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Pio Baroja Amores tardíos

La misura del tempo

In questi tempi di resistibili, eppure violente, ascesi di Arturi Ui e Ubu Re, e risibili opposizioni, mi sono felicemente imbattuto in questo breve testo di Pio Baroja (tratto da Gli amori tardivi), che mi è parso una sana descrizione di un anticonformismo istintivo, fisiologico, senza artifici né pose. Un'autonomia del pensiero e del comportamento a cui aggrapparsi. Per misurare a proprio modo, sia pure dolorosamente e in solitudine, il tempo. Non è di un ritorno all'età dell'innocenza che parlo, né di una cieca fiducia nella propria giustezza, ma di un cocciuto coraggio di essere.

La medida del tiempo

En estos tiempos de resistibles, y sin embargo violentas, ascensiones de Arturos Ui y Ubús Reyes, y risibles oposiciones, me he felizmente tropezado con este breve texto de Pio Baroja, (un fragmento de Los amores tardíos), que me parece una sana descripción de un anticonformismo instintivo, fisiológico, sin artificios ni poses. Una autonomía del pensamiento y del comportamiento a la cual agarrarse. Para medir de forma personal, aunque quizás con dolor y en soledad, el tiempo. No hablo de volver a la edad de la inocencia, ni de una ciega confianza en la justitud personal, sino de una obstinada valentía por ser.

- Io sono come quei vecchi orologi che hanno il meccanismo frastornato, non c’è modo di metterlo a posto né di aggiustarlo. Accostati alla parete, con la loro forma di bara, mettono alla prova i migliori orologiai. Nella cassa di quegli orologi ci sono polvere e ragnatele, e tra due pesi di piombo ineguali, appesi a delle corde nere, un pendolo dorato, che è come il cuore del meccanismo che fa tic tac, tic tac, senza stancarsi. Anche se camminano, questi orologi vanno avanti o indietro, e quando arriva il momento di suonare le ore, si lanciano con un rumore terribile in sonori rintocchi, e invece di suonare il quarto d’ora suonano la mezz’ora, e quando devono suonare le dodici suonano l’una.
Questi rintocchi insoliti sembrano stupire l’orologio stesso da cui provengono, e tutto ciò che lo circonda, e i mobili e i quadri pare debbano guardarsi l’un l’altro straniti e sarcastici, e farsi un occhiolino beffardo e confidenziale.

- Yo soy como esos relojes viejos que tienen la maquina trastornada, no hay manera de componerla ni de arreglarla. Arrimados a la pared, con su forma de ataúd, desafían a los mejores relojeros. En la caja de esos relojes hay polvo y telas de araña, y entre dos pesas de plomo desiguales, que cuelgan de cuerdas negras, una péndola dorada, que es como el corazón de la maquina que hace tictac, tictac, sin cansarse. Aunque anden, estos relojes adelantan o atrasan, y cuando llega el momento de dar las horas, se disparan con ruido terrible en sonoras campanadas, y en vez del cuarto dan la media, y cuando tienen que dar las doce dan la una.
Estas campanadas insólitas parecen asombrar al mismo reloj de donde salen, y a todo lo que le rodea, y los muebles y los cuadros se piensa que se han de mirar unos a otros con extrañeza y con sorna, y hacerse un guiño burlón y confidencial.
Intro e trad it: Lino Graz
Texto: Pio Baroja, de Los Amores Tardíos, 1926
Foto: Aix en Provence / Andrate. Autore: Lino Graz

L’arte di comporre, l’arte di tradurre ● L’art de compondre, l’art de traduir

L'arte di comporre, l'arte di tradurre - L'art de compondre, l'art de traduir


Una poesia di Víctor Verdú e la nostra traduzione in italiano. In omaggio agli equilibri e alle misure tra i suoni e i segni.

Un poema de Víctor Verdú i la nostra traducció a l'italià. En homenatge als equilibris i a les mesures entre els sons i els signes.



aquesta nit
comença el món
la primavera
la carn, el déu
el temps, comences
tu, net, infant
aquesta nit
neix la muntanya
s’esquerda el cant
batega el mar
et converteixes
en rodamón
per fi desprès
de l’enfarfec
de cambres fosques
comença el verb
comença el gest
comença tot
des de l’arrel
fins a l’estel



stanotte
comincia il mondo
la primavera
la carne, il dio
il tempo, cominci
tu, nitido, neonato
stanotte
nasce la montagna
si sfalda il canto
batte il mare
ti trasformi
in giramondo
infine libero
dall’impaccio
di camere buie
comincia il verbo
comincia il gesto
comincia tutto
dalla radice
fino alla stella


Text: Víctor Verdú
Traduzione in italiano: Paolo Gravela
Foto: CapGazette
5/2016

Mercanti italiani a Cordova

José Antonio García Luján, ‘Mercanti italiani a Cordova (1470-1515)’
in memoriam Prof. Alberto Boscolo

Presentiamo qui una selezione di paragrafi del libro, che si può trovare e leggere presso la Biblioteca dell'Istituto Italiano di Cultura di Barcellona, dove si conservano, inoltre, altri curiosi volumi. La traduzione in italiano qui riportata non è che un tentativo di intendere e rendere quell'antica scrittura castigliana


L'archivio notarile cordovese ospita un'ingente quantità e varietà di notizie sulla storia della città di Cordova e della sua provincia da metà del XV secolo – il 1442 per l'esattezza – fino all'inizio del XX secolo.
Il corpus documentale che offriamo è composto da novanta atti notarili relativi a italiani, in gran parte mercanti, che per vari motivi ebbero a che fare con gli uffici degli scrivani cordovesi.

