il master in 'Gestione delle Industrie Creative e Culturali' presso l’ Università Pompeu Fabra di Barcellona. Ha partecipato a varie mostre collettive e vanta già alcune esposizioni individuali.
Da dove nasce il tuo interesse per l’arte?
Fin da piccola ricordo di aver sempre disegnato, quindi non saprei dire da dove è nato il mio interesse. È qualcosa che ho sempre dato per scontato. Sí, ricordo che cercavo di fare dei ritratti o che mi ossessionavo disegnando sguardi. Forse posso dire che allora è nata la mia ricerca di uno strumento per cogliere e capire la realtà che mi circondava.

Che cos’è per te l’arte?
Dedizione, sacrificio, estetica, emozione, curiosità, comprensione, disciplina e passione.

Che tipo di tecniche e materiali usi di solito?
Di solito lavoro su tela di medio e grande formato. Ho scoperto “tardi” la pittura anche se adesso mi risulta difficile liberarmene. A volte mi dedico al disegno a china, ma in genere uso olio e acrilico. Tuttavia, è senz’altro l’olio a darmi più libertà nel dipingere. Non mi chiudo tanto sulla perfezione dell’immagine, ma indago più sul concetto e su quanto si può poi leggere nell’opera.


“Le immagini posso sembrare surrealiste, ma in fondo non sono che una reinterpretazione della realtà in cui ciò che conta è il linguaggio simbolico. Soprattutto nei quadri di grande formato, le dimensioni aiutano lo spettatore a far parte come invitato delle scene. Il formato è classico senza però rinunciare a un linguaggio contemporaneo. La quotidianità delle persone e delle immagini viene corrotta da un ambiente torbido, creando l’inquietudine delle immagini”.

Che metodologia segui nei tuoi lavori?
Mi piace indagare su tutto quello che dipingo. Conoscere particolari e curiosare. Se lavoro partendo da fotografie le scatto io stessa, accompagnando sempre il processo con un’intervista mirata al tema dell’opera. In questo modo riesco anche a indurre un determinato stato d’animo nel soggetto dell’opera.
Nel caso degli animali (si tratta della mia ultima serie), cerco informazioni e ho bisogno di leggere sul loro comportamento sociale, se è il caso, o indagare sugli aspetti più importanti e sulle curiosità di ciascuno.
Poi seleziono le immagini che considero adatte. Creo bozze, ridisegno, e pianifico l’opera. Alla fine non mi resta che lottare con il quadro finché non vedo i risultati che aspetto.
Chi sono i tuoi soggetti?
Normalmente, per non dire sempre, cerco la gente che ho intorno. Familiari, amici o me stessa. Dipingo quello che cerco di capire e che mi circonda, cerco di parlare di quello che conosco e di ricercare nella mia realtà. Fare altrimenti non avrebbe senso, soprattutto visto che l’identità è una delle mie priorità quando si tratta di pittura.

“A parte la serie sugli animali, il lavoro è fondato sull’autoritratto e sulla famiglia. I visi e la rappresentazione delle figure umane non indagano solo negli aspetti anatomici ma nella psiche di chi viene rappresentato. Per questo sono importanti sia la tecnica sia la creazione di un ambiente e l’espressività”.
Texts & images: Mercis Rossetti Caral ©Mercis Rossetti Caral
Ed. e trad italiano: Paolo Gravela ©CapGazette
Mar 2015

A testa alta, parole e palloni

A testa alta, parole e palloni.


A volte i libri nascono da una parola, da una frase o anche da un silenzio, ma in questo caso posso dire che è stata proprio un’immagine a far scatenare la scrittura; lo dice Francesco Luti Mazzolani, pensando a come è nato il suo ‘A testa alta. Il cammino del Sarrià’ (Nicomp L.E., Firenze).
È questo il titolo che assieme alla foto di copertina della nazionale di calcio del 1982 a me, che di calcio per la verità capisco poco, ha riconsegnato una manciata di sere d’estate di 33 anni fa: Italia-Argentina 2 a 1, Italia-Brasile 3 a 2, uno stadio che non c’è più, una città, Barcellona, che ci stava portando fortuna, un paese, la Spagna, non cosí lontanto ma esotico a quei tempi, o forse all’età che avevo. Li ritrovo infatti dentro il libro questi miei ricordi:
«L’Italia la guardavamo a casa in famiglia (...). La televisione a colori era giunta per Natale, il penultimo tutti insieme, una Grundig di finta radica che sarebbe campata vent’anni! (...) Tutta l’Italia dell’anagrafe: tutta stretta nel proprio salotto o al bar».
Va subito detto però che questo lungo racconto non narra solo dell’avventura calcistica dei mondiali di Spagna; vale quindi la pena di andare avanti e, come ci consiglia lo scrittore, di procedere con lui nello scavo della memoria.
Francesco Luti ha terminato circa un anno fa questo suo lavoro che è la stesura di un attraversamento di campo che l’ha portato dalla porta di casa della Firenze di nascita alla porta della Barcellona d’adozione. Attenzione però, di avversari da vincere qui non ce ne sono e le due città rappresentano un passato e un presente, una sorta di botta e risposta alla vita; su quel filo dell’esistenza tirato tra l’una e l’altra quella che si legge è una bella partita, giocata con ottimi compagni di squadra.

