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R-esistenze 5

R-esistenze 5

Quando ero giù a Marsala mio padre era uno stronzo. Era un violento. E quando non se la prendeva con me, le dava a mia mamma. Io a diciassette anni, lui non ci credeva ma ho preso una valigia e sono salito su un treno. A diciassette anni da Marsala a Colonia, lassù in Germania.
E lì, diciamo che mi son dato da fare. Un po' è che lì ti aiutano, ti danno una casa, trovi lavoro così ti metti a posto. Poi sono tornato e facevo il mercato. Abbigliamento vendevo. Col mio furgone me ne andavo a Napoli a caricare. E vendevo, ma vendevo e tanto. Le borse da spiaggia, i jeans. Sai le signore, se gli metti bene le cose sul banco … Mettevo quelle borse una dentro l'altra, eh … sai quante ne vendevo?! Poi arrivavo a casa, buttavo tutti soldi sul letto e mi ci buttavo sopra. Guadagnavo bene all'ora!
Poi quello stronzo di mio suocero, sai mia moglie era molto attaccata alla sua famiglia. Comunque lui mi ha dato un terreno e io, con il suo permesso ho costruito una casa. Bella, grossa. Lui lo sapeva e diceva che era contento. Poi quando era finita, boh. Si è incazzato e la voleva indietro, la casa e il terreno. Allora ho mollato tutto, preso baracca e burattini e sono venuto su.
Mia moglie non stava bene, diceva sempre che voleva tornare giù: le mancavano la mamma e il papà. Io mi sono arrangiato, tra Santa Rita e Cascine Vica. Lavoravo, non mi sono mai tirato indietro. Guidavo i pulmini per gli handicappati a Bardonecchia. Su e giù, su e giù. Poi quando è arrivato l'inverno mi hanno lasciato a casa. Qui a Torino quindi ho lavorato per gli autobus. Sempre chiuso là sotto in officina. Che rumore, sempre con 'sti motori accesi. Laggiù, sotto terra. Era uno scantinato, un'officina. Buio e rumore, buio e rumore. E noi glielo dicevamo che non potevamo farcela, che c'era troppo rumore. Ma lui niente, notte e giorno là sotto, con i motori su di giri a lavorare. È lì che la testa mi è partita. È lì che non ce l'ho fatta più. Mia moglie se n'è andata, mi ha detto che voleva tornare da sua mamma: era come una bambina, sempre la mamma voleva.

Ora è a Verona. Lei con i miei figli: due maschietti e una bambina, la mia bambina. Era dolce, era piccola così. Io la tenevo in braccio e lei piangeva. Quanti ricordi. Sul serio, io ho tantissimi ricordi!
Testo e foto: Andrea Gravela / Snodicomunicazione
CapGazette 10/2015

R-esistenze 4

R-esistenze 4 / Snodicomunicazione



Mi chiamo Butterfly e vengo dalla Costa d'Avorio. Ho 21 anni e sono qui a Torino, in Italia da due. Sono per strada perché ho litigato con mio padre. Lui ha una compagna, mia madre non so dov'è. È lì, lui con i miei 6 fratelli, e abbiamo litigato. L'ho mandato a fan culo e me ne sono andato. Poi ho perso le chiavi, il telefonino e ora sono in dormitorio, in corso Tazzoli. Ora parlo con mio zio, sai lui fa il sindacalista alla CGIL e penso che possa parlare meglio lui con mio padre. Sai tante sono le cose che dobbiamo dirci e io non riesco per ora a parlare con mio padre. Ieri sono andato da mio zio ma aveva una riunione, oggi ci riprovo. Mi ha detto che dopo le sei c'è. Intanto mi sono rotto un piede, mi fa male e non riesco ad appoggiarlo. All'ospedale me l'hanno fasciato ma poi la sera in dormitorio volevo farmi la doccia e ho tolto la fascia. Mi fa male pero!
Ciao e grazie.

