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Le barche. Le Drassanes e il Museu Marítim di Barcellona

Barche

Le Drassanes e il Museu Marítim di Barcellona

Dopo esser passate per il genovese e il veneziano, la ‘casa del mestiere' o la 'fabbrica’, custodite dalla parola araba Dār-ṣinā῾a, sono approdate nell'italiano sotto forma di 'darsena’ e 'arsenale’.
Nella città di Barcellona i più antichi arsenali marittimi, in catalano les drassanes, risalivano all’XI° secolo. Tuttavia, gli unici di cui oggi rimane testimonianza sono quelli che vennero costruiti ai piedi del Montjuïc a partire dalla seconda metà del XIII° secolo, sotto il regno di Pietro il Grande. Nel XIV° secolo, il re Pietro il Cerimonioso diede il via alla costruzione delle navate e l’arsenale assunse l’aspetto che tuttora conserva; si racconta che quell'ampliamento prese dimensioni tali che all'interno vi si potevano costruire contemporaneamente fino a 30 galere.
Quando nel 1369 si innalzò il terzo anello della cinta muraria cittadina, le darsene entrarono definitivamente a far parte del nucleo cittadino. Oggi sono la sede del Museu Marítim di Barcellona. Il centro propone un percorso tra le imbarcazioni che solcarono le acque catalane, mediterranee e oceaniche nel corso dei secoli, facendo rivivere al visitatore sia la storia medievale della potenza marittima catalano-aragonese, che quella delle navi moderne impiegate nella rotta d’oltreoceano. Tra barche da pesca di distinti tipi, navi da guerra e immagini di transatlantici il pezzo forte è senza dubbio la riproduzione de “La Capitana”, la Galera Reale di Giovanni d’Austria che venne costruita qui nel 1568 e che nel 1571 portò i cristiani a vincere i turchi nella battaglia di Lepanto; è lunga 59 metri ed è decorata con preziosi motivi barocchi dai colori rosso ed oro.
Non poteva mancare una riproduzione dell’'Ictineo', il primo sottomarino della storia che proprio nelle acque del porto di Barcellona si immerse nella seconda metà dell’Ottocento. Ci incuriosisce inoltre l'esposizione dei mascarons (mascheroni o polene), quelle figure in legno di uomini e animali selvaggi o mistici che venivano installate sulla prua per allontanare le forze occulte del mare. Qui la Blanca Aurora, il Negre de la Riba, il Ninot non sono altro che versioni ottocentesche dell'occhio protettore di Egizi e Fenici e delle sculture delle navi vichinghe. La scultura del Ninot, che è un ragazzino che porta in una mano un diploma di nautica e nell’altra un berretto da marinaio, è probabilmente la più nota in città grazie al fatto che sulla facciata di uno dei mercati primo novecenteschi più frequentati, chiamato appunto il ‘Mercat del Ninot’, è in bella mostra una sua riproduzione in bronzo.


Secondo la leggenda si tratterebbe di un mascaró appartenuto ad una nave di trasporto di schiavi naufragata nella costa barcellonese; si racconta che il capitano si salvò dal naufragio aggrappandosi al Ninot per raggiungere la città.
Appena messosi in salvo, il capitano festeggiò così di gusto e di bevute che quella notte dimenticò il mascherone in una taverna che si trovava di fianco ad un mercato, ancora senza nome...
Stando invece a un'altra versione, il Ninot sarebbe appartenuto ad una nave di bandiera italiana che in una notte di tempesta approdò nel quartiere della Barceloneta; una ragazza che passeggiava in riva al mare col fidanzato e i suoceri, vedendo arrivare la nave, mise alla prova il promesso sposo, chiedendogli di recuperare la polena della nave.
E l’innamorato così fece, la ragazza se ne tornò a casa col suo Ninot e il giorno dopo il padre, pure lui fiero della prodezza del genero, lo appese nella taverna che gestiva vicino ad un mercato.
L’edificio delle drassanes di Barcellona è uno splendido esempio di gotico civile catalano con una parte centrale formata da otto navi parallele ad archi semicircolari sostenuti da pilastri di sei metri. Anche se pare che dell’originario edificio rimanga solo la facciata marittima risalente al XIV° secolo, nel corso delle modifiche apportate successivamente si adottò la stessa tipologia costruttiva della struttura originaria; continuano dunque a risaltare alcuni elementi gotici tipicamente catalani e assenti nell'architettura dello stesso stile diffusasi nel resto d’Europa: gli archi semicircolari non delimitano un lungo corridoio slanciato verso il cielo, bensì grandi sale quadrangolari, che danno la sensazione di un unico ed ampio spazio e oltre alla pietra, materiale più rappresentativo del gotico europeo, si è fatto uso anche del legno.

Gli arsenali passarono sotto il controllo della corona di Castiglia a metà del XVII° sec., dopo la guerra dei Segadors (1640-1659) e con Filippo Vº furono destinati ad arsenale militare; solo nel 1935 l’esercito li cedette alla città di Barcellona.
Tra la prima metà del XIII° sec. e il XV°, in epoca d’espansione della marina catalano-aragonese, negli arsenali di Barcellona si costruirono imbarcazioni di tutti i tipi, dalle barche più piccole fino alle grandi navi commerciali che percorrevano le rotte verso il Levante e verso i paesi del Nord Europa. Il legno utilizzato proveniva prevalentemente dai boschi dei Pirenei, ma anche da quelli della Croazia e delle Fiandre. Al suo interno lavoravano i costruttori di corde (corders) e di remi (remolers) , i tessitori di vele (velers), i fabbri (ferrers) e i maestri d'ascia ovvero i falegnami marittimi (mestres d’aixa). Terminata e preparata la nave, i proprietari la affidavano al capitano (patrò). Con lui avrebbero viaggiato due scrivani-contabili, uno con il compito di controllare e segnare su un registro tutte le spese e le entrate del viaggio e l’altro responsabile della mercanzia lasciata a bordo al momento della partenza. Oltre a mozzi e marinai, non sarebbe mancato un barbiere, che all'occorrenza sarebbe diventato chirurgo, i trombettieri per gli ordini da trasmettere all’equipaggio, il maestro d'ascia e una persona che si sarebbe occupata dei salari.


