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Pio Baroja Amores tardíos

La misura del tempo

In questi tempi di resistibili, eppure violente, ascesi di Arturi Ui e Ubu Re, e risibili opposizioni, mi sono felicemente imbattuto in questo breve testo di Pio Baroja (tratto da Gli amori tardivi), che mi è parso una sana descrizione di un anticonformismo istintivo, fisiologico, senza artifici né pose. Un'autonomia del pensiero e del comportamento a cui aggrapparsi. Per misurare a proprio modo, sia pure dolorosamente e in solitudine, il tempo. Non è di un ritorno all'età dell'innocenza che parlo, né di una cieca fiducia nella propria giustezza, ma di un cocciuto coraggio di essere.

La medida del tiempo

En estos tiempos de resistibles, y sin embargo violentas, ascensiones de Arturos Ui y Ubús Reyes, y risibles oposiciones, me he felizmente tropezado con este breve texto de Pio Baroja, (un fragmento de Los amores tardíos), que me parece una sana descripción de un anticonformismo instintivo, fisiológico, sin artificios ni poses. Una autonomía del pensamiento y del comportamiento a la cual agarrarse. Para medir de forma personal, aunque quizás con dolor y en soledad, el tiempo. No hablo de volver a la edad de la inocencia, ni de una ciega confianza en la justitud personal, sino de una obstinada valentía por ser.

- Io sono come quei vecchi orologi che hanno il meccanismo frastornato, non c’è modo di metterlo a posto né di aggiustarlo. Accostati alla parete, con la loro forma di bara, mettono alla prova i migliori orologiai. Nella cassa di quegli orologi ci sono polvere e ragnatele, e tra due pesi di piombo ineguali, appesi a delle corde nere, un pendolo dorato, che è come il cuore del meccanismo che fa tic tac, tic tac, senza stancarsi. Anche se camminano, questi orologi vanno avanti o indietro, e quando arriva il momento di suonare le ore, si lanciano con un rumore terribile in sonori rintocchi, e invece di suonare il quarto d’ora suonano la mezz’ora, e quando devono suonare le dodici suonano l’una.
Questi rintocchi insoliti sembrano stupire l’orologio stesso da cui provengono, e tutto ciò che lo circonda, e i mobili e i quadri pare debbano guardarsi l’un l’altro straniti e sarcastici, e farsi un occhiolino beffardo e confidenziale.

- Yo soy como esos relojes viejos que tienen la maquina trastornada, no hay manera de componerla ni de arreglarla. Arrimados a la pared, con su forma de ataúd, desafían a los mejores relojeros. En la caja de esos relojes hay polvo y telas de araña, y entre dos pesas de plomo desiguales, que cuelgan de cuerdas negras, una péndola dorada, que es como el corazón de la maquina que hace tictac, tictac, sin cansarse. Aunque anden, estos relojes adelantan o atrasan, y cuando llega el momento de dar las horas, se disparan con ruido terrible en sonoras campanadas, y en vez del cuarto dan la media, y cuando tienen que dar las doce dan la una.
Estas campanadas insólitas parecen asombrar al mismo reloj de donde salen, y a todo lo que le rodea, y los muebles y los cuadros se piensa que se han de mirar unos a otros con extrañeza y con sorna, y hacerse un guiño burlón y confidencial.
Intro e trad it: Lino Graz
Texto: Pio Baroja, de Los Amores Tardíos, 1926
Foto: Aix en Provence / Andrate. Autore: Lino Graz

L’orologiaio. Barcellona/Londra

L’orologiaio (appunti sul tempo e le città) - Barcellona/Londra

Poblenou, Barcelona
East End, London


[…] These fragments I have shored against my ruins [1] […]
T.S. Eliot

Remor de cops d’aixada, no la sents?
Rera les altes tanques de paret.
Sense repòs, però molt lentament,
ennllà de la cleda contínua del temps.
[2] […]

Salvador Espriu


[1] […] Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine […]

[2] Rumore di colpi di zappa, non lo senti?
Dietro gli alti muri di recinzione.
Senza sosta, ma molto lentamente,
oltre il recinto continuo del tempo. […]

Da quando è andato in pensione il signor B.D. [3], ex orologiaio, ha preso casa al Poblenou, a Barcellona. Dice che si trova abbastanza bene, che può sbrigare le sue faccende quotidiane indisturbato, senza troppi intoppi: fa, disfa, prega, pellegrina, fruga nella spazzatura, raccatta di tutto, dirige il traffico, piscia negli angoli di strada.
Visto che gli passano una buona mesata - ha un'ineguagliabile anzianità di servizio - abita in un loft ricavato in un vecchio capannone industriale in disuso, di quelli con scala di ferro esterna, in un vicolo non lontano dal cimitero [4] (e dove, se no?).
A colazione mangia spesso pane e sardine in un bar tenuto da un libanese musulmano - perché lui, il signor B.D., è ecumenico, o per lo meno lo è diventato: da vecchi bisogna sforzarsi di diventare più tolleranti, pena l’abbandono.
La sera, invece, gira intorno alla Casa di Abramo (tempio ecumenico di belle speranze anche lui) incerto sul da farsi: una bella sbronza per dimenticare o una partita a domino sul lungomare per ricordare?

[3] “[…] il Signor B.D. è un ottimo orologiaio. Pallido e acquatico un morto buongiorno ondeggia nell’aria, che triste stagione! […]"
Parafrasi espressionista di testo dadaista di Tristan Tzara (Un cuore a gas).

[4] Il cimitero del Poblenou mi ricorda, a me torinese, quello di san Pietro in Vincoli a Torino, accanto al Cottolengo. Per altro anche il Cottolengo e ancor più il Signor Don Bosco hanno lasciato il loro segno a Barcellona.