Ho 80 anni e ho fatto il marinaio. Su un mercantile norvegese. In tutto il mondo sono stato io. Per primo sono stato a Baltimora, poi a Niuiorc, a Broccolino. Sai avevo dei parenti là. Poi sono ripartito. Per sei anni ho fatto tutto il mondo, sotto, nella nave, facevo il motorista. Poi a Genova una volta, son dovuto venire a Torino e l'ho sposata, sai per coprire la vergogna. Ora non so dov'è. Né lei né i figli. 4 ne abbiamo avuti. E poi sempre a Porta Nuova sono stato. Facevo il commerciante. Compravo e vendevo. Pure in prigione sono stato. Sai cose di ragazzi, coltellate, rapine, scippi. Eppure l'altro giorno un ragazzino mi ha preso il portafoglio. Poi è tornato e me l'ha restituito, per i documenti, sai. E ancora non ho capito come ha fatto. Sai io sono … me ne intendo, sono del mestiere. Ma non ho ancora capito come ha fatto. Va bo, ora sono in giro, c'ho la mia pensione e non la do a nessuno. È mia e solo io la tengo. Me la spendo come voglio io. Nessuno mi dice niente. Io non dico niente a nessuno. Non voglio storie, solo un ciao se vedo qualcuno. Poi mi piace star da solo. Vado a mangiare dove so io. Si mangia bene e non si paga niente. Un bel bicchiere di vino e basta. Non mi piace quelli che bevono sempre. Io solo un bel whisky dopo pranzo. E basta. Io così so vivere. Così ho sempre vissuto insomma. Io di Porto Empedocle sono. Esci da Agrigento e lì c'è il mare. Per quello ho fatto il marinaio. Se no mica ...

È passato un anno da quando non mi trovo più a dormire nelle 'Strutture di Prima Accoglienza della Città di Torino'.
Già... è passato un anno da quando è iniziata la mia ospitalità nella parrocchia, grazie ad un progetto della Diocesi.
Mi trovo all'interno di un sistema, io, piccolo uomo senza nulla in un ambiente dove si elogia il benessere e l'agio.
Caspita! Mi sento un pesce fuor d'acqua!
Ho una sensazione di inferiorità; ho proprio sbagliato tutto.
Invece di credere nei valori anche qui c'è proprio un sistema gerarchico. Mi spiace dirlo ma è proprio così. A volte penso che mi trovavo più a mio agio nei dormitori!
Non voglio chiedere la carità a nessuno e provo a uscirne con le mie gambe. Ci riuscirò?

La strada è il mio posto.
Ho provato tre anni fa a 'prendermi cura di me', come mi proponevano i servizi.
Sì, mi sono convinto che non potevo continuare a stare fuori e così sono entrato in una 'struttura di reinserimento', in provincia di Torino.
Uff: gli altri ospiti, gli operatori, le regole: tutto un po' obbligato. Certo ero al caldo, un letto, cibo.
Insomma una vita normale, ma quanto è stato duro reggere. Sentivo che stavo scoppiando, tenevo tenevo dentro e parlavo poco. Poi basta, ho fatto le valigie, non ho ascoltato nulla e nessuno e via … ritorno in città, in corso Matteotti, Porta Susa che conosco bene. Respiro aria, ci sono io e i miei bagagli. Leggo molto, cammino molto e riprendo la vita che per ora mi fa star bene.
Coperte, angoli, freddo.
Questa è la mia scelta!

Sono un signore rumeno, in Italia da molti anni e mi sono sempre arrabattato per vivacchiare in modo dignitoso.
Ho sempre lavoricchiato in nero grazie a conoscenti connazionali e italiani ai mercati. La fortuna però non mi accompagna. Lo stato della salute è peggiorato, ho il diabete che porta un problema serio all'arto inferiore. Il cuore fa scherzetti e così tra ricoveri e dormitori sento la difficoltà e la pesantezza nell'affrontare la quotidianità. Ho mantenuto relazioni informali che mi danno la forza e l'aiuto per seguire le prassi burocratiche e a gestire l'attesa.
Attesa: la parola più frequente in questo ambito. Ma a volte è difficile. Esce la voglia di mandare all'aria tutto. Però poi si deve ricominciare da zero e allora, per ora, provo a tener duro.
Texts: Andrea Gravela / Micky Summer - ©Snodicomunicazione.it
Foto: Andrea Gravela
CapGazette 6/2015

Berlino-Barcellona, una conversazione con Lucia Chiarla

Berlino-Barcellona, una conversazione con Lucia Chiarla
L’ultima volta che ho visto Lucia Chiarla c’era un incendio. Era la sera dell’11 aprile 1997 e a Torino bruciavano Palazzo Reale e la cupola del Guarini. Come molti altri curiosi, anche noi eravamo in Piazza Castello e osservavamo il fumo, le fiamme e il via vai dei pompieri. Correvano voci disparate su cause e danni del fuoco, lodi all’eroismo dei pompieri che, si diceva, venivano fin da Alessandria e Milano. Da allora non ho più visto Lucia, ma un giorno, circa dieci anni fa, ero a radio Contrabanda di Barcellona per il programma in italiano Zibaldone quando Roberto Fenocchio, che dirigeva la trasmissione, ha dato notizia dell’uscita del film 'Bye Bye Berlusconi' di Lucia Chiarla e ...
- Chi? - Ho domandato.
- Lucia Chiarla e ….
- Lucia? La conosco!
Adesso che abbiamo un’età in cui si tirano alcune somme e si cerca di far quadrare comunque conti un po’ bislacchi*, ho lungamente conversato con Lucia via mail tra Berlino, Barcellona, Genova e Torino. Ecco il risultato di più di tre mesi di domande, risposte, considerazioni strappate alla foga della routine.