Text: Nicoletta De Boni © CapGazette
Foto: © Renata Scanu
Maggio 2105

Da una nave russa a unaphotoalgiorno. Chiacchierata sulla fotografia con Graziano Paiella


Da una nave russa a unaphotoalgiorno.
Chiacchierata sulla fotografia con Graziano Paiella


Martedì 8 febbraio 2011 tira poco vento a Roma, il clima è mite e un anticiclone proveniente dalle Isole Azzorre rende la giornata umida e soleggiata. Mentre le temperature ondeggiano tra un minimo di 4 e un massimo di 16 gradi e qualche nuvola bassa si muove a traffico moderato sopra il Mar Mediterraneo e il Tirreno, Graziano Paiella prende di spalle Castel Sant’Angelo, ritraendolo oltre una finestra sporca. Gli aloni del vetro diventano sbavature dei raggi del sole e si confondono con la chioma cascante di un albero.
È in quel momento che egli decide che ogni giorno avrà la sua foto.
Siamo nella primavera del 2015 e la storia di unaphotoalgiorno è oramai una lunga storia, che continua. Quattro anni di fotografie scattate quotidianamente in Italia, ma qualche volta anche oltre confine, quotidianamente condivise nel suo profilo facebook e custodite nel sito www.grazianopaiella.com.
Di questa storia e d'altro abbiamo parlato con Graziano Paiella.

Mi incuriosisce innanzitutto sapere cosa ci fosse prima della sfida di quel martedì e quali foto prima di quella che ha dato il via a unaphotoalgiorno
Direi che la mia passione per la fotografia nasce con il regalo della mia prima macchinetta fotografica, una MINICOMET Bencini, un piccolo apparecchio anni '60. Con quello, a circa 7 anni, ho scattato le mie prime foto. Mi ricordo ancora quando i miei genitori ritirarono le stampe e mi dissero che alcune erano venute male, con strane inquadrature, io però le avevo scattate così apposta...
Poi un viaggio a Venezia, all’età di 17 anni, contribuì in modo determinante a consolidare questo amore. Ricordo una foto in particolare: era il 1977, una nave russa entrava nel canale con la sua falce e martello sulla ciminiera, io mi affrettai a scattare e solo dopo, con la stampa, mi accorsi che era entrato nell’inquadratura un gabbiano in volo, leggermente mosso. Mi conquistò. Credo che nella fotografia, come in tutte le arti, per un buon risultato debbano fondersi una serie di elementi, dalla tecnica, alla luce, al soggetto e qualche volta interviene il caso che rende il tutto più interessante. Non che nei miei lavori l'elemento casuale sia indispensabile, ma a volte può diventare un valore aggiunto, imprevedibile, e in quella foto di Venezia fu determinante. La scattai con un vecchio apparecchio a soffietto, una Kodak Retinette. Era di mio padre. 


Tutte le immagini di unaphotoalgiorno, sono davvero tante, sono scattate con uno smartphone?

Sì, le immagini ad oggi sono circa 1500, è un po’ una follia, ma l’impegno quotidiano mi diverte e mi tiene allenato l'occhio. Da circa 5 anni le mie foto sono scattate quasi esclusivamente con lo smartphone. È un oggetto versatile, ma soprattutto è sempre con me.
La qualità non è alta, ma la velocità e l’immediatezza possono essere a volte molto utili. Mi basta vedere un luogo, un taglio di luce o qualcos’altro che attira il mio sguardo e sono pronto a fissarlo in un file. Tutto all’istante e un attimo dopo, posso condividere lo scatto con centinaia di persone. Tutto ciò è affascinante per uno come me che viene dalla fotografia analogica, fatta di tempi lunghi ed attese per lo sviluppo e per la stampa. Senza nulla togliere a quel meraviglioso mondo della fotografia su pellicola, alla quale io sono molto affezionato.
Da quel che dici, capisco dunque che l'immediatezza con cui si può fruire delle immagini non ti sembra un limite, anzi, tutt'altro. Forse il fatto che si tratti di una foto al giorno, quindi di una storia che sappiamo che avrà un seguito, ci aiuta a non logorarle? È la costanza del tuo discorso fotografico a frenare un po' la velocità della fruizione?

Il ritmo incessante dello scorrere delle immagini al quale oggi siamo sottoposti è impressionante, ne siamo bombardati costantemente. Da quando ero bambino, dagli anni 70 ad oggi c’è stata un’immensa accelerazione del nostro rapporto con le immagini, sia con quelle in movimento, di cinema e televisione, che con quelle fisse. Questa sovraesposizione ha spinto inevitabilmente il video e la fotografia a progredire nel loro linguaggio e a sviluppare nuovi modi di vedere. Oggi, con la diffusione degli smartphone, siamo tutti fotografi o videomakers, tutti siamo in grado di leggere una buona fotografia. Facebook è un canale nel quale scorrono quotidianamente un illimitato flusso di parole ed immagini, sia video che fotografiche, e sono proprio queste ultime che moltiplicandosi in maniera esponenziale con la condivisione, lo rendono il social network più attraente. Ecco, a me piace immergere le mie foto in questo fiume, e quando il mio scatto condiviso blocca lo sguardo di qualcuno che clicca poi sul like, credo di essere riuscito a trasmettere qualcosa. Per me Facebook è una bacheca sulla quale posso fissare le mie fotografie, i momenti che vedo, come fossero post it con i miei appunti attaccati a una parete.
Di questo tuo lungo reportage fotografico, oltre alla quotidianità, vorresti evidenziare altre costanti?