1475, ottobre 12.
Domenego Guasco, fiorentino, tintore di scarlatti, e Fernando, tintore, suo compare, abitanti di San Andrés, stipulano scrittura secondo la quale sono obbligati a dare a Juan García, cenciaiolo, tre panni tinti in color scarlatto, per i 40.000 maravedì che da tale avevano ricevuto.
FONTE: A.P.C., Ufficio 14, protocollo 8, quad. 6, foglio, 12r.


In Cordova in questo detto dì dodicesimo del detto mese di ottobre del detto anno / settanta e cinque, stipulano Domenego Guasco, fiorentino, tintore di scarlatti / e Ferrando, tintore, figlio di Bartolomé Sanches, tintore, compagni, abitanti in Santo Andres, / che devono dare in pagamento a Juan Garçia, cenciaiolo, figlio di Alonso Garçia, legnaiolo, che Dio l'abbia, abitante / in Santo Pedro, che è presente, tre panni, venti dozzine, tinti in color scarlatto, / colorati, fini, tali che si devon dare e prendere […]

1487, giugno 19.
Accordo di apprendistato di Rodrigo di Cordova con il maestro Polo, genovese, berrettaio, entrambi abitanti nella parrocchia di San Nicolás del Ajerquía, per tempo un anno e obbligo di questo di dargli da mangiare, letto e calzatura.
FONTE: A.P.C., Ufficio 18. Protocollo 1, fogli. 732v.-733r.


In Cordova, in questo detto dì, stipulò Rodrigo di Cordova, figlio di Alfonso / Mexía, che Dio l'abbia, abitante residente in questa città nella / parrocchia di Santo Nicolas de Axarquía, che entra come apprendista con maestro Polo , genovese, berrettaio, abitante nella detta /parrocchia, che è presente, affinché lo avvezzi e insegni il detto suo / mestiere di berrettaio da oggi fini a un anno primo che verrà, / e che gli dia nel detto tempo da mangiare e bere e letto in cui dormire / e le calzature di cui avesse bisogno e vita ragionevole che lo / possa trascorrere e che gli mostri a tingere in scarlatto e scuro. […]

1496, luglio 20.
Vicenzo di Venezia, fabbricante d'organi, stipula aver ricevuto da fra' García Durán, priore, e da fra' Alonso de Vico, vicario del monastero di San Paolo di Cordova, 25.000 maravedì fino al giorno della data e in acconto di quei che dovrebbe ricevere per la fattura di degli organi per il citato monastero.
FONTE: A.P.C., Ufficio 14, protocollo 30, quad. 20, foglio. 28r.-v.


Ricevuta di maravedì.
In Cordova ventesimo dì di luglio del novanta / e sei anni, Viçenzo di Venezia, organaio, / stipula che ha in suo possesso ricevuto dal / reverendo padre fra' Garçia Duran, priore di / San Paolo di Cordova, e da fra' Alonso de Vico, vica- / rio del detto monastero, e di altro per loro, / venticinque mila maravedì fino a oggi, detto dì della / data, come acconto e pagamento dei maravedì che egli /deve avere per la fattura degli organi che a- / desso fa in detto monastero; […]

1500, luglio 8.
Juan de Villalpando stipula scrittura di perdono a favore della sua sposa Catalina de Pineda, che aveva commesso adulterio con Onorato de Spíndora, Luis de Godoy e altre varie persone, a condizione che gli dia carta di separazione nel termine di due mesi.
FONTE: A.P.C., Ufficio 18, protocollo 7, fogli. 335v.-339r.


Perdono di corna.
Nel nome della Santissima Trinità, Padre e Figlio / Spirito Santo, tre persone e un solo Dio vero, / che vive e regna per sempre senza fine, e della / beata Vergine Gloriosa Nostra Signora / Santa Maria, sua madre, e di tutti i / santi e sante della corte e regno celestiale. / Poiché la debolezza umana fa gli uomini // (foglio 336r.) brevemente errare e dagli errori nascono imbrogli e / contende e inimicizie e grandi disaccordi, [...] Per tanto in conformità con il Santo Vangelo, tramite questa presente carta voglio che sappiano / quanti questa carta di perdono vedano che io, / Juan de Villalpando, figlio di Juan Rodrigues de Villa- / alpando, che Dio l'abbia, abitante della città / di Siviglia e abitante che soleva essere della molto / nobile e molto leale città di Cordova, conosco e / accordo a voi, Catalina de Pineda, mia legit- / tima sposa, figlia di Bartolome Ruis d’Escanno, / e a voi Onorado d’Espíndola, genovese, e a voi, / Luis de Godoy, figlio di Juan de Godoy, venti / e quattro di Cordova, e dico che per quanto a- /desso saranno forse due anni, poco più o poco meno / di tempo, che io essendo assente da questa città, / nel detto tempo, voi, la detta Catalina de Pineda, mia (sposa) // (fogli 336v.) in vituperio e disonore mio e del mio onore aveste commesso e commetteste adulteri / con i detti [...]