Francesco, qual è quell’immagine da cui è sbucato il racconto?
Ero bambino, vivevo proprio accanto allo stadio di Firenze, al quinto piano di un edificio al numero uno di Viale de’ Mille. Da quell’altezza godevamo di una vista privilegiata sulle partite che vi si disputavano, ma quando gli incontri erano tranquilli, ovvero al sicuro da tifoserie troppo aggressive, allora mio padre portava me e i miei fratelli dentro lo stadio. Dall’alto della grata della Maratona, dove noi ci si piazzava, io puntavo lo sguardo sul mio idolo, Giancarlo Antognoni. Quando c’era un calcio d’angolo scendevo giù veloce fino all’inferriata di bordo campo per gridargli: Antonio, Antonio! Poi, dopo il corner, tornavo al mio posto, salendo a fatica con quella falcata da bimbo di dieci anni che ero, e mio padre in quel momento mi domandava: Allora? Cosa ti ha detto? Ti ha sentito? E io gli rispondevo: Sì, sì, forse, mi pare di sì, mi ha guardato...

È col ricordo del padre che l’affetto inizia a pervadere tutto il libro, quel papà che Francesco perderà qualche mese dopo la vittoria dei mondiali dell’82, quand’era davvero ancora troppo piccolo per sopportare quella che: «In inglese si dice injury, e a me piace questa parola anglosassone che offre un ventaglio maggiore, e volendo si può credere perfino che quella frattura sia anche un’ingiuria. Come una sciabolata netta al cuore dell’esistere».
Se poco più di un anno prima gli era già sembrata un’ingiuria, appunto, una ginocchiata in testa che nella partita contro il Genoa aveva messo fuori gioco per mesi il suo Antognoni, ora la vita colpiva quel bambino con un taglio netto. Eppure quel padre continuerà sempre con la sua assenza a fargli compagnia in inseguimenti e appostamenti di vario genere, primi su tutti quelli al bell’Antonio, il grande giocatore della piccola squadra, il campione che fu e la persona per bene che continua a essere.

Così tra un campionato e l’altro, tra un mondiale e l’altro passano gli anni e Francesco sceglie le parole come compagne predilette del suo vagabondare tra paesi, ricordi e palloni.
Ha ormai vent’anni, è su un volo della Panam che lo porta in vacanza a New York insieme alla madre, a un quaderno azzurro e a due penne bic. Proprio al Giants Stadium della Grande Mela, anni prima, Giancarlo Antognoni era stato finalmente coronato migliore giocatore nella partita post mondiale tra Europa e Resto del Mondo, riprendendosi in tal modo quel merito che la sfortuna gli aveva sottratto impedendogli di giocare la finale spagnola.
Dentro quell’aereo i palloni di questa storia traghettano verso la scrittura, complice lo sguardo incoraggiante, attento e distratto di una madre a cui questo libro è dedicato e che era colei che non aveva mai dimenticato il grande amore del figlio per le parole. «Il pallone e le parole queste due Pi a incedere l’esistere, gomito a gomito. […] Frugare nelle sillabe, nelle consonanti e nelle vocali, come un mendicante nella spazzatura del nostro tempo.»
Per il nostro autore il calcio assomiglia alla scrittura anche perché entrambi sono fortemente legati all’improvvisazione, ciò che invece è ben diverso è il rapporto che scrittore e calciatore hanno coi loro rispettivi mestieri, perché se smettere di scrivere per il primo può essere una scelta, smettere di giocare per il secondo è un’imposizione.

Perché il titolo ‘A testa alta. Il cammino del Sarrià’?
Ho voluto rendere omaggio da un lato al gioco elegante di Antognoni che procedeva guardando le stelle e dall’altro anche alle mie scelte, quella di fare lo scrittore, nonostante le difficoltà che si affrontano, per esempio riuscire a sbarcare il lunario... e quella di farlo in un paese che non è il mio: a stare lontani se ne guadagna senz’altro in termini di una gradevole nostalgia, ma c’è anche il sacrificio di separarsi da chi non ti accompagna nel viaggio. Il cammino dai gradoni dello stadio di Firenze fino al Sarrià è anche il mio cammino personale.
Si legge nel libro: «E l’eco della nostalgia te lo offre bene l’altrove. Invidio la nostalgia dell’esiliato […]. Come l’ama l’esiliato la terra d’origine, non l’ama nessuno. È consistente il bagaglio che ci si porta addosso quando si è lontani, e c’è senz’altro dell’epico in colui che se la gioca fuori casa.»