Altra costante è la parola ricerca, la ricerca nel quotidiano di immagini che riassumano un emozione o per isolare delle immagini dal fluire troppo veloce del nostro vedere, una ricerca per soffermarsi a guardare. Mi capita spesso di ricevere apprezzamenti per unaphotoalgiorno, anche da persone che non incontro abitualmente ma fruitori di Fb.
Alcune di loro mi raccontano che, seguendo il filo del mio discorso, sono state attratte e condizionate dal mio punto di vista ed hanno cambiato modo di fotografare. Ciò mi colpisce e, devo ammettere, mi gratifica molto.
 Suggerire uno sguardo attraverso un’immagine credo sia una delle cose più affascinanti e anche più difficili per un fotografo. Vuol dire che l’immagine è stata recepita e si è fissata nella memoria e può aiutare nel tempo a vedere e guardare in modo diverso. Un po’ come il ritornello di una canzone che ci si ritrova a fischiettare inconsapevolmente. Per me la fotografia è una musica per gli occhi.

Le persone sono spesso assenti nelle tue foto, eppure quando io le guardo mi capita spesso di aspettare che qualcuno ritorni; voglio dire che gli spazi che ritrai mi sembrano luoghi momentaneamente, solo momentaneamente, abbandonati. Come se ci fosse sempre una voce in lontananza, che fa compagnia.

È bello quello che dici, grazie, rimanda ad un mio modo di essere. È vero, le persone spesso sono assenti, ma a volte entrano da sole in certe immagini, come il gabbiano. Arrivano improvvisamente e io le lascio lì! Sono volute entrare e io le lascio dentro! Le chiamo comparse.
Tornando al tema del guardare, hai già parlato di "soglie" in occasione di una tua mostra a San Francisco.

La mostra del 2014 a San Francisco è stata una grande conferma dopo tanti anni di fotografie, finalmente la mia prima vera mostra fotografica. Titolo “Soglia”, “Treshold”. Il tema mi è stato suggerito dalla lettura di Lezioni di fotografia, bellissimo libro del maestro Luigi Ghirri. Per lui: «Fotografare vuol dire escludere, e questo si fa con l’inquadratura che è, appunto una soglia.
[…] L’inquadratura non è solo bordo, ma una 'soglia': un punto nello spazio in cui si fronteggiano il mondo interiore del fotografo, io-pelle con occhio abnorme, e l’ammasso inerte e silente che sta fuori». Da queste parole ho tratto spunto per la mia mostra . La mia ricerca fotografica sulla soglia è stata una sfida nel trovare ulteriori soglie da inserire nell’inquadratura del paesaggio marino, con l’intento di portare lo sguardo dell’osservatore su un solo punto: l’orizzonte del mare. E allora nelle mie immagini appaiono elementi casuali atti a concentrare l’attenzione sulla linea di confine tra cielo e mare, elementi trovati sulle spiagge o sulle strade lungomare del Tirreno, Adriatico e Jonio. Vedere queste fotografie del paesaggio italiano nel contesto di una città come San Francisco è stato per me motivo di grande soddisfazione.

Oltre al tuo lavoro di regista e a Luigi Ghirri, chi o che cos'altro ritieni che ti abbia insegnato uno sguardo?

Ogni fotografo ci insegna a guardare le cose in modo nuovo, ma Luigi Ghirri per me è stato colui che ha condizionato ed emozionato con più forza le origini della mia fotografia. Poi ho scoperto Gabriele Basilico che ha influenzato il mio modo di vedere la città. Infine Hiroshi Sugimoto che ha sintetizzato il linguaggio fotografico con le sue foto dedicate al mare, cancellando il superfluo e riducendo la fotografia a una linea: l'orizzonte, il cielo sopra e sotto il mare, fotografato in diversi luoghi ed in diverse ore sulla terra.


CapGazette ringrazia Graziano Paiella e le sue fotografie


Clicca sulle immagini per entrare nel sito fotografico www.grazianopaiella.com
Chiacchiere: Graziano Paiella e Nicoletta De Boni © CapGazette
Foto: Immagini tratte dalla mostra 'Soglia' e 'Altare della patria', Roma 1967 © Graziano Paiella
Maggio 2015