In origine il Poblenou era parte del municipio indipendente di Sant Martí dels Provençals; poi, dopo una contestata votazione comunale, divenne quartiere barcellonese dei carrettieri (data l’umidità del luogo, pare che nelle stalle del pianterreno di notte i cavalli venissero appesi al soffitto per scansare i reumatismi); in seguito, nella prima metà del XX secolo fu il luogo delle fabbriche, dei giornali e delle utopie; nel 1992 è poi stato coinvolto nell’epopea moderna della Barcellona olimpica (tanto che un’area del quartiere si chiama ora Vila Olímpica); infine - ma infine solo per ora -, ribattezzato per incanto 22@, è diventato il distretto tecnologico, dell’architettura, del design e della moda.
La toponomastica è spesso crudele. Nasconde ciò che dovrebbe svelare. Eppure, se studiata con cura, è una mappa del tempo che passa. I luoghi cambiano nome e abitudini, eppure mantengono (o almeno ci provano, aggrappandosi con le unghie alle macerie) tracce dei nomi precedenti, del loro passato. Bisogna avere pazienza, scavare un po’ sotto la superficie, domandarsi e domandare, frugare negli archivi e nelle biblioteche, leggere le insegne, i volantini, le scritte sbiadite sui muri, sui lampioni, le targhe seminascoste nei giardini, tra le righe dei piedistalli delle statue…
Parlo con Carlos, figlio naturale del Poblenou, bagatto e scacchista, e mi dice di una chiesa che prima c’era e che ora non c’è:
- Stava vicino a Carrer Doctor Trueta, io la ricordo bene, ma non ne resta traccia. Vieni, ti ci porto, sono nato lì vicino. La fece costruire il proprietario di una fabbrica per evitare che lo costringessero a sgombrare. Non mi è chiaro se fosse un voto o solo speculazione edilizia. Probabilmente entrambe le cose.
- È il gioco delle tre carte: qui c’era una fabbrica, ora la fabbrica dov’è? Non perdere d’occhio le carte: qui c’era una strada, la vedi? Ora, la strada dov’è?

All’inizio c’erano le maremme, le lagune della vicina foce del fiume Besòs (ne resta il nome di una strada e di una fermata della metro: Llacuna, laguna), poi i primi nuclei abitati del comune di san Martí dels Provençals, fuori le mura barcellonesi, a nord-est del centro città, i campi agricoli, le vie dei trasporti.
La storia del Poblenou, però, è soprattutto legata all’industria, alle fabbriche e alla vita dei lavoratori: capannoni, villaggi industriali, binari ferroviari, ciminiere di cui è ancora possibile scovare i segni qua e là. Ma bisogna fare in fretta.
- Alcune fabbriche sono ancora in funzione, ma niente a che vedere con quello che era…
Seguendo il filo delle trasformazioni, i tic tac irregolari e diacronici della bottega dell’orologiaio, eccoci altrove, a Londra. Cediamo la parola a Danny e al suo East End.

“My East End is Victoria Park, where the new East Londoners jog, while the old ones smoke a spliff on the park benches, and it wasn’t that long ago you wouldn’t go through it after dark.
My East End is the boarded up estates on the Old Ford Road, reminder of the finest hour of the welfare-state that the new rich are desperately trying to sweep under the carpet.
My East End is Pellicci’s, where a third-generation Italian family has become the heart of the cockney community of Bethnal Green.
My East end is Bethnal Green market, Whitechapel Market, and all the other markets, scruffy and selling all sorts, from and for people from the world over.
My East End is Turin Street, a tiny non-descript street off Columbia Road, which symbolically brings together who I am now, and where I once came from…”.

“Il mio East Est è Victoria Park, dove i nuovi residenti fanno jogging, mentre quelli vecchi fumano una canna sulle panchine del parco, e non molto tempo fa non ci si entrava col buio.
Il mio East End sono le vecchie case popolari sigillate, tappate, di Old Ford Road, un souvenir dei bei tempi del welfare che i nuovi ricchi stanno disperatamente cercando di nascondere sotto il tappeto.
Il mio East End è Pellicci’s, dove una famiglia italiana di terza generazione è diventata il cuore della comunità cockney di Bethnal Green.
Il mio East End sono il mercato di Bethnal Green, quello di Whitechapel, e tutti gli altri mercati trasandati dove gente di ogni angolo del mondo vende e compra di tutto.
Il mio East End è Turin Street, una via minuscola e insignificante dietro Columbia Road, che simbolicamente mette insieme chi sono adesso e il posto da dove sono venuto…”
Da Barcellona a Londra: ogni città europea vanta un vecchio quartiere industriale che è stato a poco a poco abbandonato e più tardi “ringiovanito”. Il signor B.D. è andato in pensione e un nuovo orologiaio più preciso (più umano o più disumano?) lo ha sostituito.

“… My East End is the Bangladeshi communities of Shadwell, Spitalfields, Whitechapel, Stepney, and the best curries in the whole world (well, Europe at least).
My East End is the woman who shouts ‘C’mon West Ham’ at my claret and blue shirt as I cycle past her through one of the few remaining estates off Cable Street, in Shadwell.
My East End is the Turner’s Old Star, the last ungentrified pub left in Wapping (shame they support Spurs there), and the Palm Tree, the Marquis of Cornwallis and any other boozer that refuses to yield to the new trendies in town…”

“… Il mio East End sono le comunità bengalesi di Shadwell, Spitalfields, Whitechapel, Stepney e i migliori curry del mondo intero (beh, almeno d’Europa).
Il mio East End è la donna che grida ‘Forza West Ham’ quando le passo accanto in bici con la mia maglia granata e blu davanti a una delle poche vecchie case popolari rimaste dietro Cable Street, a Shadwell.
Il mio East End sono il Turner’s Old Star, l’ultimo pub non messo in tiro rimasto a Wapping (peccato siano del Tottenham), e il Palm Tree, il Marquis of Cornwallis e ogni altra bettola che si rifiuta di cedere ai nuovi trendy calati in città…”
Fieri del proprio quartiere di nascita come Carlos o consapevoli di essere stati in qualche modo parte della gentrification - pre-gentrification un po’ sfigata se vogliamo: tipi bizzarri, stralunati e abbastanza sconsiderati da mandare in avanscoperta, - come Danny e il sottoscritto, gotici o grunge, snob o cialtroni, raccontiamo quello che abbiamo visto o immaginato di vedere, senza troppa paura delle incoerenze, ma senza saltellare d’entusiasmo per un progresso avvizzito e tirato a lucido, il botox urbano dal linguaggio facile, leggero, devastante, privo al contempo di ironia e di storia, quest’eterna infanzia delle moderne parole. Parole vuote, moribonde, in disuso ancor prima d’essere in uso, foglie di fico.