1502, aprile 20.
Cristóbal de Avila, abitante nella parrocchia di Santa Maria, stipula scrittura di caparra a favore di Simón Ruiz, fiorentino, abitante di El Carpio, e di Francisco, orologiai, che dovevano fare un orologio per la città di Ecija per il valore di 10.000 maravedì.
FONTE: A.P.C., Uficio 14, protocollo 5, quad. 23, foglio. 2r


Caparra. Orologio
In Cordua in questo detto dì si obbligò Christoual de Auila, contadino, / abitante in Santa María, e disse che in quanto Ximon Ruys, fiorentino, abitante di / Carpio, e Françisco, orologiai, sono obbligati a fare un orologio / per la città di Eçija per dieci mila maravedì in certo termine, / a tal scopo, stipulano che lo faranno secondo i termini e secondo che / sono obbligati a vista di maestri, e se non lo facessero, / che pagheranno i maravedì che avessero ricevuto [...].



José Antonio García Luján, ‘Mercaderes italianos en Córdoba (1470-1515)’, © Nuova Casa Editrice L. Cappelli, Bologna, 1988.
Foto: Vista di Cordova, Anónimo italiano del secolo XVI, Biblioteca Digital Hispánica.
Junio 2014
Traduzioni dei frammenti: Paolo Gravela

El carretero

El carretero
(o un sueño exótico en tiempos crueles y desencantados)



No muy lejos de la casa de Lucas, en Sartamea, vivían unos chicos extranjeros “en busca de buena suerte”. Lucas fumaba a menudo con ellos. Una tarde de primavera, casi verano, después de cenar, se quedaron delante de la puerta de su bajo cerca del mar, en el barrio de los pescadores y los traficantes. La noche era fresca, las conversaciones se habían esfumado en el anochecer, quedaban frases cortadas y caladas de humo. Se había hablado de proyectos, intenciones.
- Dicen los chinos que delante de los ojos tenemos el pasado, y detrás del culo el futuro; el futuro es transparencia, pura transparencia: un cristal mate, una cortina de agua.
Antes de irse a dormir, Lucas dio una vuelta hasta la playa. Silencio. Oscuridad. Mar. Los pensamientos parecían dilatados, distraídos, se apoyaban suaves en los pasos lentos. En el cielo negro las nubes eran barbas blancas y filósofas, rostros y bustos de algodón a la luz de la luna.
- Vosotras, barbas blancas en el cielo, afirmaciones, gestos de aire, camuflajes, tiovivos de soplos, ¿de dónde venís? ¿Adónde vais?
Aquel que a Lucas le pareció que increpaba, o interpelaba, el murmurar del cielo, a las tres de la noche, era un anciano carretero. Inclinado hacia adelante, apoyado en un bastón, el andar inestable, arrastraba su carreta en la noche sartamina como recién llegado de la luna.
En cambio, no. No venía de la luna. Ante los ojos sorprendidos de Lucas, las nubes dibujaron en el cielo el mapa de una posible ruta, nombres evocativos, antiguos caminos de mercaderes: en primer lugar un barrio de chabolas de Phnom Penh; luego Imfal, Agra, Jammu y Samarcanda; más tarde Bamiyán, Mazar-e Sarif, Herat, Teherán; finalmente Alepo, Esmirna y Estambul.
El carretero llevaba objetos perdidos, signos mudos, de un idioma lejano; los pies sucios de un camino hecho andando y de distancias medidas en metros.
Estaba bien, hizo un gesto para decir que estaba bien. Tenía mil años y a pesar de todo seguía caminando, con pasos pequeños, por esta ciudad extranjera. Los bigotes de gato, la perilla de punta. Lucas estuvo a punto de preguntarle por Marco Polo, Vasco de Gama. Vaya ideas de… marinero. Al fondo, esbelto encima de una columna, Cristóbal Colón señalaba el mar.
[sin]
[fa]
[ra]
O de verdad había venido andando, pensó Lucas, o bien cerca de Bagdad alguien le habría prestado una alfombra voladora o algo por el estilo, diciéndole:
- ¿Adónde va, Señor?
- A Europa, donde mi hijo.
- ¡Hombre! ¡Está lejos esto!
- ¿Y qué más da?
- Bueno, pues tome esto, para su viaje. Se lo presto. A la vuelta me lo devolverá.
El viejo habría sonreído, bajo la luna de Bagdad - porque es famosa la luna de Bagdad -, luego habría cargado la alfombra en su carro y se lo habría agradecido: shukran yasilan.
- ¡Pero no, señor! es la carreta la que tiene que cargar encima de la alfombra, ¡No al revés!
Estos árabes, habría pensado el carretero, son muy amables, pero cabezones como mulas. Entonces, por educación, una antigua educación, el carretero se habría subido a la alfombra con su carreta: sólo unos kilómetros, habría pensado, luego bajo.
Efectivamente luego se había bajado, porque aprender a volar a cierta edad es una impertinencia:
- Yo camino en el suelo, joven hombre, el cielo se lo dejo a la luna y a las nubes barbudas.
Y las nubes, para agradecérselo, le habían indicado el camino para Sartamea.