All’Isola di San Lazzaro degli Armeni. Seconda parte

All'Isola di San Lazzaro degli Armeni
Seconda parte

Per entrare nella chiesa del monastero di San Lazzaro degli Armeni si attraversa un chiostro rinascimentale che fa da corona a un piccolo giardino. Tra le piante troviamo un'antica glicine, dei roseti, un'Araucaria araucan, detta anche Pino del Paranà, e naturalmente l'albero simbolo dell'Armenia: il melograno. Nella mitologia greca il melograno viene associato alla dea Afrodite, ai cristiani ricorda la perfezione divina, per gli ebrei simboleggia la terra promessa, mentre i musulmani lo evocano contro l'odio e l'invidia. Nella parte settentrionale dell'isola i filari di pini si alternano a quelli dei roseti; è qui che vengono coltivate le rose da cui i frati ricavano il vartanush, la famosa marmellata fatta con i petali raccolti all'alba o al calar del sole durante il mese di maggio.
Su una parete del chiostro si leggono alcuni versi che sono stati tradotti dalla scrittrice italo-armena Antonia Arlsan e che sono tratti dal Ritorno di Daniel Varujan, il poeta armeno morto nel genocidio del 1915:
Questa sera veniamo da voi, cantando un canto, / per il sentiero della luna, / o villaggi, villaggi; / nei vostri cortili / lasciate che ogni mastino si svegli, / e che le fonti di nuovo / nei secchi irrompano a ridere. / Per le vostre feste dai campi, vagliando / vi abbiamo portato con canti la rosa. / Questa sera veniamo da voi, cantando l’amore, / per il sentiero della montagna, / o capanne, capanne; / di fronte alle corna del bue / lasciate che infine si aprano le vostre porte, / che il forno fumi, che si incoronino / di un fumo azzurro i tetti. / Ecco a voi le spose con i nuovi germogli / hanno portato il latte con le brocche. / Questa sera veniamo da voi, cantando la speranza, / per il sentiero del campo, / o fienili, fienili; / tra le vostre buie pareti / lasciate che risplenda il nuovo sole, / sui tetti verdeggianti / lasciate che la luna setacci la farina. / Ecco vi abbiamo portato il fieno raccolto in covoni / la paglia con il dolce timo. / Questa sera veniamo da voi, cantando il pane, / per il sentiero dell’aia, / o granai, granai; / nell’oscurità del vostro seno immenso / lasciate che sorga il raggio della gioia; / la ragnatela sopra di voi / lasciate che sia come un velo d’argento; / poiché carri, file di carri vi hanno portato / il grano in mille sacchi.
La chiesa mantiene la struttura a tre navate dell'originaria e trecentesca chiesa benedettina, ma dopo il primo restauro effettuato nel Settecento da Mekhitar, padre del monastero e dell'ordine, ha continuato a subire modifiche fino al secolo scorso. Al suo interno, come in tutte le chiese armene e in ricordo di una visione della Madonna avuta dal fondatore, c'è un altare consacrato alla Vergine; sopra l’altare principale i ritratti delle vetrate colorate raffigurano San Lazzaro, patrono dell'isola, e San Mesrop.
Fu quest'ultimo che, per poter tradurre la Bibbia, creò nel 405 l’alfabeto armeno, composto allora da 36 diversi segni, 7 vocali e 29 consonanti; Mesrop scelse allora anche il tipo di scrittura, da sinistra a destra, come nel greco, e non al contrario, come invece succedeva nella scrittura assira. Davanti all'altare maggiore può scorrere una grande tenda rossa che viene chiusa durante la Quaresima per separare la divinità dall’uomo e riaperta nel giorno della resurrezione, quando l’umanità è stata salvata dal peccato originale.
Alltri due ritratti vanno considerati piuttosto importanti per la storia religiosa armena: uno è quello di San Antonio Abate, qui però col volto di Mekhitar; infatti al momento della fondazione dell'ordine ci si rifece proprio alle regole di quello benedettino: ora et labora. L'altro è il ritratto di San Gregorio l'Illuminatore, grazie al quale nell'antica Armenia il cristianesimo divenne religione di stato.
La biblioteca e il museo si trovano al piano superiore; c'è un telescopio del Seicento posto accanto alla porta d’ingresso, a voler ricordare l’importanza che l’ordine mekhitarista ha sempre conferito agli studi e alla ricerca, quali mezzi che avvicinano alla verità o la svelano. Fu proprio grazie a questo che Napoleone considerò San Lazzaro degli Armeni più come un centro di studi e di cultura, che non come centro religioso, risparmiandone così la chiusura.
Il museo raccoglie molti oggetti un tempo appartenuti ai commercianti armeni. Uno dei pezzi più importanti della raccolta è la palla di Canton, opera di un monaco buddista che da una zanna di elefante ha ricavato una sfera d'avorio composta a sua volta da altre quindici sfere indipendenti l'una dall'altra e impreziosite con incisioni di scene della vita di Budda.
Nella biblioteca si trovano da una parte i libri religiosi e dall’altra i libri scientifici; superati gli scaffali si entra in una stanza con una serie di vetrinette che custodiscono oggetti di culto di vario tipo: una spada di Leone VI, ultimo re di Cilicia, ceramiche e monete, una maschera mortuaria del musicista armeno Komitas Vardapet, morto nel 1935 e artefice della raccolta delle più importanti musiche tradizionali armene. Nella successiva sala, detta di Byron e così chiamata perché il poeta inglese la usava come studio quando tra il 1815 e il 1817 soggiornò sull'isola, c’è un trono indiano del 1400 e la mummia egiziana del principe Nehmekhet, perfettamente conservata.
Al termine della visita risalpiamo in direzione della Riva degli Schiavoni e pare quasi di abbandonanare il leggendario paradiso terrestre delle antiche terre armene. Il buio è già sceso quando saliamo sul vaporetto; grazie a un miraggio, e a questa visita, l'imbarcazione si trasforma nell'Arca di Noè che, approdata nella notte dei tempi sull'Ararat, ora scende dal più alto monte d'Armenia e riprende il suo viaggio.


Text & Foto: Nicoletta De Boni © Cap Gazette
Marzo 2015

A testa alta, parole e palloni

A testa alta, parole e palloni.