*[Bislacco, dice il vocabolario Treccani, viene forse dal veneto bislaco, soprannome che si dava ai Veneti del Friuli e agli Slavi dell’Istria, dallo sloveno bezjak «sciocco»].
Una definizione di Lucia Chiarla di teatro.
Il teatro è un gioco. Un gioco serio. L’obiettivo è dirsi la verità. Non ci sono vincitori e vinti. Solo buon teatro o cattivo teatro. Qualunque storia può raccontare una verità, se l’attore regala qualcosa di personale, e se il pubblico esce di casa per mettersi alla ricerca di sé, o degli altri. Lo spirito di ricerca è fondamentale. Gli attori possono essere aperti e generosi, ma se il pubblico non si è seduto con l’intento di ascoltare, allora non c’è dialogo. Un buon pubblico è importante quanto dei buoni attori.
Il teatro è azione e reazione. Non accontentarsi, né di sé né degli altri, non nascondersi dietro a estetismi o narcisismi mette lo scambio tra persone che indagano la vita al centro del teatro. Diciamo che è un gioco che non vuole ridursi a un passatempo. Quando si esce da teatro ci si potrebbe chiedere: ho trovato una chiave che non avevo? Ho capito qualcuno che non avevo mai capito, ho provato qualcosa che avevo paura di provare? E un attore che entra in scena si dovrebbe chiedere: dove sono io in questa storia? Sono disposto a spogliarmi per regalare qualcosa a chi mi ascolta?
Non so se questa è una definizione di Teatro, ma è il teatro che mi piace.
Come è nato in te l’amore per il teatro? Da piccola, da adolescente? Cosa ti ha portato al teatro?
Ho scoperto il teatro per solitudine. Da adolescente, credendomi diversa dagli altri e circondata da amici che si sentivano diversi dagli altri, oscillavo tra sentimenti di inadeguatezza e desiderio di esprimere la mia unicità. Dovevo innanzitutto capire in cosa consistesse la mia unicità!, e questa ricerca mi ha aperto le porte dell’ ”io”. L’ansia di trovarmi non si placava facilmente e per lo più restava insoddisfatta o si traduceva in amori infelici, desiderio di giustizia per tutti, rabbia verso ogni cosa mostrasse un equilibrio. Questi pensieri diventavano insopportabili la domenica pomeriggio e a quindici anni, per salvarmi dalla noia di quei lunghi pomeriggi inconsistenti a camminare avanti e indietro sul lungomare, ho cominciato ad andare a teatro, con le mie sorelle. In sala le luci si spegnevano lentamente e io scoprivo così, seduta tra donne imbellettate e profumate, la magia del teatro. I soli nemici di quei momenti erano i colpi di tosse di signore distratte che sfasciando caramelle mi riportavano alla realtà (fortunatamente non c’erano ancora i telefonini!).
Quell’anno ho cominciato a frequentare un corso di teatro. Ero l’unica tra i miei amici ad avere un simile passatempo e questo mi rendeva poco cool, ma finalmente molto unica!, e per andarci dovevo prendere il treno che dalla provincia del ponente di Genova mi portava in centro città, passare tra i carruggi, percorrere salite sconosciute e parlare con persone stravaganti, che parlavano solo di teatro. Questo era solo l’inizio di un’avventura che si concludeva ogni volta nella lettura di poche battute. La ripetizione all’infinito di una frase e l’emozione che portava con sé calmava, anche se solo per pochi istanti, l’ansia di trovare delle risposte ai tanti "perché". Qualche anno dopo ho preso un treno che mi ha portata a Milano e lí sono rimasta per studiare teatro alla scuola d’arte drammatica fondata da Paolo Grassi. Poi ho continuato a cercare la stessa magia in altri teatri, in altri luoghi, salendo su altri treni.