Text: Lino Graz (cuentos de Sartamea)
Fotos (Letras árabes sin, fa, ra, raíces del campo semántico del "viaje"): Lino Graz
CapGazette 4/2016

Il carrettiere

Il carrettiere
(o un sogno esotico in tempi crudeli e disincantati)



Non molto lontano dalla casa di Lucas, a Sartamea, abitavano dei ragazzi stranieri “in cerca di buona fortuna”. Lucas fumava spesso con loro. Una sera di primavera, quasi estate, dopo cena, si attardarono sulla porta del loro piano terra vicino al mare, nel quartiere dei pescatori e dei trafficanti. La notte era fresca, le chiacchiere erano calate col buio, restavano frasi mozze e boccate di fumo. Si era parlato di progetti, di intenzioni.
- Dicono i cinesi che davanti agli occhi abbiamo il passato, e dietro il culo il futuro; il futuro è trasparenza, pura trasparenza: un vetro smerigliato, una cortina d'acqua.
Prima di dormire Lucas fece due passi fino alla spiaggia. Silenzio. Buio. Mare. I pensieri parevano dilatati, distratti, poggiavano ovattati sui passi lenti. Nel cielo nero le nuvole erano barbe bianche e filosofe, visi e busti di cotone alla luce della luna.
- Voi, barbe bianche in cielo, affermazioni, gesti d'aria, camuffamenti, giostre di sbuffi, da dove venite? Dove andate?
Colui che a Lucas sembrò apostrofare, o interpellare, il borbottare del cielo alle tre di notte era un anziano carrettiere. Inclinato in avanti, poggiato su un bastone, il passo instabile, tremulo, trascinava il suo carretto nella notte sartamina come arrivato dalla luna.
Invece no. Non veniva dalla luna. Davanti agli occhi stupiti di Lucas, le nuvole disegnarono in cielo la mappa di un possibile percorso, nomi evocativi, strade di commerci antichi: prima un quartiere di baracche di Phnom Penh; poi Imphal, Agra, Jammu e Samarcanda; poi ancora Bamiyan, Mazar-i Sharif, Herat, Teheran; infine Aleppo, Smirne e Istanbul.
Il carrettiere portava oggetti smarriti, segni muti, di una lingua ormai lontana; i piedi sporchi di una strada fatta camminando e di distanze misurate in metri.
Stava bene, fece segno che stava bene. Aveva mille anni e tutto sommato ancora camminava, a piccoli passi, in questa città straniera. I baffi irti del gatto, il pizzo a punta. A Lucas venne da chiedergli di Marco Polo, di Vasco da Gama. Che diavolo di idee da… marinaio. Sullo sfondo, slanciato su una colonna, Cristoforo Colombo indicava il mare.
[sin]
[fa]
[ra]
O davvero era venuto a piedi, pensò Lucas, oppure dalle parti di Bagdad qualcuno gli deve aver prestato un tappeto volante o roba del genere, dicendogli:
- Dove andate, signore?
- In Europa, da mio figlio.
- Ma guardi che è lontana!
- Che importa?
- Tenete, allora, per il vostro viaggio. Ve lo presto. Al ritorno, me lo renderete
Il vecchio avrà sicuramente sorriso, sotto la luna di Bagdad - perché è famosa la luna di Bagdad -, poi avrà caricato il tappeto sul suo carretto e ringraziato: shukran jasilan.
- Ma no, signore! È il carretto che dovete caricare sul tappeto, non il contrario!
Questi arabi, aveva certo pensato il carrettiere, sono davvero gentili, ma testardi come muli.
Allora, per educazione, un’antica educazione, il carrettiere sarà salito sul tappeto col suo carretto: giusto per qualche chilometro, avrà pensato, poi scendo.
Poi infatti era sceso, perché imparare a volare a una certa età è un'impertinenza:
- Io cammino per terra, giovane uomo, il cielo lo lascio alla luna e alle nuvole barbute.
E le nuvole barbute, per ringraziarlo, gli avevano indicato la strada per Sartamea.


Text: Lino Graz (racconti di Sartamea)
Foto (Lettere arabe sin, fa, ra, radici del campo semantico del "viaggio"): Lino Graz
CapGazette 4/2016

Gesuiti in Paraguai

Gesuiti in Paraguai

Dicono che ci siano solo tre cose che Dio non sa:
1- Quanto sono gli ordini monastici femminili.
2- Quante scuole hanno fondato i salesiani.
3- Che cosa pensa un gesuita.
A queste ne aggiungerei una quarta, forse meno spiritosa ma un briciolo apocalittica:
4- Quanti libri sono stati scritti dai figlioli suoi, quelli della Genesi e capitoli successivi, pupille dei suoi occhi.


Mi immagino allora un Dio in pigiama, ormai dimenticato da tutti e lui stesso dimentico delle sorti delle suddette pupille, comodamente seduto sull’Universo (che ha forma di biblioteca, infinita), i piedi al caldo in un paio di galassie morbide come calzettoni, immerso, alla fioca luce di una quasar-abatjour, nella lettura di tutto quello che è stato scritto su papiro, pergamena e carta, o in pdf, in sumero, sanscrito, etrusco (poca roba), aramaico, greco, latino, guaranì, arabo, bantù e sassone nei secoli dei secoli. Dio mio! Esclama ogni tanto, sorpreso da tanto ingegno che non credeva d’aver creato…

Nel nostro piccolo universo tascabile, una nuova immersione nelle grotte sottomarine della biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona ha dato nuovi frutti: Il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai, di Ludovico Antonio Muratori, archivista, bibliotecario (anche lui!), padre della storiografia italiana, pubblicato per la prima volta nel 1743 e poi successivamente molte altre volte fino all’edizione di Sellerio del 1985 che è finita nelle rete da pesca di CapGazette.
Il libro racconta con molta attenzione della stagione dei Gesuiti in Paraguai, le loro imprese, le loro difficoltà, i loro errori, le loro scoperte, la loro presunzione e la loro umiltà, i conflitti con gli Indios, con le amministrazioni coloniali spagnola e portoghese e con i famigerati Mammalucchi, feroci cacciatori di schiavi da vendere a proprietari delle piantagioni brasiliane.