A volte i libri nascono da una parola, da una frase o anche da un silenzio, ma in questo caso posso dire che è stata proprio un’immagine a far scatenare la scrittura; lo dice Francesco Luti Mazzolani, pensando a come è nato il suo ‘A testa alta. Il cammino del Sarrià’ (Nicomp L.E., Firenze).
È questo il titolo che assieme alla foto di copertina della nazionale di calcio del 1982 a me, che di calcio per la verità capisco poco, ha riconsegnato una manciata di sere d’estate di 33 anni fa: Italia-Argentina 2 a 1, Italia-Brasile 3 a 2, uno stadio che non c’è più, una città, Barcellona, che ci stava portando fortuna, un paese, la Spagna, non cosí lontanto ma esotico a quei tempi, o forse all’età che avevo. Li ritrovo infatti dentro il libro questi miei ricordi:
«L’Italia la guardavamo a casa in famiglia (...). La televisione a colori era giunta per Natale, il penultimo tutti insieme, una Grundig di finta radica che sarebbe campata vent’anni! (...) Tutta l’Italia dell’anagrafe: tutta stretta nel proprio salotto o al bar».
Va subito detto però che questo lungo racconto non narra solo dell’avventura calcistica dei mondiali di Spagna; vale quindi la pena di andare avanti e, come ci consiglia lo scrittore, di procedere con lui nello scavo della memoria.
Francesco Luti ha terminato circa un anno fa questo suo lavoro che è la stesura di un attraversamento di campo che l’ha portato dalla porta di casa della Firenze di nascita alla porta della Barcellona d’adozione. Attenzione però, di avversari da vincere qui non ce ne sono e le due città rappresentano un passato e un presente, una sorta di botta e risposta alla vita; su quel filo dell’esistenza tirato tra l’una e l’altra quella che si legge è una bella partita, giocata con ottimi compagni di squadra.

Francesco, qual è quell’immagine da cui è sbucato il racconto?
Ero bambino, vivevo proprio accanto allo stadio di Firenze, al quinto piano di un edificio al numero uno di Viale de’ Mille. Da quell’altezza godevamo di una vista privilegiata sulle partite che vi si disputavano, ma quando gli incontri erano tranquilli, ovvero al sicuro da tifoserie troppo aggressive, allora mio padre portava me e i miei fratelli dentro lo stadio. Dall’alto della grata della Maratona, dove noi ci si piazzava, io puntavo lo sguardo sul mio idolo, Giancarlo Antognoni. Quando c’era un calcio d’angolo scendevo giù veloce fino all’inferriata di bordo campo per gridargli: Antonio, Antonio! Poi, dopo il corner, tornavo al mio posto, salendo a fatica con quella falcata da bimbo di dieci anni che ero, e mio padre in quel momento mi domandava: Allora? Cosa ti ha detto? Ti ha sentito? E io gli rispondevo: Sì, sì, forse, mi pare di sì, mi ha guardato...

È col ricordo del padre che l’affetto inizia a pervadere tutto il libro, quel papà che Francesco perderà qualche mese dopo la vittoria dei mondiali dell’82, quand’era davvero ancora troppo piccolo per sopportare quella che: «In inglese si dice injury, e a me piace questa parola anglosassone che offre un ventaglio maggiore, e volendo si può credere perfino che quella frattura sia anche un’ingiuria. Come una sciabolata netta al cuore dell’esistere».
Se poco più di un anno prima gli era già sembrata un’ingiuria, appunto, una ginocchiata in testa che nella partita contro il Genoa aveva messo fuori gioco per mesi il suo Antognoni, ora la vita colpiva quel bambino con un taglio netto. Eppure quel padre continuerà sempre con la sua assenza a fargli compagnia in inseguimenti e appostamenti di vario genere, primi su tutti quelli al bell’Antonio, il grande giocatore della piccola squadra, il campione che fu e la persona per bene che continua a essere.

Così tra un campionato e l’altro, tra un mondiale e l’altro passano gli anni e Francesco sceglie le parole come compagne predilette del suo vagabondare tra paesi, ricordi e palloni.
Ha ormai vent’anni, è su un volo della Panam che lo porta in vacanza a New York insieme alla madre, a un quaderno azzurro e a due penne bic. Proprio al Giants Stadium della Grande Mela, anni prima, Giancarlo Antognoni era stato finalmente coronato migliore giocatore nella partita post mondiale tra Europa e Resto del Mondo, riprendendosi in tal modo quel merito che la sfortuna gli aveva sottratto impedendogli di giocare la finale spagnola.
Dentro quell’aereo i palloni di questa storia traghettano verso la scrittura, complice lo sguardo incoraggiante, attento e distratto di una madre a cui questo libro è dedicato e che era colei che non aveva mai dimenticato il grande amore del figlio per le parole. «Il pallone e le parole queste due Pi a incedere l’esistere, gomito a gomito. […] Frugare nelle sillabe, nelle consonanti e nelle vocali, come un mendicante nella spazzatura del nostro tempo.»
Per il nostro autore il calcio assomiglia alla scrittura anche perché entrambi sono fortemente legati all’improvvisazione, ciò che invece è ben diverso è il rapporto che scrittore e calciatore hanno coi loro rispettivi mestieri, perché se smettere di scrivere per il primo può essere una scelta, smettere di giocare per il secondo è un’imposizione.