L’orologiaio, vecchio o nuovo che sia, non ha pietà. Noi sì.
Testo narrativo: Lino Graz
Ballata in inglese: Danny Wintringham
Foto Poblenou: Lino Graz
Foto East End: Donia Jud
CapGazette 9/2016

Per il testo completo di Danny Wintringham.
https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1623952401174901&id=1623935454509929

El carretero

El carretero
(o un sueño exótico en tiempos crueles y desencantados)



No muy lejos de la casa de Lucas, en Sartamea, vivían unos chicos extranjeros “en busca de buena suerte”. Lucas fumaba a menudo con ellos. Una tarde de primavera, casi verano, después de cenar, se quedaron delante de la puerta de su bajo cerca del mar, en el barrio de los pescadores y los traficantes. La noche era fresca, las conversaciones se habían esfumado en el anochecer, quedaban frases cortadas y caladas de humo. Se había hablado de proyectos, intenciones.
- Dicen los chinos que delante de los ojos tenemos el pasado, y detrás del culo el futuro; el futuro es transparencia, pura transparencia: un cristal mate, una cortina de agua.
Antes de irse a dormir, Lucas dio una vuelta hasta la playa. Silencio. Oscuridad. Mar. Los pensamientos parecían dilatados, distraídos, se apoyaban suaves en los pasos lentos. En el cielo negro las nubes eran barbas blancas y filósofas, rostros y bustos de algodón a la luz de la luna.
- Vosotras, barbas blancas en el cielo, afirmaciones, gestos de aire, camuflajes, tiovivos de soplos, ¿de dónde venís? ¿Adónde vais?
Aquel que a Lucas le pareció que increpaba, o interpelaba, el murmurar del cielo, a las tres de la noche, era un anciano carretero. Inclinado hacia adelante, apoyado en un bastón, el andar inestable, arrastraba su carreta en la noche sartamina como recién llegado de la luna.
En cambio, no. No venía de la luna. Ante los ojos sorprendidos de Lucas, las nubes dibujaron en el cielo el mapa de una posible ruta, nombres evocativos, antiguos caminos de mercaderes: en primer lugar un barrio de chabolas de Phnom Penh; luego Imfal, Agra, Jammu y Samarcanda; más tarde Bamiyán, Mazar-e Sarif, Herat, Teherán; finalmente Alepo, Esmirna y Estambul.
El carretero llevaba objetos perdidos, signos mudos, de un idioma lejano; los pies sucios de un camino hecho andando y de distancias medidas en metros.
Estaba bien, hizo un gesto para decir que estaba bien. Tenía mil años y a pesar de todo seguía caminando, con pasos pequeños, por esta ciudad extranjera. Los bigotes de gato, la perilla de punta. Lucas estuvo a punto de preguntarle por Marco Polo, Vasco de Gama. Vaya ideas de… marinero. Al fondo, esbelto encima de una columna, Cristóbal Colón señalaba el mar.
[sin]
[fa]
[ra]
O de verdad había venido andando, pensó Lucas, o bien cerca de Bagdad alguien le habría prestado una alfombra voladora o algo por el estilo, diciéndole:
- ¿Adónde va, Señor?
- A Europa, donde mi hijo.
- ¡Hombre! ¡Está lejos esto!
- ¿Y qué más da?
- Bueno, pues tome esto, para su viaje. Se lo presto. A la vuelta me lo devolverá.
El viejo habría sonreído, bajo la luna de Bagdad - porque es famosa la luna de Bagdad -, luego habría cargado la alfombra en su carro y se lo habría agradecido: shukran yasilan.
- ¡Pero no, señor! es la carreta la que tiene que cargar encima de la alfombra, ¡No al revés!
Estos árabes, habría pensado el carretero, son muy amables, pero cabezones como mulas. Entonces, por educación, una antigua educación, el carretero se habría subido a la alfombra con su carreta: sólo unos kilómetros, habría pensado, luego bajo.
Efectivamente luego se había bajado, porque aprender a volar a cierta edad es una impertinencia:
- Yo camino en el suelo, joven hombre, el cielo se lo dejo a la luna y a las nubes barbudas.
Y las nubes, para agradecérselo, le habían indicado el camino para Sartamea.


Text: Lino Graz (cuentos de Sartamea)
Fotos (Letras árabes sin, fa, ra, raíces del campo semántico del "viaje"): Lino Graz
CapGazette 4/2016

Il carrettiere

Il carrettiere
(o un sogno esotico in tempi crudeli e disincantati)



Non molto lontano dalla casa di Lucas, a Sartamea, abitavano dei ragazzi stranieri “in cerca di buona fortuna”. Lucas fumava spesso con loro. Una sera di primavera, quasi estate, dopo cena, si attardarono sulla porta del loro piano terra vicino al mare, nel quartiere dei pescatori e dei trafficanti. La notte era fresca, le chiacchiere erano calate col buio, restavano frasi mozze e boccate di fumo. Si era parlato di progetti, di intenzioni.
- Dicono i cinesi che davanti agli occhi abbiamo il passato, e dietro il culo il futuro; il futuro è trasparenza, pura trasparenza: un vetro smerigliato, una cortina d'acqua.
Prima di dormire Lucas fece due passi fino alla spiaggia. Silenzio. Buio. Mare. I pensieri parevano dilatati, distratti, poggiavano ovattati sui passi lenti. Nel cielo nero le nuvole erano barbe bianche e filosofe, visi e busti di cotone alla luce della luna.
- Voi, barbe bianche in cielo, affermazioni, gesti d'aria, camuffamenti, giostre di sbuffi, da dove venite? Dove andate?
Colui che a Lucas sembrò apostrofare, o interpellare, il borbottare del cielo alle tre di notte era un anziano carrettiere. Inclinato in avanti, poggiato su un bastone, il passo instabile, tremulo, trascinava il suo carretto nella notte sartamina come arrivato dalla luna.
Invece no. Non veniva dalla luna. Davanti agli occhi stupiti di Lucas, le nuvole disegnarono in cielo la mappa di un possibile percorso, nomi evocativi, strade di commerci antichi: prima un quartiere di baracche di Phnom Penh; poi Imphal, Agra, Jammu e Samarcanda; poi ancora Bamiyan, Mazar-i Sharif, Herat, Teheran; infine Aleppo, Smirne e Istanbul.
Il carrettiere portava oggetti smarriti, segni muti, di una lingua ormai lontana; i piedi sporchi di una strada fatta camminando e di distanze misurate in metri.
Stava bene, fece segno che stava bene. Aveva mille anni e tutto sommato ancora camminava, a piccoli passi, in questa città straniera. I baffi irti del gatto, il pizzo a punta. A Lucas venne da chiedergli di Marco Polo, di Vasco da Gama. Che diavolo di idee da… marinaio. Sullo sfondo, slanciato su una colonna, Cristoforo Colombo indicava il mare.
[sin]
[fa]
[ra]
O davvero era venuto a piedi, pensò Lucas, oppure dalle parti di Bagdad qualcuno gli deve aver prestato un tappeto volante o roba del genere, dicendogli:
- Dove andate, signore?
- In Europa, da mio figlio.
- Ma guardi che è lontana!
- Che importa?
- Tenete, allora, per il vostro viaggio. Ve lo presto. Al ritorno, me lo renderete
Il vecchio avrà sicuramente sorriso, sotto la luna di Bagdad - perché è famosa la luna di Bagdad -, poi avrà caricato il tappeto sul suo carretto e ringraziato: shukran jasilan.
- Ma no, signore! È il carretto che dovete caricare sul tappeto, non il contrario!
Questi arabi, aveva certo pensato il carrettiere, sono davvero gentili, ma testardi come muli.
Allora, per educazione, un’antica educazione, il carrettiere sarà salito sul tappeto col suo carretto: giusto per qualche chilometro, avrà pensato, poi scendo.
Poi infatti era sceso, perché imparare a volare a una certa età è un'impertinenza:
- Io cammino per terra, giovane uomo, il cielo lo lascio alla luna e alle nuvole barbute.
E le nuvole barbute, per ringraziarlo, gli avevano indicato la strada per Sartamea.