Qualcuno forse ricorderà un film del 1986, The Mission, con Rober De Niro e Jeremy Irons, sullo stesso tema. Riportiamo qui un breve passo del libro in cui il Muratori narra del talento musicale degli Indios, non inferiore a quello di Ennio Morricone, autore della colonna sonora del film.

Della musica degli Indiani del Paraguai

È degna di essere qui registrata un’altra invenzione di gran riguardo per nutrire ed accrescere la devozione dei nuovi fedeli americani, ed anche per attirare gli infedeli alla vera religione e a unirsi agli altri nelle Riduzioni già fondate. Questa invenzione consiste nella musica, di cui quegli industriosi missionari hanno spesso sufficiente cognizione e taluno ne sa anche a perfezione. È incredibile l’inclinazione naturale che quei popoli posseggono nell’armonia […] oltre alla suddetta inclinazione, in essi si trova una mirabile abilità per la musica delle voci e degli strumenti musicali, cioè una predisposizione per apprendere tutto ciò che spetta al canto e al suono. Hanno ottime voci, e a renderle tali, e anche più armoniose che in altri paesi, concorrono le acque del fiume Paranà e Uruguai, perché non bevono altro che acqua sana e pura […]. Quello che è più mirabile è che in Europa non vi è forse strumento musicale che non sia stato introdotto e che non si suoni tra questi buoni Indiani, come l’organo, la chitarra, l’arpa, la spinetta, il liuto, il violino, il violoncello, il trombone, il cornetto, l’oboe e altri simili. E tali strumenti non solo vengono da essi usati delicatamente, ma addirittura fabbricati dalle loro stesse mani […].

Frammento da Ludovico Antonio Muratori (1672-1750):
Il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù in Paraguai.



Intro: Paolo Gravela
Illustrazioni angelo stilita e angelo in volo: Albert Àlvarez
Foto (Piverone, Gesiun, particolare): Lino Graz
CapGazette 3/2016

Breve appunto portoghese (o l’arte della digressione)

 
Breve appunto portoghese (o l’arte della digressione)

Sto leggendo Gonçalo M. Tavares, scrittore duro - non indulgente ma tutto sommato, e forse paradossalmente, clemente - di luoghi indeterminati e lingua precisa.

Lingua di precisione la sua, lingua di precisione il portoghese; ne siano esempi:
1- l’uso ancora vivo del futuro del congiuntivo, sfumatura in disuso in spagnolo e a cui altre lingue hanno rinunciato in partenza: falarei a verdade, doa a quem doer.
2 - l’infinito personale, vale a dire coniugato a seconda della persona: eu cantei uma canção para a menina dormir / para as meninas dormirem.

Decifratore, Tavares, delle malattie dei nostri tempi - anzi, delle malattie e basta: bella e triste la metafora della flor negra che troviamo per la strada e di cui non riusciamo più a liberarci.

Mentre leggo, torno col pensiero per libera associazione ad alcuni miei personali “segni portoghesi”: uno spaventapasseri quasi sul confine spagnolo, ironico segnale di frontiera, poco dopo Valencia de Alcántara; l’improvviso tacere (rispetto alla chiassosa Spagna, ma questo meriterebbe - e un giorno meriterà - un articolo a parte); le case bianche e la fabbrica del sughero di Portalegre; l’indimenticabile arrivo “trionfale” in bici a Lisbona di qualche anno fa, con Albert Àlvarez, amico illustratore (sue le illustrazioni in bianco e nero), dopo un lungo, sereno e poetico viaggio che da Madrid ci portò ad attraversare parte della Castiglia, dell’Extremadura e dell’Alentejo portoghese; l’orto botanico di Lisbona: a estufa quente e a estufa fria; una vista verticale del Tago dall’alto del Miradouro de Santa Catarina grazie a Rita Tojal, amica lisboeta che ha viaggiato più di Vasco da Gama; una pensione degna dei Ricordi della Casa Gialla (Recordações da Casa Amarela) film di João Cesar Monteiro. Poi il meandro del Douro a Oporto; il Museo delle Marionette, sempre a Oporto; la cortesia un po’ ingessata dei portoghesi, la loro cura del silenzio…

Di Gonçalo M. Tavares ho letto e consiglio vivamente Jerusalem e Aprender a rezar na Era da Técnica, Imparare a pregare nell’Era della Tecnica, che già solo il titolo vale anni di filosofie.

Tra “oggetti” personali, intimi, coperti di polvere antica, e inevitabili cliché da diario di viaggio, ritrovo naturalmente anche Fernando António Nogueira Pessoa e il suo poeta, artigiano e fingitore, di cui riporto sotto la versione originale portoghese e la mia zoppa traduzione italiana.

Autopsicografia

O poeta é um fingidor
Finge tão completamente
Que chega a fingir que é dor
A dor que deveras sente.

E os que lêem o que escreve,
Na dor lida sentem bem,
Não as duas que ele teve,
Mas só a que eles não têm.

E assim nas calhas de roda
Gira, a entreter a razão,
Esse comboio de corda
Que se chama coração.