Francesco tifoso, Francesco figlio e bambino, Francesco scrittore, Francesco giocatore e viaggiatore, ma anche Francesco investigatore, detective:
Sì, in una presentazione del libro mi è stato detto che a volte leggendo queste pagine si ha quasi l’impressione di seguire il lavoro di un investigatore che va a caccia di prove, ci si riferiva in particolare a due incontri di cui parlo nel libro: uno con Tonino Fernández, il custode del Sarrià nei giorni del mondiale, che oggi è in pensione e porta l’orologio sul polso destro come Antognoni. Un quiet man alla John Wayne, che alle 7 del mattino del 5 luglio dell’’82, il giorno di Italia-Brasile, aprì il cancello dello stadio del Sarrià in compagnia di Isidro, l’artista tagliaerba, Carmelo, l’aiutante elettricista e Manolo, carpentiere responsable dei sanitari. L’altro incontro invece è avvenuto in Brasile, a Cabo Frio dove andai a cercare Leandro, il giocatore che alla fine di quella partita del 5 luglio era corso a scambiarsi la maglia con Antognoni. Poi c’è anche una gita all’Hotel Castillo di Sant Boi de Llobregat, dove alloggiò la Nazionale nelle sue giornate barcellonesi e dove ho incontrato José Márquez il maître dell’hotel nell’ ’82.
Che bella è l’immagine di Tonino Fernández e Francesco Luti seduti a un bar della Carretera de Sants, tutti intenti a ricordare la giornata e lo stadio che furono davanti a due succhi d’arancia, poi il ricordo dei paesaggi brasiliani che si sovrappongono fuori dal finestrino del pullman che va da Rio a Cabo Frio e infine quell’attendere Leandro, dentro la pousada di sua proprietà.

I divagabondaggi, come li chiama Francesco Luti, finiscono e ricominciano, dentro e fuori il libro, in Spagna, quel paese del quale per primo gli aveva parlato proprio il padre mentre gli mostrava le fotografie di un suo viaggio in vespa alla fine degli anni Cinquanta, ma finiscono e ricominciano anche nell’amicizia con Giancarlo Antognoni e nell’intera, coraggiosa squadra che grazie e queste pagine l’autore ha rimesso insieme.

Ma a Giancarlo, che ora è un amico, hai domandato se allora ti sentiva quando scendevi i gradoni e gli gridavi Antonio, Antonio?
Sì, gliel’ho chiesto, gliel’ho chiesto eccome, mi ha risposto maaah, sai, in quei momenti là... Ma come?! E io che ho pure il taglio di capelli all’Antognoni! Comunque io credo che anche se non riescono a distinguere le voci durante la partita, poi io mi immagino che i cori, che quelle frasi possano ritornare nella testa dei calciatori, magari anni e anni dopo, quando non giocano più, quando quell’altra vita è ormai solo un ricordo, quando devono reinventarsi e forse sono lì come pipistrelli senza riferimenti, ecco forse quelle grida, quel tifo di un bambino servono a restituirgli la loro storia proprio in quei momenti lì.


Cap Gazette ringrazia Francesco Luti Mazzolani e tutti i suoi compagni di squadra.



Intervista a Francesco Luti Mazzolani: Nicoletta De Boni © Cap Gazette
Nella foto l'autore con 'A testa alta. Il cammino del Sarrià' e il taglio all'Antognoni.
Febbraio 2015