Text: Lino Graz (racconti di Sartamea)
Foto (Lettere arabe sin, fa, ra, radici del campo semantico del "viaggio"): Lino Graz
CapGazette 4/2016

Jesuïtes al Paraguai

Jesuïtes al Paraguai

Diuen que només hi ha tres coses que Déu no sap:
1- Quants són els ordres monastics femenins.
2- Quantes escoles han fundat els salesians.
3- Què pensa un jesuïta.
Jo n’afegiria una quarta, potser menys enginyosa però un pèl apocalítpica:
4- Quants llibres han escrit els seus fills, aquells del Gènesi i capitols següents, nines dels seus ulls.
Així doncs, m’imagino un Déu en pijama, oblidat per tothom i ell mateix oblidós de la sort de les esmentates nines, còmodament assegut a l’Univers (que té forma de biblioteca, infinita), els peus al caliu d’un parell de galàxies, toves com mitjons, immers, a la feble llum d’una làmpada de nit en format quasar, en la lectura de tot allò que s’ha escrit en papir, pergamí i paper, o en pdf, en sumeri, sanscrit, etrusc (poca cosa), arameu, grec, llatí, guaraní, àrab, bantu i saxó pels segles dels segles. Déu n’hi do! Exclama de tant en tant, sorprès per tant d’enginy que ell mateix no es pensava d’haver creat…

Al nostre petit univers de butxaca, una nova immersió dins les coves submarines de la biblioteca de l’Institut Italià de Cultura de Barcelona han donat nous fruits: El cristianisme feliç a les missions dels pares de la Companyia de Jesús al Paraguai, de Ludovico Antonio Muratori, arviver, bibliotecari (ell també!), pare de la historiografia italiana, editat per primer cop al 1743 i a partir d’aleshores diverses vegades, fins l’edició de Sellerio del 1985 que va acabar a la xarxa de pescar de CapGazette.
El llibre explica amb molta cura l’estada dels Jesuïts al Paraguai, les seves obres, les seves dificultats, els seus errors, els seus descobriments, la seva presumpció i la seva humilitat, els conflictes amb els Indis, amb les administracions colonials espanyola i portuguesa i amb els malparits “Mammalucchi”, caçadors d’esclaus sense escrúpols que venien als propietaris de les plantacions brasileres.

És possible que algú recordi una pel·licula del 1986, The Mission, amb en Rober De Niro i en Jeremy Irons, sobre el mateix tema.
Traduïm aquí un breu fragment del llibre, en el cual Muratori ens parla del talent musical dels Indis, que no era inferior al d’Ennio Morricone, autor de la banda sonora de la pel·licula.
Sobre la música dels Indis del Paraguai

És digna d’ésser aquí registrada una altra invenció de gran valor amb la finalitat d’alimentar i fer crèixer la devoció dels nous fidels americans, i també per atreure els infidels a la veritable religió i unir-se als altres Indis dins les Reduccions ja fundades. Aquesta invenció consisteix en la música, sobre la qual aquells industriosos missionaris tenen sovint prou coneiximent i algú en sap fins i tot a la perfecció. És increible la inclinació natural que aquells pobles poseeixen en l’harmonia […] a més de l’esmentada inclinació, en ells es troba una admirable habilitat per la musicalitat de les veus i dels instruments musicals, és a dir, una predisposició per aprendre tot allò que es refereix al cant i al so. Tenen veus excel·lents, i esdevenen així, i fins i tot més harmonioses que en altres països, gràcies a les aigues dels rius Paranà i Uruguai, perquè no beuen res més que aigua sana i pura […]. Allò que és més admirable és que a Europa no hi ha, potser, instrument musical que no s’hagi introduït i que no es toqui entre aquests bons Indis, com l’orgue, la guitarra, l’arpa, l’espineta, el llaüt, el violí, el violoncel, el trombó, el cornetto, l’oboè i d’altres semblants. I aquests instruments, no només els fan servir delicadament, si no que fins i tot els fabriquen amb les seves mateixes mans […].

Fragment de Ludovico Antonio Muratori (1672-1750):
El cristianisme feliç a les missions dels pares de la Companyia de Jesús al Paraguai.



Intro: Paolo Gravela
Il·lustracions àngel estilita i àngel en vol: Albert Àlvarez
Foto (Piverone, Gesiun, detall): Lino Graz
CapGazette 3/2016

Gesuiti in Paraguai

Gesuiti in Paraguai

Dicono che ci siano solo tre cose che Dio non sa:
1- Quanto sono gli ordini monastici femminili.
2- Quante scuole hanno fondato i salesiani.
3- Che cosa pensa un gesuita.
A queste ne aggiungerei una quarta, forse meno spiritosa ma un briciolo apocalittica:
4- Quanti libri sono stati scritti dai figlioli suoi, quelli della Genesi e capitoli successivi, pupille dei suoi occhi.