Perché il titolo ‘A testa alta. Il cammino del Sarrià’?
Ho voluto rendere omaggio da un lato al gioco elegante di Antognoni che procedeva guardando le stelle e dall’altro anche alle mie scelte, quella di fare lo scrittore, nonostante le difficoltà che si affrontano, per esempio riuscire a sbarcare il lunario... e quella di farlo in un paese che non è il mio: a stare lontani se ne guadagna senz’altro in termini di una gradevole nostalgia, ma c’è anche il sacrificio di separarsi da chi non ti accompagna nel viaggio. Il cammino dai gradoni dello stadio di Firenze fino al Sarrià è anche il mio cammino personale.
Si legge nel libro: «E l’eco della nostalgia te lo offre bene l’altrove. Invidio la nostalgia dell’esiliato […]. Come l’ama l’esiliato la terra d’origine, non l’ama nessuno. È consistente il bagaglio che ci si porta addosso quando si è lontani, e c’è senz’altro dell’epico in colui che se la gioca fuori casa.»

Francesco tifoso, Francesco figlio e bambino, Francesco scrittore, Francesco giocatore e viaggiatore, ma anche Francesco investigatore, detective:
Sì, in una presentazione del libro mi è stato detto che a volte leggendo queste pagine si ha quasi l’impressione di seguire il lavoro di un investigatore che va a caccia di prove, ci si riferiva in particolare a due incontri di cui parlo nel libro: uno con Tonino Fernández, il custode del Sarrià nei giorni del mondiale, che oggi è in pensione e porta l’orologio sul polso destro come Antognoni. Un quiet man alla John Wayne, che alle 7 del mattino del 5 luglio dell’’82, il giorno di Italia-Brasile, aprì il cancello dello stadio del Sarrià in compagnia di Isidro, l’artista tagliaerba, Carmelo, l’aiutante elettricista e Manolo, carpentiere responsable dei sanitari. L’altro incontro invece è avvenuto in Brasile, a Cabo Frio dove andai a cercare Leandro, il giocatore che alla fine di quella partita del 5 luglio era corso a scambiarsi la maglia con Antognoni. Poi c’è anche una gita all’Hotel Castillo di Sant Boi de Llobregat, dove alloggiò la Nazionale nelle sue giornate barcellonesi e dove ho incontrato José Márquez il maître dell’hotel nell’ ’82.
Che bella è l’immagine di Tonino Fernández e Francesco Luti seduti a un bar della Carretera de Sants, tutti intenti a ricordare la giornata e lo stadio che furono davanti a due succhi d’arancia, poi il ricordo dei paesaggi brasiliani che si sovrappongono fuori dal finestrino del pullman che va da Rio a Cabo Frio e infine quell’attendere Leandro, dentro la pousada di sua proprietà.

I divagabondaggi, come li chiama Francesco Luti, finiscono e ricominciano, dentro e fuori il libro, in Spagna, quel paese del quale per primo gli aveva parlato proprio il padre mentre gli mostrava le fotografie di un suo viaggio in vespa alla fine degli anni Cinquanta, ma finiscono e ricominciano anche nell’amicizia con Giancarlo Antognoni e nell’intera, coraggiosa squadra che grazie e queste pagine l’autore ha rimesso insieme.

Ma a Giancarlo, che ora è un amico, hai domandato se allora ti sentiva quando scendevi i gradoni e gli gridavi Antonio, Antonio?
Sì, gliel’ho chiesto, gliel’ho chiesto eccome, mi ha risposto maaah, sai, in quei momenti là... Ma come?! E io che ho pure il taglio di capelli all’Antognoni! Comunque io credo che anche se non riescono a distinguere le voci durante la partita, poi io mi immagino che i cori, che quelle frasi possano ritornare nella testa dei calciatori, magari anni e anni dopo, quando non giocano più, quando quell’altra vita è ormai solo un ricordo, quando devono reinventarsi e forse sono lì come pipistrelli senza riferimenti, ecco forse quelle grida, quel tifo di un bambino servono a restituirgli la loro storia proprio in quei momenti lì.


Cap Gazette ringrazia Francesco Luti Mazzolani e tutti i suoi compagni di squadra.



Intervista a Francesco Luti Mazzolani: Nicoletta De Boni © Cap Gazette
Nella foto l'autore con 'A testa alta. Il cammino del Sarrià' e il taglio all'Antognoni.
Febbraio 2015