El viaje de Nino y Carla

El viaje de Nino y Carla

 
“Carla y yo nos casamos en 1963. Para el viaje de novios, en aquellos años, todo el mundo aconsejaba ir a España, porque era un lugar bonito y barato. Concretamente, en la oficina, me habían hablado de Castelldefels, una localidad de la costa, un poco más al sur de Barcelona.
Ostras, le digo a Carla, ¡vayamos allí!
Como muchos italianos de entonces, yo también tenía un FIAT 600 con las puertas a contraviento; es decir, que se abrían al revés. En inglés les llamaban “suicide doors”, sin embargo, a nosotros, afortunadamente, nunca nos pasó nada. Nada grave, por lo menos.
Desde Génova hasta Barcelona, por las carreteras estatales sería un viaje largo e incómodo. Le hablo del tema a un amigo que había comprado el nuevo 600 y muy amablemente me ofrece su asiento. Sí, el asiento; entonces se podían intercambiar con facilidad, quitarlos y montarlos en otro coche. Su asiento tenía una ventaja incuestionable: estaba equipado con un respaldo reclinable, óptimo para el descanso. Finalmente salimos con el viejo 600, con puertas a contraviento, asiento extraconfort y el entusiasmo de aquella época.
La primera noche dormimos en Francia, en Niza. Recuerdo también una deliciosa comida en Marsella y la llegada nocturna en Perpiñán donde, agotado ya, encuentro una pensión. Se trata más bien de un hotelito de mala muerte, donde se alojan principalmente argelinos y Blouson Noir.
Nos proponen una habitación en el entresuelo y, para el 600, el pasillo; imagínese lo contenta que está Carla. Como si esto no bastara, a lo largo de la noche, nos despierta de repente un gran trasiego: ¡es el rápido nocturno y pasa justo detrás de nosotros!
Yo trato de tranquilizarla: “Nada grave, Carla, todo va bien”.
El día después, entramos en España y nos paramos a comer en un pueblo de la costa con un puerto bastante grande y activo, Pálamos o Palamós, si no me equivoco, donde comemos la famosa paella. ¡Buenísima! Al final de la tarde, cuando entramos en Barcelona, nuestro mítico 600 con puertas contraviento es flanqueado por un grupo de chicos en moto. ¿Comité de acogida para turistas extranjeros? No recuerdo exactamente que intenciones tenían, pero cuando les pido indicaciones para Castelldefels, me las proporcionan con gran cortesía.
“Todo va bien, Carla, falta poco.”
Superamos Barcelona y allí estamos: destino alcanzado. No me da tiempo a parar el coche que oigo a alguien llamarme: “Oh, belin, scè l’è de Zena?” - “Ostras, ¿usted es de Génova?” - (sin duda había leído en la matrícula ‘GE’). Sí, le contesto. Él también es de Génova. Puede ser que fuese un fascista huido años antes de algún apuro y llegado, quien sabe como, hasta aquel pueblo.
Total, que como buenos paisanos que se reencuentran en el exterior, celebramos con abrazos y sonrisas nuestro encuentro. Me dice que es el propietario de un hotel recién construido y nos ofrece una habitación muy grande, con teléfono y sistema de depuración de agua, característica esta última que le enorgullece mucho. Para nosotros, recién casados, una perfecta y agradable solución.
Aquella misma noche yo bajo a la playa, mientras Carla descansa en el hotel con un gran dolor de cabeza. Paseando, conozco a don Antonio, dueño de un chiringuito en la playa. Es un encuentro alegre y, según mi visión, providencial, dado que, además del clásico Fundador, me ofrece interesantes informaciones sobre Barcelona y nos consigue entradas para Barça-Santos y la corrida.
Los días siguientes visitamos las colinas que rodean la ciudad, el castillo, el Tibidabo, la Sagrada Familia y subimos también a Montserrat, siempre con el 600, sus puertas a contraviento y el asiento abatible. Recuerdo que vimos las carreras de perros: un circuito delimitado por un carril donde una liebre artificial corre como loca, y tras ella, los perros.
Gracias a las informaciones del hotelero genovés, nos enteramos que en el aeropuerto tienen una máquina de café Cimbali, que prepara el café al estilo italiano; cada día entonces, ¡una escala en el aeropuerto!
Del Barça-Santos recuerdo muy poco, en cambio la corrida sí que la recuerdo bien. Según don Antonio, el torero tenía que ser nada menos que El Cordobés, famoso en aquella época también fuera de España. ¡Una ocasión imperdible! Pero aquella vez, el gran torero, no logra matar el toro, belin, no hay manera: lo intenta una, dos, tres veces y al final lo mata entre los silbidos indignados del público.
Parece “Sangre y arena”. La pobre Carla, afectada por el espectáculo, se pone muy pálida, está a punto de marearse. Una señora que nota su sufrimiento, le ofrece en seguida un chupito de licor de anís, un verdadero sanalotodo.
No hay problema, todo va bien Carla, excepto el dolor de cabeza, claro.
Ya de regreso en Génova, busco a mi amigo para devolverle el asiento y lo encuentro preocupado.
- ¿Qué te pasa? – Le pregunto.
- Nino, ¿no has encontrado nada debajo del asiento que te dejé?
- ¿Debajo del asiento? – contesto.
- Sí, dentro del bolsillo del asiento.
- No, ¿qué había?
Voy, lo miro y ¡encuentro el permiso de circulación de su 600!
El pobre hombre estaba esperando con ansiedad que regresáramos para volver a usar su coche. En aquellos años, habría sido demasiado arriesgado circular sin documentación: si lo hubieran pillado, ¿qué policía se creería nuestra historia de intercambio de asientos?”.

Esto es, más o menos, lo que nos ha contado Nino Sanna, una noche de verano en un pueblo de montaña.
Aquellos fabulosos años 60, para nosotros, irremediablemente, en blanco y negro.


Entrevista a Nino Sanna: Paolo Gravela, Sara Delgado © CapGazette
Foto: © Carla e Nino Sanna
Traducción al castellano de Nicoletta De Boni.