Mi immagino allora un Dio in pigiama, ormai dimenticato da tutti e lui stesso dimentico delle sorti delle suddette pupille, comodamente seduto sull’Universo (che ha forma di biblioteca, infinita), i piedi al caldo in un paio di galassie morbide come calzettoni, immerso, alla fioca luce di una quasar-abatjour, nella lettura di tutto quello che è stato scritto su papiro, pergamena e carta, o in pdf, in sumero, sanscrito, etrusco (poca roba), aramaico, greco, latino, guaranì, arabo, bantù e sassone nei secoli dei secoli. Dio mio! Esclama ogni tanto, sorpreso da tanto ingegno che non credeva d’aver creato…

Nel nostro piccolo universo tascabile, una nuova immersione nelle grotte sottomarine della biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona ha dato nuovi frutti: Il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai, di Ludovico Antonio Muratori, archivista, bibliotecario (anche lui!), padre della storiografia italiana, pubblicato per la prima volta nel 1743 e poi successivamente molte altre volte fino all’edizione di Sellerio del 1985 che è finita nelle rete da pesca di CapGazette.
Il libro racconta con molta attenzione della stagione dei Gesuiti in Paraguai, le loro imprese, le loro difficoltà, i loro errori, le loro scoperte, la loro presunzione e la loro umiltà, i conflitti con gli Indios, con le amministrazioni coloniali spagnola e portoghese e con i famigerati Mammalucchi, feroci cacciatori di schiavi da vendere a proprietari delle piantagioni brasiliane.

Qualcuno forse ricorderà un film del 1986, The Mission, con Rober De Niro e Jeremy Irons, sullo stesso tema. Riportiamo qui un breve passo del libro in cui il Muratori narra del talento musicale degli Indios, non inferiore a quello di Ennio Morricone, autore della colonna sonora del film.

Della musica degli Indiani del Paraguai

È degna di essere qui registrata un’altra invenzione di gran riguardo per nutrire ed accrescere la devozione dei nuovi fedeli americani, ed anche per attirare gli infedeli alla vera religione e a unirsi agli altri nelle Riduzioni già fondate. Questa invenzione consiste nella musica, di cui quegli industriosi missionari hanno spesso sufficiente cognizione e taluno ne sa anche a perfezione. È incredibile l’inclinazione naturale che quei popoli posseggono nell’armonia […] oltre alla suddetta inclinazione, in essi si trova una mirabile abilità per la musica delle voci e degli strumenti musicali, cioè una predisposizione per apprendere tutto ciò che spetta al canto e al suono. Hanno ottime voci, e a renderle tali, e anche più armoniose che in altri paesi, concorrono le acque del fiume Paranà e Uruguai, perché non bevono altro che acqua sana e pura […]. Quello che è più mirabile è che in Europa non vi è forse strumento musicale che non sia stato introdotto e che non si suoni tra questi buoni Indiani, come l’organo, la chitarra, l’arpa, la spinetta, il liuto, il violino, il violoncello, il trombone, il cornetto, l’oboe e altri simili. E tali strumenti non solo vengono da essi usati delicatamente, ma addirittura fabbricati dalle loro stesse mani […].

Frammento da Ludovico Antonio Muratori (1672-1750):
Il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù in Paraguai.



Intro: Paolo Gravela
Illustrazioni angelo stilita e angelo in volo: Albert Àlvarez
Foto (Piverone, Gesiun, particolare): Lino Graz
CapGazette 3/2016

Breve appunto portoghese (o l’arte della digressione)

 
Breve appunto portoghese (o l’arte della digressione)

Sto leggendo Gonçalo M. Tavares, scrittore duro - non indulgente ma tutto sommato, e forse paradossalmente, clemente - di luoghi indeterminati e lingua precisa.

Lingua di precisione la sua, lingua di precisione il portoghese; ne siano esempi:
1- l’uso ancora vivo del futuro del congiuntivo, sfumatura in disuso in spagnolo e a cui altre lingue hanno rinunciato in partenza: falarei a verdade, doa a quem doer.
2 - l’infinito personale, vale a dire coniugato a seconda della persona: eu cantei uma canção para a menina dormir / para as meninas dormirem.

Decifratore, Tavares, delle malattie dei nostri tempi - anzi, delle malattie e basta: bella e triste la metafora della flor negra che troviamo per la strada e di cui non riusciamo più a liberarci.

Mentre leggo, torno col pensiero per libera associazione ad alcuni miei personali “segni portoghesi”: uno spaventapasseri quasi sul confine spagnolo, ironico segnale di frontiera, poco dopo Valencia de Alcántara; l’improvviso tacere (rispetto alla chiassosa Spagna, ma questo meriterebbe - e un giorno meriterà - un articolo a parte); le case bianche e la fabbrica del sughero di Portalegre; l’indimenticabile arrivo “trionfale” in bici a Lisbona di qualche anno fa, con Albert Àlvarez, amico illustratore (sue le illustrazioni in bianco e nero), dopo un lungo, sereno e poetico viaggio che da Madrid ci portò ad attraversare parte della Castiglia, dell’Extremadura e dell’Alentejo portoghese; l’orto botanico di Lisbona: a estufa quente e a estufa fria; una vista verticale del Tago dall’alto del Miradouro de Santa Catarina grazie a Rita Tojal, amica lisboeta che ha viaggiato più di Vasco da Gama; una pensione degna dei Ricordi della Casa Gialla (Recordações da Casa Amarela) film di João Cesar Monteiro. Poi il meandro del Douro a Oporto; il Museo delle Marionette, sempre a Oporto; la cortesia un po’ ingessata dei portoghesi, la loro cura del silenzio…

Di Gonçalo M. Tavares ho letto e consiglio vivamente Jerusalem e Aprender a rezar na Era da Técnica, Imparare a pregare nell’Era della Tecnica, che già solo il titolo vale anni di filosofie.

Tra “oggetti” personali, intimi, coperti di polvere antica, e inevitabili cliché da diario di viaggio, ritrovo naturalmente anche Fernando António Nogueira Pessoa e il suo poeta, artigiano e fingitore, di cui riporto sotto la versione originale portoghese e la mia zoppa traduzione italiana.