(Fernando Pessoa, 1888/1935)
Autopsicografia
Il poeta è un fingitore / Finge così completamente / Che arriva a fingere che è dolore / Il dolore che davvero sente.
E quelli che leggono ciò che scrive / Nel dolore letto sentono bene, / Non quei due che egli ebbe, / Ma solo quello che essi non hanno.
E così nei solchi in tondo / Gira, intrattenendo la ragione, / Questo treno a molla / Che si chiama cuore.


Intro e trad: Paolo Gravela
Illustrazioni: Albert Àlvarez
Foto (Profilo a Oporto e Personaggi sui muri di Oporto): Lino Graz
CapGazette 1/2016

Carlo Cattaneo, India, Messico, Cina

Geografia Comparata / Carlo Cattaneo

Girovagavo per la meravigliosa e purtroppo poco nota biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona, quando mi sono imbattuto in un piccolo libro dalla copertina color nebbia: Carlo Cattaneo, India, Messico, Cina, edito nel 1942 da Valentino Bompiani. Ne riporto qui un primo frammento in cui lo studioso confronta la geografia indiana con quella italiana, in modo non tanto diverso da come ognuno di noi fa (o faceva, in epoca a.G., avanti Google) quando torna da un viaggio in un luogo esotico: “Calcutta è un po’ come Venezia, ma più…”, “Bombay - perdon, Mumbai - ricorda Livorno, se non fosse…”.

Mi sono pure cimentato - collezionista appassionato e ossessivo di parole, passate, presenti e future - a tradurlo in spagnolo e in catalano, faticando assai a districarmi tra i nomi geografici che Cattaneo italianizza fino a renderli irriconoscibili (la sua Nerbussa resta un enigma indecifrabile. Avrà voluto indicare l’attuale Narmada, Narbada o Nerbudda? E i Seichi coi loro turbanti? Mica male, no?). Ho dovuto, naturalmente, fare delle scelte discutibili. Spero mi perdonerete il ghiribizzo.
L’India è come l’Italia, ma più gigantesca…

[…] La penisola indostanica rammenta sotto certi aspetti naturali, sebbene con superficie dieci volte maggiore, l’Italia. Anch’essa ha le sue Alpi, ma eccelse il doppio e stese da levante a ponente con arco quattro volte più vasto: anch’essa protende tra due mari una catena d’Appennini; l’indole fluviale del Gange simiglia a quella del Po; il Bramaputra raffigura l’Adige; la Nerbussa l’Arno; l’Indo gira intorno agli Imalai come il Rodano alle Alpi; l’altipiano dei Seichi e di Casmira potrebbe compararsi a quello dell’Elvezia, come quello dei Rageputi al Piemonte, le campagna d’Agra e di Benares alla Lombardia, la laguna veneta al Bengala, i monti dei Maratti alla Liguria e all’Etruria, le lande del Coromandel al tavoliere dell’Apulia, il Malabar alle riviera della Calabria, e l’isola di Ceilan, se non giacesse verso levante, alla Sicilia. In pari modo fra i paesi circostanti all’India, l’Afgania potrebbe assimigliarsi per la sua posizione alla Francia, la Persia alla Spagna, il corso navigabile dell’Oxo, al di là degli Imalai verso la Bocaria e la Chivia, al corso del Reno. […]

Frammento da Carlo Cattaneo (1801-1869): India, Messico, Cina.
La India es como Italia, pero más gigantesca…

[…] La península indostánica recuerda por ciertos rasgos naturales, aunque con superficie diez veces mayor, a Italia. Ella también tiene sus Alpes, pero excelsos el doble y extendidos desde levante hacia poniente con un arco cuatro veces más ancho: ella también despliega entre dos mares una cordillera de Apeninos; el índole fluvial del Ganges se parece a la del Po; el Brahmaputra representa al Adigio; el Narmada al Arno; el Indo gira alrededor del Himalaya como el Ródano alrededor de los Alpes; el altiplano de los Sijies y de Cachemira podría compararse al de Helvecia, como el de Rajastán a Piamonte, el campo de Agra y de Benarés a Lombardía, la laguna de Véneto a Bengala, los montes de los Marathas a Liguria y Etruria, las landas de Coromandel a la meseta de Apulia, Malabar a la costa de Calabria, y la isla de Ceilán, si no yaciera hacía levante, a Sicilia. De la misma manera entre los países que rodean India, Afganistán podría parecerse por su posición a Francia, Persia a España, el recorrido navegable del Oxus (actual Amu Daria), más allá del Himalaya hacia Bujará y Jiva, al recorrido del Rin. […]

Fragmento de Carlo Cattaneo (1801-1869): India, México, China.
L’Índia és com Italia, però més gegantina…

[…] La península indostànica recorda per alguns trets naturals, encara que amb superfície deu vegades major, Italia. Ella també té els seus Alps, però excelsos el doble i estesos des de llevant cap a ponent amb un arc quatre vegades més ample: ella també desplega entre dos mars una serralada d’Apenins; l’índole fluvial del Ganges s’asssembla a la del Po; el Brahmaputra representa l’Adige; el Narmada l’Arno; l’Indus gira al voltant de l’Himàlaia com el Roine al voltant dels Alps; l’altiplà dels Sikhs i de Caixmir es podria comparar al d’Helvècia, com el de Rajasthan a Piemont, el camp d’Agra i de Benarés a Llombardia, la llaguna de Vèneto a Bengala, els monts dels Marathas a Ligúria i Etrúria, les landes de Coromandel a l’altiplà de Pulla, Malabar a la costa de Calabria, i l’illa de Ceylon, si no jagués cap a llevant, a Sicília. De la mateixa manera entre els països que envolten l’Índia, l’Afganistan podria semblar-se per la seva posició a França, Persia a Espanya, el recorregut navegable de l’Oxus (actual Amudarià), més enllà de l’Himàlaia cap a Bukharà i Khivà, al recorregut del Rin. […]

