Verso il lunfardo 2ª parte

Verso il lunfardo: gli emigrati italiani e la parlata di Buenos Aires
Seconda parte

Il 18 luglio 1879, il giornale di Buenos Aires, La Prensa, pubblica un breve articolo non firmato con una compilazione realizzata da un commissario, affinché «qualche nostro lettore possa trarre profitto da alcune delle seguenti frasi, nel caso in cui le senta per la strada e si tenga lontano dalla gente che se ne serve». Si tratta di uno dei primi documenti “critici” sul lunfardo.
Ecco dunque come il lunfardo nasce con un marchio d’infamia; nell’articolo lo stesso termine lunfardo viene presentato come sinonimo di ladro e malfattore. Stando agli studi dei criminologi, nella Buenos Aires degli inizi del Novecento operano circa 15.000-20.000 lunfardos, che praticano con destrezza ogni tipo di furto e di scippo. Non si tratta di personaggi veramente pericolosi, bensì di ladruncoli abili e veloci. Gli stessi criminologi riferendosi al gergo parlato da questi individui lo definiscono simile a quello dei selvaggi, per l’uso frequente di metafore ed onomatopee.
In realtà il lunfardo, sebbene faticò molto a liberarsi dalla sua originaria nomea, da lingua dei delinquenti di strada divenne presto la lingua parlata da tutto il ceto popolare, dalla classe media e poi anche dalle classi sociali più alte. Negli strati sociali più bassi il cittadino disonesto conviveva con quello onesto e la lingua dell’uno si fece lingua dell’altro; basti pensare alle comunità dei conventillos. Più tardi fu sicuramente il tango a nobilitare il lunfardo e a conferirgli la dignità di una lingua di poesia e di passioni. Ciò grazie anche all’apporto dato da alcuni illustri scrittori quali Julio Cortazár, Mario Benedetti e Jorge Luís Borges. I primi due ne fecero affettuoso e rispettoso uso in alcuni dialoghi, racconti e testi poetici; Borges invece non lo amava, ma ne prese sempre le difese di fronte ai puristi della lingua.
José Gobello, uno dei più eminenti studiosi del fenomeno linguistico del lunfardo e presidente dell’Accademia Nazionale del Lunfardo nel 1959 scrisse: «Non chiamiamo più lunfardo il linguaggio inutilmente esoterico dei delinquenti, bensì quello parlato dall’abitante di Buenos Aires quando è in confidenza»; e in anni più recenti, nel 1998, Oscar Conde specifica nel prologo al suo dizionario etimologico: «Chiamo semplicemente lunfardo l’espressione della parlata colloquiale rioplatense». Ma la definizione che ci pare più chiara ed esaustiva è quella che ci ha dato nel 1974 Mario Teruggi: «Lunfardo è la denominazione data all’argot nato a Buenos Aires nella seconda metà del XIX secolo, e che, con innovazioni e modificazioni, fa parte della parlata spontanea delle masse popolari della suddetta città e – in maggior o minor grado – di buona parte della popolazione argentina […]. Di conseguenza, chi definisce il lunfardo come parlata dei delinquenti commette l’errore di prendere una parte per il tutto e, contemporaneamente, dato che i lunfardismi non mancano in bocca a nessuno, oltraggia gratuitamente il proprio popolo considerandolo implicitamente un branco di ladri. E lungo questa strada si può giungere a deformazioni mostruose».
D’altronde a noi basta discorrere un po’ in spagnolo con un argentino per notare la comparsa, qua e là, di termini del lunfardo ed escludere che si tratti di un codice criminale. Sempre l’articolista anonimo di fine XIX de La Prensa ci informa dalle pagine dello stesso giornale che: «Il lunfardo non è altro che un miscuglio di dialetti italiani usati dai ladri del nostro paese». Ma il lunfardo è ricco di termini provenienti da molte altre lingue: le lingue indie, prima fra tutte il quechua, la lingua spagnola, quella tedesca….
Per quanto riguarda gli italianismi presenti nel lunfardo, più in generale potremmo dire nella parlata di Buenos Aires, va innanzitutto detto che vi giunsero naturalmente attraverso gli immigrati; alcuni studiosi sottolineano come il grado d’influenza linguistica dell’immigrato italiano sull’ambiente locale sia stato direttamente proporzionale alla conoscenza che egli aveva dello spagnolo. Ciò significa che, soprattutto in anni in cui l’immigrazione veniva identificata con il mondo della criminalità, il parlante ispanico era più diffidente verso coloro che ancora non parlavano bene lo spagnolo ma solamente quella mescolanza delle due lingue detta cocoliche, e che di conseguenza la contaminazione più rilevante avvenne soprattutto attraverso i figli dei primi immigrati.