Autopsicografia

O poeta é um fingidor
Finge tão completamente
Que chega a fingir que é dor
A dor que deveras sente.

E os que lêem o que escreve,
Na dor lida sentem bem,
Não as duas que ele teve,
Mas só a que eles não têm.

E assim nas calhas de roda
Gira, a entreter a razão,
Esse comboio de corda
Que se chama coração.

(Fernando Pessoa, 1888/1935)
Autopsicografia
Il poeta è un fingitore / Finge così completamente / Che arriva a fingere che è dolore / Il dolore che davvero sente.
E quelli che leggono ciò che scrive / Nel dolore letto sentono bene, / Non quei due che egli ebbe, / Ma solo quello che essi non hanno.
E così nei solchi in tondo / Gira, intrattenendo la ragione, / Questo treno a molla / Che si chiama cuore.


Intro e trad: Paolo Gravela
Illustrazioni: Albert Àlvarez
Foto (Profilo a Oporto e Personaggi sui muri di Oporto): Lino Graz
CapGazette 1/2016

Cordova

 
 
Federico García Lorca
 
Canción de jinete

Córdoba.
Lejana y sola.

Jaca negra, luna grande,
y aceitunas en mi alforja.
Aunque sepa los caminos
yo nunca llegaré a Córdoba.

Por el llano, por el viento,
jaca negra, luna roja.
La muerte me está mirando
desde las torres de Córdoba.

¡Ay qué camino tan largo!
¡Ay mi jaca valerosa!
¡Ay que la muerte me espera,
antes de llegar a Córdoba!

Córdoba.
Lejana y sola.
Canzone del cavaliere

Cordova.
Lontana e sola.

Cavalla nera, luna grande,
e olive nella mia bisaccia.
Per quanto conosca le strade
non arriverò mai a Cordova.

Per il piano, per il vento,
cavalla nera, luna rossa.
La morte mi sta guardando
dalle torri di Cordova.

Ahi che la strada è lunga!
Ahi mia cavalla coraggiosa!
Ahi che la morte mi aspetta,
prima di arrivare a Cordova!

Cordova.
Lontana e sola.
La traduzione

Ancora una volta tradurre poesia si svela, in un primo momento, avvilente. Le parole di una lingua non sono mai adatte alle parole di un'altra lingua. Ma ecco che lasciandole sedimentare, germogliare, nell'udito e nella mente, si illuminano di luce nuova: le frontiere linguistiche sfumano, e ogni lingua diventa tutte le lingue, l'unica lingua universale.
Jorge Luis Borges si dichiarava contrario alla traduzione della Divina Commedia in spagnolo (o del Chisciotte in italiano, fa lo stesso), perché, diceva, alimenta la superstizione che lo spagnolo e l'italiano siano due lingue diverse. Lo trovo geniale, ma vorrei andare ancora oltre, perché per me la traduzione è un'arte, direi, manuale, che intesse, come fosse di vimini, la lingua del mondo.
Cordova

Riguardo a Cordova, è senz'altro una città di evocazioni letterarie e/o esotiche; non per niente José Ortega y Gasset la paragonava a un roseto capovolto, con le radici in aria e i fiori sotto terra.
Eppure, perché no? Perché non rivalutare la letteratura esotica e la poesia proprio in questi tempi superficiali e violenti, di plastica e sangue, di guerre e deportazioni, di cinismi e materialismi sordidi e di comodo? E chi vi legge ingenuità abbia vergogna della propria complicità.

Propongo quindi Cordova, la sua storia, e la letteratura in genere, come baluardi in difesa delle origini spurie del mondo.


Vorrei dedicare questa pagina alla mia insegnante di italiano del Liceo, la professoressa Ceresa, che proprio questo testo di Federico García Lorca volle proporci come tema in classe nei pessimi anni ottanta del secolo scorso. Una donna coraggiosa.


Poesia: Federico García Lorca
Traduzione, note e foto di Cordova: Lino Graz
CapGazette 9/2015

Les aventures de l’Epicur 1

Les aventures de l'Epicur

Aquí hi ha gat amagat

a Misu, Last, Alfredo, Gelsomina
i els altres gats que m’han aguantat.
A Gaetana - Tani - Vergano,
meva professora d’història i filosofia al liceu.

Cap gat, essent jove, dubti en filosofar,
ni essent vell deixi de filosofar.
(Epicur, el gat)


Pròleg

El meu filòsof preferit és el meu gat, no per res es diu Epicur. Pensa tot el dia i no parla mai. Quasi mai: de vegades explica dels seus amics, els gats del barri amb qui dona voltes pels teulats, pels jardins i sota els cotxes aparcats. Són tots filòsofs com ell i es diuen amb els noms més extranys: Parmènides, Heràclit, Leucip, Lucreci, Pitàgores… Santagostí, Spinoza, Leibniz, i un tal Nietzsche, un individu amb grans bigotis que s’ho passa bé atacant els gossos.
En què pensa l’Epicur quan no parla, és a dir gairebé sempre? En les coses. En quines coses? Una mica de tot: en les croquetes, naturalment, en les aventures del carrer, en les rates, els gossos, les colomes, els lloros, les gavines, els cabdells de llana, les ombres, les catifes i les butaques, les cortines i en moltes més coses de la seva vida. Tot i això, més que res pensa en les converses amb els seus amics, per exemple en allò que li va dir el Parmènides una nit de la setmana passada mentre robaven un tros de carn al gos del conserge:
- Pobret, estava lligat i no podia fer res més que lladrar i estirar de la cadena com un boig…
- Això et va dir en Parmènides, Epicur?
- No, aquest és un comentari meu sobre la trista vida del gos del conserge.
- El gos és un animal educat, digne Epicur, no pas com tu. Però ara digues-me què et va dir en Parmènides.
- Ets curiós, eh? Què em dones a canvi?
- Interessat!
- Més aviat, desconfiat. Millor no refiar-se gaire dels humans
- No facis tant el filósof i digues-me què et va dir en Parmènides!
- Llaunes de tonyina?
- Entesos.
- D'acord. - Aixó és el que em va dir el Parmènides: “Cada nit la mateixa història, Epicur, amic meu. Nietzsche que intenta espantar els gossos i els corbs, Sartre i Russell que persegueixen les gatetes i nosaltres aquí robant la carn a aquest pobre diable. Tot es repeteix, amb mínimes variacions sense importància: l'equilibri entre les forces en joc està garantit”.
- Un individu una mica trist el teu amic Parmènides.
- Ell és així. Però no saps què va passar després.
- Què va passar?
- Què em dones a canvi?
- Un altre cop? Però...
- Demà salmó?
- Entesos.
- Mentre el Parmènides parlava, de sobte un raig d’aigua li va caure al cap, esquitxant-me fins i tot a mi. Saps com ens molesta l’aigua als filòsofs: ens vam amagar tot seguit sota un cotxe aparcat.
Tot i l’esglai, no podia deixar de riure imitant el meu amic: res no canvia, estimat Parmenide, hahaha, l’equilibri entre les forces, hahaha, totes les nits tu xerres i l’Heràclit t’escup l’aigua des de dalt del mur… para ja de riure, tu! - Em va dir en Parmènides - Quin amic ets? I aquell maleducat d’Heràclit, si l’agafo...