Vent’anni dopo, ovvero oggi.
Oggi, vent’anni dopo, mi definisco un’attrice strana. Anzi, mi definisco un’osservatrice. Vivo a Berlino, dove si parla un’altra lingua, dove per il pubblico sono innanzitutto straniera. Questa condizione “strana” di “straniera” mi ha portato a ricercare da capo il senso della mia professione. Come se fossi rinata, o mi fosse data una nuova occasione per uscire dall’automatismo e riflettere.  Nella ricerca mi sono accorta che la mia necessità è parlare di temi su cui ho urgenza di indagare, partendo dalla pura osservazione. E il mio modo immediato per elaborare questi temi è raccontando delle storie. A Berlino mi sono ritrovata a confrontarmi spesso con il tema del “vivere altrove” che è diventato anche titolo di uno spettacolo teatrale realizzato con il Teatro Instabile Berlino, con cui collaboro dal 2007. Poi ho sperimentato il racconto attraverso la canzone, insieme all'istituto di cultura italiano di Berlino, in uno spettacolo pensato per raccontare la cultura italiana attraverso la musica. Il titolo “d’Amore e d’Anarchia” cita un film di Lina Wertmüller. L’elemento amoroso e quello anarchico diventavano nel mio lavoro il filo d’Arianna per condurre lo spettatore tedesco - per il breve tempo di un’ora e mezza - lontano dai cliché sulla cultura italiana. E poi c’è il cinema, altro strumento di racconto che amo. Il mio primo film, "Bye Bye Berlusconi", di cui sono sceneggiatrice e interprete, presentato al festival di Berlino nel 2006, era un film che in forma di satira politica affrontava una tematica vicina a “I giusti” di Camus, in cui i personaggi  si interrogano sul senso dei loro atti di giustizia e di morte. Della mia seconda sceneggiatura, a cui lavoro da diversi anni, in lingua tedesca, e che rappresenta il progetto più importante, vorrei raccontare poco. Una sceneggiatura, fino a quando non diventa un film non esiste per il pubblico. E come diceva Calvino nel Barone Rampante: “Le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure; per poco uno le dichiari o se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso o addirittura meschino.”!
Berlin
Kreuzberg
Faccio tesoro della tua citazione di Calvino e non indago oltre sulle “imprese”, in attesa della loro realizzazione. Buon lavoro, dunque. Come ti scrivevo, conosco bene la sensazione di spaesamento, “stranezza”, dici tu, forse straniamento, della vita all’estero. L'argomento è spinoso e forse anche in questo sarebbe opportuno dare retta a Calvino per evitare di sembrare presuntuosi e/o toccare "suscettibilità nazionali" e altre piaghe sensibili degli uni e degli altri. Ogni mio tentativo di spiegarmi, a quelli di qui e a quelli di là, come italiano a Barcellona finisce quasi sempre in una battaglia don chisciottesca. Tuttavia, se vuoi, possiamo fare l'ennesimo tentativo di spiegare le ragioni e le situazioni dell'espatrio, gli aspetti ricorrenti e quelli individuali. O cercarne il lato comico.
D'altro canto mi piacerebbe che ci parlassi degli spettacoli di teatro a cui hai assistito come spettatrice e che più ti hanno cambiata.
Ho provato a legare le due domande, ovvero io come straniera e lo spettacolo che in questo mi ha lasciato un segno.
Del “vivere altrove” ci sarebbe troppo da dire, e credo di essere ancora nella fase in cui questo troppo mi confonde. Quindi diciamo che è ancora presto per parlarne. Ad essere stranieri ci si abitua, come a tutto del resto, e mi consola pensare che anche quando vivevo nella mia città non mi sentivo mai completamente appartenente. Inizio a chiedermi se non sia una condizione del mio essere che con grande talento sono riuscita a rendere reale col mio trasferimento da ricordarmene perennemente, anche andando a fare la spesa. A questo proposito c'è uno spettacolo che ho visto e che mi accompagna in questa nuova fase della vita.  Uno dei primi spettacoli visto a Berlino, in lingua tedesca: “Murx den Europäer! Murx ihn! Murx ihn! Murx ihn! Murx ihn ab!” di Christoph Marthaler. Uno spettacolo cult in Germania che ho avuto la fortuna di vedere nella sua ultima rappresentazione, il febbraio 2006. Mi ero trasferita nel 2005, quindi ancora capivo molto poco di tedesco e della cultura tedesca. Lo spettacolo raccontava lo stato d’animo della popolazione della DDR poco prima della caduta del muro. Le parole non erano poi così importanti per la comprensione dell’opera. Quello che passava la messa in scena era un perenne sentimento di non appartenenza. I protagonisti, vittime di burocrazia, attese e assurdità, conservavano però un’ironia che diventava un collante salvifico. Ad ogni quadro si alzavano e intonavano insieme una canzoncina, molto nota in Germania : “Danke, für diesen guten Morgen”. Ovvero: “grazie, per questa buona mattinata! grazie”. Riscritta su una canzone da chiesa, con un testo pungente. Anch'io oggi, quando passo delle giornate a muovermi tra carte e faccende quotidiane, immersa nell’anonimato del sistema, con il mio numero di identificazione sotto mano per ogni cosa, canticchio quel motivetto e penso che l’ironia è l’unica salvezza.
Conversazione: Lucia Chiarla, Paolo Gravela
Foto: Paolo Gravela, Lucia Chiarla.
CapGazette, Mar. 2015