Fragment de Carlo Cattaneo (1801-1869): Índia, Mèxic, Xina.
Intro & trad: Paolo Gravela
Foto: British Library, free copyright.
CapGazette 2015

Elena. Seconda parte







Elena
Un racconto di
Amata Brancaleone
Seconda parte

Dopo anni di sofferenze lui era arrivato ad avere un equilibrio e, cosa più importante, era riuscito a salvare quella sua piccola famiglia, quello scudo protettore che, senza alcun dubbio, amava più di ogni altra cosa.
Amava quella piccola pazza con tutto il suo cuore e si accusava di non essere riuscito a farle da padre. Amava Chiara con quel tranquillo sentimento che lei accettava senza chiedere di più, senza esigenze, senza rimproveri, ormai, dopo più di vent'anni insieme, erano una coppia affiatata.
Lei era entrata nella sua vita quando lui aveva già più di quaranta anni. L'aveva conosciuta in una sosta di un viaggio d’affari, a casa di amici di entrambi, e quasi subito aveva capito che questo incontro lo avrebbe spinto a dare una svolta alla sua vita, fino ad allora priva di una meta personale chiara.
Chiara con quella bellezza un po’ androgina, quell’ampio sorriso, gli occhi che avevano visto tanto mondo, quella vita libera, quell’atteggiamento mondano, indipendente... E tante altre cose che in poco tempo imparò da lei, quel gusto per la musica, la letteratura, il cinema, il teatro, tutti gusti simili ai suoi. Chiara e lui insieme. Adesso tutto sarà più facile – aveva pensato, allora.
Purtroppo facile non era stato.
Perché certe cose facili non sono.
Nato e cresciuto in campagna, unico maschio nel bel mezzo di quattro femmine, due più grandi da imitare, due più piccole con cui giocare, lui era sempre stato serio, responsabile e ligio a compiere i comandamenti familiari: bravissimo a scuola, al liceo e all’università, aveva preso la laurea in Economia e Ingegneria Agraria a Bologna come aveva voluto suo padre, che sognava che il suo unico figlio maschio trasformasse la piccola azienda famigliare in qualcosa d’importante.
Però quello che Massimo voleva era ben altro. Voleva andarsene via. Voleva vivere lontano. Voleva vivere la sua vita senza tanti occhi su di lui. Voleva soprattutto non essere il protagonista di quel programma paterno.
Tuttavia, fece tutto quello che da lui ci si aspettava.
Tutto tranne sposarsi. E questo divenne motivo di una lotta interiore continua e difficile.
Una lotta che durò finché gli anni non lo misero definitivamente e violentemente a confronto con quell’identità che aveva sempre negato a se stesso e che finalmente veniva fuori, e fuori da ogni dubbio. Non è che lui si fosse liberato davvero del tutto dal peso delle regole familiari e sociali. Continuamente attento a fingere, a cercare di stare sempre in gruppo, a non farsi vedere in compagnia di qualche amico “speciale” da chi avrebbe potuto raccontare qualcosa in paese.

Lei sarà già in camino – si disse Massimo pensando a Chiara – devo assolutamente parlare con lei. Non ce la faccio più. Lei mi aiuterà, ne sono sicuro, sarà difficile, lo so, ma sono sicuro che insieme sarà più facile. Più facile per me, che ho portato questa peso per tanti anni. No, non glielo posso dire, sono un egoista. Però, come andare avanti con i ricatti di Elena? È lei a ricattarmi in realtà, grazie a quei messaggi che ha scoperto sul mio telefonino o sono io che, al solo pensiero che lei sappia, che parli con Chiara, con tutti, accetto ogni suo capriccio?
Lo psicoanalista, parlando di Elena, gli aveva fatto capire parecchie cose. Cose come la necessità nell’adolescenza di cercare l'identificazione femminile e la ricerca a quell’età della figura maschile nel padre e via dicendo. Questa colpa lo strozzava, lo avrebbe strozzato anche se Elena non si fosse accorta della sua omosessualità?
Da molti anni lui era in psicoterapia. All’inizio di nascosto da Chiara, ma dopo un po' di tempo, una sera che parlavano della famiglia, di quel padre padrone che gli era toccato, aveva deciso di approfittare del momento per dirle che a volte aveva pensato di andarci. E Chiara l’aveva incoraggiato, dicendo che anche lei ne avrebbe avuto bisogno.
L'arrivo di Chiara interruppe le sue riflessioni, i suoi ricordi. Il suo abbraccio lo confortò. Ebbe la sensazione di lasciarsi portare fino alla macchina per mano, come un bambino indifeso. Sulla strada di casa la mano destra di lei carezzava ogni tanto i suoi capelli, la sua mano. La quinta sinfonia di Mahler riempiva il silenzio.