L’Heràclit és un gat trist i solitari. Està sempre sol amb la seva mala llet, maquinant contra tothom. Un individu esquerp, irascible, desbaratador, rondinaire, envejós…
Però és un filòsof aquàtic, un dels pocs a qui li agrada l’aigua: cada dia es banya una estona al riu i bufa i maleeix qualsevol que passi per la riba (llevat en Tales, un gat vellíssim i un mica boig que diu que l’aigua és una invenció genial, però del vell Tales en tornarem a parlar):
- Dolent! Covard! Gat miserable, gosset!
Crida l’Heràclit a qui gosa apropar-se al riu. Diu que ningú de nosaltres entén res (llevat en Tales). Afirma, l’Heràclit, que el riu és diferent cada dia encara que sembli sempre el mateix i que fins i tot ell mateix, Heràclit, canvia cada dia.
De fet, desprès del bany diari és una mica menys intractable, per no dura gaire: després d’una hora torna a ser l’Heràclit de sempre, ós i corb, a més de gat.
En Parmènides diu que a l’Heràclit li caldria una gata.
L’Heràclit diu que al Parmènides li caldria una gata.
En Tales diu que l’aigua la va inventar ell.
Tot i això, naturalment, ho sé de forma confidencial de l’Epicur mateix, a canvi de les llaunes de salmó.

Però quants són els amics de l’Epicur? Si ho vols saber amb exactitud, ho has de preguntar al Pitàgores, el gat de tres potes. Coneix tots els nombres del món –és a dir del barri: quants gats negres, quantes gates femelles, quants pardals, merles, dragons i ratolins. Si hom li pregunta quantes sargantanes han passat per aquell mur en les últimes tres hores i deu minuts, ell ho sap, amb exactitud, sense cap mena de dubte, amb precisió centesimal, amb mil·lèsimes i tot.
Però no ho diu.
Els seus nombres, precisos com paranys, són efectivament un secret accessible a poquíssims iniciats. Fa cara de gat que s’ho sap tot, però repeteix sempre només que tots els gats tenen el morro triangular, que tots els becs de les merles són triangulars, que totes les cues dels ratolins són triangulars etc etc: té una veritable mania amb els triangles, per a ell tot el món –es a dir, el barri– és triangular.
Bé doncs, com deia, el meu filòsof preferit és el meu gat. És un gat jove, però ja reflexiona molt. Reflexiona tant que és difícil atreure la seva atenció; un pot moure cordes, fils, trossos de paper, o sabatilles, però si l’Epicur reflexiona no s’adona de res, encara menys de l’absurd fregar-se els dits de la mà. L’Epicur reflexiona quasi sempre i no parla quasi mai, per aixó és molt difícil entendre si està de bon humor o en canvi està trist. Cal saber reconèixer les pistes, els senyals.
Fa un temps, per exemple, durant un violent aiguat vaig entendre que l’Epicur estava preocupat perquè es va amagar sota la catifa:
- Penses, Epicur?
Li vaig preguntar. Pregunta absurda per a un filòsof, a més a més gat.
Tot i això, la seva resposta em va deixar sense paraules:
- L’Spinoza ha desaparegut.

Qui és l’Spinoza? Quines preguntes, no ho has llegit a dalt? És un dels millors amics de l’Epicur i és el gat més amable i pacífic del barri. Viu en un jardí de tulipes i no es baralla mai amb ningú, ni tan sol amb les mosques. No pixa mai sobre les plantes, no esgarrapa les catifes, saluda sempre tothom, és vegetarià i tant savi i amable que fins i tot els ratolins li demanen consell. Un dia, fins i tot un advocat es va dirigir a ell per a un consell. Un advocat jubilat, d’acord, un d’aquells que llencen pa als ocells als parcs, però era un advocat.
L’Spinoza, el gat amb ulleres, és amic de tothom al barri i no podia creure que algú li hagués fet mal. Vaig demanar a l’Epicur més explicacions, però ell com a tota resposta em va passar el seu diari dels últims dies. Us he dit que l’Epicur té un diari on explica les seves aventures?

(continuarà...)
Text: Lino Graz
Il·lustració: Albert Àlvarez
CapGazette 7/2015

Las aventuras de Epicuro 1

Las aventuras de Epicuro

Aquí hay gato encerrado

a Misu, Last, Alfredo, Gelsomina
y los demás gatos que me han aguantado.
A Gaetana - Tani - Vergano,
mi profesora de historia y filosofía en el liceo.

Ningún gato, por ser joven, dude en filosofar,
ni por ser viejo deje de filosofar.
(Epicuro, el gato)