Gli espatriati che approdarono a Buenos Aires si potrebbero essenzialmente dividere in due gruppi: da un lato coloro che vi arrivarono per trovare un lavoro e rimanervi, dall’altro gli avventurieri che, una volta sbarcati nella capitale, entrarono direttamente a far parte del mondo della malavita porteña e che a Buenos Aires, e nelle sue carceri, furono di passaggio. Proprio questi ultimi sono i maggiori responsabili della presenza di espressioni gergali e di dialettismi dell’italiano nel lunfardo.
Soffermandoci esclusivamente sui prestiti linguistici provenienti direttamente dall’italiano, specificheremo che le fonti principali in ordine d’importanza sono state l’italiano (ovvero le forme comuni a tutti i dialetti), il genovese, i dialetti meridionali, l’italiano gergale ed infine altri dialetti settentrionali. Alcuni esempi di prestiti dall’italiano sono: la parola apuntamento, in spagnolo cita, dall’italiano “appuntamento”; bruchar, in spagnolo quemar, da “bruciare”; escansafatiga, in spagnolo perezoso, da “scansafatica”; estufar, estufo, in spagnolo aburrir, aburrido, da “stufare, stufo”; pasticho, in spagnolo confusion, da “pasticcio”; yirar, in spagnolo dar vuelta, da “girare”. Dal genovese baccan viene il bacán, che indica il “padrone di una donna” (ruffiano, magnaccia) o una persona ricca che si gode i piaceri della vita; l’origine della parola pibe, che sta per ragazzo, si fa risalire al genovese e ad altri dialetti settentrionali dove è presente la forma pivetto; sempre dal genovese e da altri dialetti del nord deriva l’aggettivo pelandrun. Un esempio di meridionalismo è il cocoliche, a cui s’è accennato sopra, probabilmente derivato da un cognome meridionale quale Cocolicchio o Cocoliccio; tra l’altro, proprio così si chiamava il protagonista napoletano di una delle opere più famose del teatro nazionale rioplatense. Altro meridionalismo è la parola cumparsa, nel senso di guardia del corpo, ma anche di componente di una fanfara popolare o di sfilata; e le parole yetatore, farabute, e laburar per dire lavorare, che nello spagnolo è trabajar. Dall’italiano gergale vengono balurdo; l’espressione hacer las zapatillas, che in spagnolo sarebbe robar e in italiano, appunto, “fare le scarpe”; morfar per mangiare e grana per soldi.
Si è già detto prima che è stata quell’espressione travolgente del folclore argentino che è il tango a nobilitare il lunfardo. Il tango nasce nel barrio sur di Buenos Aires, popolato da immigrati turchi, ebrei, tedeschi, spagnoli, italiani e dai guachos; era il quartiere del compadrito, ovvero del gaucho che diventa cittadino e che fa lo spocchioso e sopravvive facendo mille lavori, la maggior parte dei quali disonesti, era il quartiere del cantinflero e del caften, ovvero del ruffiano di una o più prostitute.
Gli italianismi sono più diffusi nei tanghi, che non nelle milonghe. I primi, che infatti hanno trovato diffusione prevalentemente nelle città dove gli immigrati italiani erano più numerosi, raccontano nella lingua del lunfardo storie ambientate nei sobborghi popolari della capitale, mentre le vicende narrate nelle milonghe hanno come sfondo la campagna. Gli esempi sarebbero molti, ma qui ci limitiamo a citare solo uno dei testi più famosi del tango, quello scritto e musicato da Santos Discépolo, il cui titolo Yira… Yira… è già di per sé un italianismo (dal verbo yirar di cui si è detto sopra). All’interno del brano, rivolto ad una prostituta, troviamo i verbi morfar e manyar dal “mangiare” italiano, col significato di “capire, rendersi conto” dell’espressione “mangiare la foglia”: «cuando manyés que a tu lado / se prueban la ropa / que vas a dejar, / te acordarás de este otario / que un día, cansado, / se puso a ladrar…» («Quando ti accorgerai che al tuo fianco / si provano i vestiti / che stai per lasciare / ti ricorderai di questo stupido / che un giorno, stanco, / ha iniziato a rubare…»). Oggi, a più di un secolo di distanza, è proprio grazie al tango che la lingua degli emigrati italiani a Buenos Aires può tornare in madrepatria.

Text: Nicoletta De Boni e Paolo Gravela ©CAP Gazette. Foto: Buenos Aires, ca. 1900.
Luglio 2014

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