El viaje de Nino y Carla

El viaje de Nino y Carla

 
“Carla y yo nos casamos en 1963. Para el viaje de novios, en aquellos años, todo el mundo aconsejaba ir a España, porque era un lugar bonito y barato. Concretamente, en la oficina, me habían hablado de Castelldefels, una localidad de la costa, un poco más al sur de Barcelona.
Ostras, le digo a Carla, ¡vayamos allí!
Como muchos italianos de entonces, yo también tenía un FIAT 600 con las puertas a contraviento; es decir, que se abrían al revés. En inglés les llamaban “suicide doors”, sin embargo, a nosotros, afortunadamente, nunca nos pasó nada. Nada grave, por lo menos.
Desde Génova hasta Barcelona, por las carreteras estatales sería un viaje largo e incómodo. Le hablo del tema a un amigo que había comprado el nuevo 600 y muy amablemente me ofrece su asiento. Sí, el asiento; entonces se podían intercambiar con facilidad, quitarlos y montarlos en otro coche. Su asiento tenía una ventaja incuestionable: estaba equipado con un respaldo reclinable, óptimo para el descanso. Finalmente salimos con el viejo 600, con puertas a contraviento, asiento extraconfort y el entusiasmo de aquella época.
La primera noche dormimos en Francia, en Niza. Recuerdo también una deliciosa comida en Marsella y la llegada nocturna en Perpiñán donde, agotado ya, encuentro una pensión. Se trata más bien de un hotelito de mala muerte, donde se alojan principalmente argelinos y Blouson Noir.
Nos proponen una habitación en el entresuelo y, para el 600, el pasillo; imagínese lo contenta que está Carla. Como si esto no bastara, a lo largo de la noche, nos despierta de repente un gran trasiego: ¡es el rápido nocturno y pasa justo detrás de nosotros!
Yo trato de tranquilizarla: “Nada grave, Carla, todo va bien”.
El día después, entramos en España y nos paramos a comer en un pueblo de la costa con un puerto bastante grande y activo, Pálamos o Palamós, si no me equivoco, donde comemos la famosa paella. ¡Buenísima! Al final de la tarde, cuando entramos en Barcelona, nuestro mítico 600 con puertas contraviento es flanqueado por un grupo de chicos en moto. ¿Comité de acogida para turistas extranjeros? No recuerdo exactamente que intenciones tenían, pero cuando les pido indicaciones para Castelldefels, me las proporcionan con gran cortesía.
“Todo va bien, Carla, falta poco.”
Superamos Barcelona y allí estamos: destino alcanzado. No me da tiempo a parar el coche que oigo a alguien llamarme: “Oh, belin, scè l’è de Zena?” - “Ostras, ¿usted es de Génova?” - (sin duda había leído en la matrícula ‘GE’). Sí, le contesto. Él también es de Génova. Puede ser que fuese un fascista huido años antes de algún apuro y llegado, quien sabe como, hasta aquel pueblo.
Total, que como buenos paisanos que se reencuentran en el exterior, celebramos con abrazos y sonrisas nuestro encuentro. Me dice que es el propietario de un hotel recién construido y nos ofrece una habitación muy grande, con teléfono y sistema de depuración de agua, característica esta última que le enorgullece mucho. Para nosotros, recién casados, una perfecta y agradable solución.
Aquella misma noche yo bajo a la playa, mientras Carla descansa en el hotel con un gran dolor de cabeza. Paseando, conozco a don Antonio, dueño de un chiringuito en la playa. Es un encuentro alegre y, según mi visión, providencial, dado que, además del clásico Fundador, me ofrece interesantes informaciones sobre Barcelona y nos consigue entradas para Barça-Santos y la corrida.
Los días siguientes visitamos las colinas que rodean la ciudad, el castillo, el Tibidabo, la Sagrada Familia y subimos también a Montserrat, siempre con el 600, sus puertas a contraviento y el asiento abatible. Recuerdo que vimos las carreras de perros: un circuito delimitado por un carril donde una liebre artificial corre como loca, y tras ella, los perros.
Gracias a las informaciones del hotelero genovés, nos enteramos que en el aeropuerto tienen una máquina de café Cimbali, que prepara el café al estilo italiano; cada día entonces, ¡una escala en el aeropuerto!
Del Barça-Santos recuerdo muy poco, en cambio la corrida sí que la recuerdo bien. Según don Antonio, el torero tenía que ser nada menos que El Cordobés, famoso en aquella época también fuera de España. ¡Una ocasión imperdible! Pero aquella vez, el gran torero, no logra matar el toro, belin, no hay manera: lo intenta una, dos, tres veces y al final lo mata entre los silbidos indignados del público.
Parece “Sangre y arena”. La pobre Carla, afectada por el espectáculo, se pone muy pálida, está a punto de marearse. Una señora que nota su sufrimiento, le ofrece en seguida un chupito de licor de anís, un verdadero sanalotodo.
No hay problema, todo va bien Carla, excepto el dolor de cabeza, claro.
Ya de regreso en Génova, busco a mi amigo para devolverle el asiento y lo encuentro preocupado.
- ¿Qué te pasa? – Le pregunto.
- Nino, ¿no has encontrado nada debajo del asiento que te dejé?
- ¿Debajo del asiento? – contesto.
- Sí, dentro del bolsillo del asiento.
- No, ¿qué había?
Voy, lo miro y ¡encuentro el permiso de circulación de su 600!
El pobre hombre estaba esperando con ansiedad que regresáramos para volver a usar su coche. En aquellos años, habría sido demasiado arriesgado circular sin documentación: si lo hubieran pillado, ¿qué policía se creería nuestra historia de intercambio de asientos?”.

Esto es, más o menos, lo que nos ha contado Nino Sanna, una noche de verano en un pueblo de montaña.
Aquellos fabulosos años 60, para nosotros, irremediablemente, en blanco y negro.


Entrevista a Nino Sanna: Paolo Gravela, Sara Delgado © CapGazette
Foto: © Carla e Nino Sanna
Traducción al castellano de Nicoletta De Boni.