Prólogo

Mi filósofo favorito es mi gato, no por nada se llama Epicuro. Piensa todo el día y no habla nunca. Casi nunca: a veces habla de sus amigos, los gatos del barrio con los cuales da vuelta por los tejados, en los jardines y bajo los coches aparcados. Son todos filósofos como él y tienen nombres estrafalarios: Parménides, Heráclito, Leucipo, Lucrecio, Pitágoras… Sanagustín, Spinoza, Leibniz, y un tal Nietzsche, un tipo de bigotes grandes que se lo pasa bien acechando a los perros.
¿En qué piensa Epicuro cuando no habla, es decir casi siempre? En las cosas. ¿En qué cosas? Un poco de todo: en la comida, naturalmente, en las aventuras de la calle, en los ratones, los perros, las palomas, los loros, las gaviotas, los ovillos de lana, las sombras, las alfombras y los sillones, las cortinas y en muchas más cosa de su vida. Sin embargo, más que nada piensa en las conversaciones con sus amigos, por ejemplo en lo que le dijo Parménides una noche de la semana pasada mientras robaban un pedazo de carne al perro del conserje:
- Pobrecito, estaba atado y sólo podía ladrar y tirar de la cadena como un loco...
- ¿Es esto lo que te dijo Parménides, Epicuro?
- No, esto es un comentario mío sobre la triste vida del perro del conserje.
- El perro es un animal educado, honrado, Epicuro, diferente de tí. Pero ahora dime lo que te dijo Parménides.
- ¿Eres curioso, eh? ¿Qué me das a cambio?
- ¡Interesado!
- Más bien, prudente. Mejor no confiar mucho en los humanos.
- No te hagas tanto el filósofo y dime lo que te dijo Parménides!
- Lata de atún?
- Trato hecho.
- Vale. Esto me dijo Parménides: “Cada noche lo mismo, Epicuro, amigo mío. Nietzsche intentando asustar a los perros y a los cuervos, Sartre y Russell persiguiendo a las gatitas y nosotros aquí robando la carne a este pobre diablo. Todo se repite, con mínimas variaciones sin importancia: el equilibrio entre las fuerzas en juego está garantizado”.
- Un tipo algo triste tu amigo Parménides.
- Él es así. Pero no sabes lo que nos pasó después.
- ¿Qué pasó?
- ¿Qué me das a cambio?
- ¿Otra vez? Pero...
- ¿Mañana salmón?
- Trato hecho.
- Mientras Parménides hablaba, de repente le cayó en la cabeza un chorro de agua, que incluso me salpicó a mí. Tú sabes cuánto odiamos el agua los filósofos: nos escondimos en seguida bajo un coche aparcado.
A pesar del susto, sin embargo, no podía dejar de reírme imitando a mi amigo: nada cambia, querido Parménides, jajaja, el equilibrio entre las fuerzas, jajaja, todas las noches tú hablas y hablas... y Heráclito escupiéndote agua desde el muro… ¡Para de reírte, tú! - Me dijo Parménides - ¡Vaya amigo eres! Aquel maleducado de Heráclito, si lo pillo...

Heráclito es un gato triste y solitario. Está siempre solo con su mala leche, arisco, tramando contra todo el mundo. Un tipo irascible, aguafiestas, gruñon, envidioso…
Sin embargo es un tipo acuático, uno de los pocos filósofos a quien le gusta el agua: cada día se baña un rato en el río y sopla y maldice a cualquiera que pase por la orilla (excepto a Tales, un gato muy viejo y algo loco que dice que el agua es un invento genial, pero del viejo Tales volveremos a hablar):
- ¡Bellaco! ¡Cobarde! ¡Gato de cuatro perras!
Grita Heráclito a los que se acercan al río. Dice que ninguno de nosotros entiende nada (excepto Tales). Afirma, Heráclito, que el río es cada día distinto aunque parezca siempre el mismo y que él mismo, Heráclito, cambia cada día.
De hecho, después de su chapuzón diario tiene algo menos de genio, pero dura poco: al cabo de una hora vuelve a ser el Heráclito de siempre, oso y cuervo, además de gato.
Parménides dice que a Heráclito le haría falta una gata.
Heráclito dice que a Parménides le haría falta una gata.
Tales dice que el agua la inventó él mismo.
Todo esto naturalmente lo sé de forma confidencial de Epicuro, a cambio de las latas de salmón.

¿Pero cuántos son los amigos de Epicuro? Si lo quieres saber exactamente, tienes que preguntárselo a Pitágoras, el gato con tres patas. Conoce todos los números del mundo –es decir del barrio: el número de gatos negros, de gatas hembras, de gorriones, mirlos, dragones y ratones. Si se le pregunta cuántas lagartijas han pasado por tal muro en las últimas tres horas y diez minutos, él lo sabe, con exactitud, sin duda alguna, con precisión centesimal, con milésimas y todo.
Pero no lo dice.
Sus números, exactos como trampas, son efectivamente un secreto accesible a muy pocos iniciados. Pone cara de gato que se lo sabe todo, pero repite siempre y sólo que todos los gatos tienen morro triangular, que todos los picos de los mirlos son triangulares, que todas las colas de los ratones son triangulares, etc etc: una verdadera manía con los triángulos, según él todo el mundo -es decir el barrio- es triangular.
Bueno, como decía antes, mi filósofo favorito es mi gato. Es un gato joven, pero ya reflexiona mucho. Reflexiona tanto que es difícil llamar su atención; uno puede agitar cuerdas, hilos, trozos de papel o pantuflas, pero si Epicuro reflexiona no se entera de nada, aún menos del absurdo frotarse los dedos acompañado por chasquidos de la lengua con que nosotros seres humanos imaginamos llamar a los gatos. Epicuro reflexiona casi siempre y no habla casi nunca, por eso mismo es muy difícil entender si está de buen humor o triste. Hay que saber ver las señales, las pistas.
Hace un tiempo, por ejemplo, durante un violento chaparrón entendí que Epicuro estaba preocupado porque se escondió debajo de la alfombra:
- ¿Piensas, Epicuro?
Le pregunté. Pregunta absurda por un filósofo, aún más siendo gato.
Sin embargo, su respuesta me dejó sin palabras:
- Spinoza ha desaparecido.

¿Quién es Spinoza? Vaya preguntas, ¿no lo has leído arriba? Es uno de los mejores amigos de Epicuro y es el gato más amable y pacífico del barrio. Vive en un jardín de tulipanes y no se mete nunca con nadie, ni siquiera con las moscas. No mea nunca en las plantas, non rasga las alfombras, saluda siempre a todo el mundo, es vegetariano y tan sabio y amable que incluso los ratones le piden consejo. Un día, hasta un abogado se consultó con él. Un abogado jubilado, de acuerdo, uno de los que echan migas de pan a las palomas en los parques, pero seguía siendo un abogado.
Spinoza, el gato con las gafas, es amigo de todos en el barrio y no podía creer que alguien le hiciera daño. Le pedí a Epicuro más explicaciones, pero él me contestó pasándome su diario de los últimos días. ¿Os he comentado que Epicuro escribe un diario donde cuenta sus aventuras?

(continuará...)
Texto: Lino Graz
Ilustración: Albert Àlvarez
CapGazette 7/2015