la pulizia del bosco

La pulizia del bosco
ita

Mario Silvestrel possiede un bosco che si estende per circa 5 ettari, su un’altezza che va dai 970 ai 1075 metri sul livello del mare. Quando nel mese d’agosto torna in vacanza nella sua proprietà di montagna, alloggia nella vecchia stalla che ha ristrutturato per i soggiorni estivi; quando vi arriva, tutt’attorno l’erba è già stata tagliata, il fieno raccolto. Il bosco, che in alcuni tratti è oramai faticoso penetrare, lui lo osserva dalle fessure scavate nelle grosse pareti in pietra e da lì, dentro casa, gli pare che si avvicini sempre di più, man mano che passano gli anni.
Forse sono quasi sessanta, si ricorda Silvestrel, da quando i prati erano grandi, così grandi che dalla cima si potevano distinguere con chiarezza i comuni e le frazioni giù nelle valli; se ora da qui guardi in basso, vedi invece solo piante fitte, e se cerchi una vista bella e aperta, la trovi solo alzando gli occhi. Di fronte ci saranno allora le vette predolomitiche, sulle quali vale la pena lasciare lo sguardo sospeso per qualche minuto, anche se l’ideale sarebbe poter aspettare almeno una silenziosa mezz’ora per prestarsi così al gioco di prestigio preferito dalle cime: trasformare colui che le osserva da linea a punto, da qualcosa che dura a qualcosa che è, poi parlargli della Storia e del Mondo che già enormi si faranno giganti e useranno le voci dei tempi abitati e di quelli ignoti.
Quando era ragazzo, Mario ci si trasferiva a piedi in montagna; appena finiva la scuola andava fin lassù a 600 metri sopra il paese con tutta la famiglia, una trentina di mucche e sui carretti conigli e galline. Con loro si spostavano un catharòl, che una volta in alto si sarebbe dedicato al pascolo delle mucche, e un vacàr che avrebbe preparato anche del buon formaggio. Gauchos e cowboys d’alta montagna. Quando poi un giorno, già sul finire dell’estate, arrivava l’8 settembre, ognuno raccoglieva un bel po’ di ramaglia d’abete e con quella si accendeva un gran falò che vedevano tutti di sotto, in valle. Quel fuoco dei Silvestrel insieme a quelli dei vicini celebravano la Vergine Maria e la fine della stagione. Era ora di tornare.
Nemmeno a quei tempi in cui i prati d’altura assomigliavano ai campi delle colline o delle pianure di oggi, i boschi si sfoltivano da soli, né gli alberi crescevano veloci e tutti dritti, o parlanti come quelli dei racconti del nonno Bortolo; nella realtà degli anni Cinquanta era ancora il lavoro quotidiano del pascolo, del taglio e della raccolta a tenere in ordine la montagna.
Ora che la storia è un’altra Mario Silvestrel, chiamato in paese ‘el Fae’ per quel suo vecchio vizio di ripetere a petto gonfio fae mi, fae mi, faccio io, faccio io, dovrà pensarci per davvero lui alle pulizie nel bosco, ma non potrà fare da solo. Ne affiderà dunque il compito, rude e minuzioso, a una ditta boschiva in possesso di un patentino di idoneità forestale e prima ancora avrà ottenuto di beneficiare delle sovvenzioni che l’Unione Europea gli mette a disposizione attraverso i programmi di sviluppo rurale della sua regione. Per stabilire quanti soldi concedergli, una commissione avrà valutato il risultato di un sopralluogo eseguito da un dottore forestale o da un dottore agronomo.
Ed ecco che cosa hanno scoperto i suddetti dottori, camminando sugli ettari del Fae: circa 3,5 ettari hanno bisogno di un intervento urgente di miglioramento e di prevenzione degli incendi; gli alberi hanno in media un diametro di 28,5 centimetri e un’altezza di 18 metri; la loro età si aggira intorno ai sessanta anni; sui prati pascoli abbandonati vegetano noci, betulle, ciliegi selvatici, larici e abeti rossi e, nel sottobosco, rovi e noccioli. A parte i rovi che ci riesce facile immaginare come artigli e trappole e che infatti i dottori definiscono invadenti, verrebbe da dire bene, qui di vita non ne manca! E invece no, non va molto bene, perché c’è montagna e montagna, ovvero c’è una montagna dove gli abeti crescono più lenti ma più forti e una montagna dove gli abeti crescono veloci ma deboli ed è quest’ultima la montagna di Mario. Eppure l’abete qua ci è sempre cresciuto, sarà mica la terra ad essere cambiata? Chi lo sa, il Silvestrel intanto prende atto che il suo bosco è popolato soprattutto da intrusi, fatta eccezione per i faggi che sono gli unici che dovrebbero e potranno viverci.
Se gli alberi potessero leggere i verbi scelti per la stesura del rapporto presentato alla commissione regionale, scapperebbero a radici levate. Depezzare, diradare, spalcare, sramare, decespugliare; chi di loro ha mai sentito parole di tale serietà, di siffatta imponenza? Una lingua così, giurano insieme, non era mai arrivata fin quassù coi loro contadini e boscaioli, quasi quasi iniziano a rimpiangere il silenzio degli ultimi anni. Tuttavia sarà il caso di essere ottimisti e di fidarsi dei gesti secolari: abbattere un albero e tagliarne rami e radici, sfoltirne la chioma o toglierne i rami più bassi affinché arrivino luce e aria al suolo; sradicarne degli altri, tagliare i tronchi e accatastarne i rocchi.
Le vacanze del Silvestrel stanno per finire, è da anni ormai che non vive delle terre e degli animali e deve tornare al lavoro, non può più aspettare l’8 settembre come una volta, adesso che questo è anche il giorno in cui si ricorda la Resistenza e quei partigiani che si nascosero pure tra questi suoi alberi quando lui era ancora un bambino. Prima di ripartire lascerà il bosco in mano alla ditta boschiva, ai boscaioli come ancora li chiama lui, che approfitteranno degli ultimi caldi per mettersi all’opera, poi a novembre smetteranno e ritorneranno su a fine marzo, forse agli inizi d’aprile. I faggi di Mario serviranno un giorno per costruire o rivestire mobili; l’abete rosso, ma solo quello buono delle montagne vicine alla sua, che assorbe poco l’umidità e perciò dura a lungo, verrà usato in edilizia, per tetti, travi o alberi di navi. Ma se invece qualcuno di loro si ostinerà a crescere, ancora debole, sulla proprietà del Silvestrel, potrà sempre servire giù in paese per farci un bell'albero di Natale.

Text: N. De Boni ©CAPgazette
Foto1: Monte Roncon / Foto 2: Bonnieux / Foto 3: Forêt des Cèdres du Petit Luberon Foto 4: Monte Roncon / Foto 5: Radici. La Grevolosa 2012
Mar 2014