- Meno male, caro, che l’incidente è stato lieve – disse Chiara mentre girava la chiave nella serratura per entrare. Ma credo che ti dovresti riposare per qualche giorno e non andare a lavorare.
- Hai ragione. Resterò a casa almeno domani. Anche perché... ho bisogno di parlare con te tranquillamente, senza la presenza d’Elena. Dobbiamo parlare di questa famiglia, non credi?
- Certo. Eccome se dobbiamo!
Fu una lunga notte. Contravvenendo alla loro prima intenzione di aspettare l’indomani per parlare, ormai soli nella stanza, non poterono evitare che uscisse a fiotti quel magma di sentimenti, paure, domande, segreti impossibili da celare oltre.
A cosa era dovuto quel loro evidente fallimento nell'educazione di Elena? Non si poteva negare che tutti e due l’avevano viziata troppo e, in questo senso, si sentivano in colpa. Un sentimento che, però, andava più in là: la mancanza di sincerità tra loro.
Chiara riconobbe di aver nascosto a Massimo parte del suo passato. Non gli aveva mai parlato di quella sua infanzia e adolescenza vissute nell’abbondanza economica, ma anche nella più assoluta assenza d’amore materno. Questo, insieme alla soffocante rigidità di sua madre, l’aveva spinta a fuggire da casa a 18 anni in cerca dell'agognata libertà. Ed era successo quello che era successo. Per questo aveva voluto cancellare tutta quella prima parte della sua vita, proprio come si vuole dimenticare un incubo, ed era stata questa la ragione per cui non gli aveva mai raccontato niente. Semplicemente aveva deciso di fare tavola rasa. Poi, con Elena, per quell' “effetto pendolo” che tante volte segna i nostri atti, aveva agito in un modo del tutto contrario a quello di sua madre, senza accorgersi delle disastrose conseguenze che ne potevano derivare.
Per Massimo parlare per la prima volta con Chiara della sua omosessualità fu una vera liberazione. In fondo intuiva che lei lo sospettasse, come di fatto gli venne confermato. Tuttavia, era stato più comodo per entrambi far finta di niente affinché si mantenesse incolume quella struttura che avevano costruito. Riconosceva la sua codardia nel sottomettersi ai ricatti d’Elena. Sarebbe stato meglio confessare tutto a Chiara quando avevano cominciato, ma, come tante altre volte nella sua vita, si lasciò portare dalla paura, dai dubbi, dall’insicurezza.
Il cielo cominciava a imbiancarsi quando decisero di riposarsi al meno per un paio d’ore. Li aspettava un giorno intenso. Non sarebbe stato facile parlare con Elena e convincerla della necessità di fare terapia.

Elena guardò la sua camera per l’ultima volta. Le piaceva tanto, tutto in ordine. Un vero peccato non rivederla mai più... “È l’unica scelta”, disse a sé stessa. “Non mi lasciano alternative”.
Quando era tornata da scuola non pensava nemmeno che sua madre e suo padre sarebbero stati insieme, aspettandola per “parlare”. Parlare? Era stato un monologo insopportabile! Sua madre, che credeva mezzo stupida, era diventata all’improvviso forte, coraggiosa. Abbastanza coraggiosa da dirle che la situazione non poteva continuare come era stata finora. Abbastanza forte per dirle che sapeva che suo padre aveva avuto un segreto per tantissimi anni, ma che non era importante per lei perché lo amava. “Amore”, pensò Elena. “Non esiste. L’amore è un'invenzione, lo fanno solo per infastidirmi, non voglio sentire altro. Finito”. Come poteva una donna amare un uomo omosessuale? Come potevano pensare di abitare insieme? “Ti porteremmo dallo psicologo, Elena. Tu sapevi tutto e ne hai approfittato. Ti vogliamo bene, cara, che non possiamo continuare così. Devi capire che non puoi fare sempre quello che vuoi. Ormai non ci puoi più ricattare”.
Elena ricordò all’improvviso un momento di quando era piccola. Aveva sette anni e un gattino chiamato Luigi. La mamma l’aveva portato una mattina dopo averlo trovato in strada, miagolando. Il gatto era carino, ma non amava Elena. Fin dall'inizio voleva stare con Chiara, fuggiva da Elena quando lei voleva prenderlo. “Devi coccolarlo quando lui ne ha voglia, Elena. Non farà sempre quello che vuoi tu!”, le diceva la mamma. Solo una volta il gatto aveva fatto quello che doveva: non scappare quando lei l’aveva messo in una scatola e lasciato un’altra volta nella strada, lontano da casa. Ancora lo ricordava miagolando. “Adesso sì vuoi che ti prenda, stupido gatto?”.
Mentre chiudeva silenziosamente la camera dei suoi genitori, che dormivano profondamente, le tornò in mente il momento in cui aveva chiuso la scatola del gatto. “Non chiudono mai a chiave, ma oggi sì. Oggi la loro porta sarà chiusa a chiave. Mi piacerebbe conservarla, sarebbe un bel ricordo”, pensò, mentre entrava nello studio di suo padre. C’erano ancora gli incartamenti del suo ultimo progetto sul tavolo, vicino al posacenere. Sua madre gli diceva sempre che doveva smettere di fumare, ma lui aveva sempre la stessa risposta: “Ma cara, mi piace tantissimo fumare dopo aver finito il lavoro! Mi piace il fumo, vedere come fa delle forme capricciose e non pensare a nient'altro”. Elena sorrideva, mentre accendeva una sigaretta e la lasciava cadere sul tavolo, sul progetto. “Il fumo sarà il tuo sudario”.
Due donne chiacchieravano nell’ospedale. Non potevano credere a quella tragedia. Solo il giorno prima avevano parlato con un uomo simpatico e gentile in quello stesso posto e adesso lo rivedevano sul giornale, in una fotografia con una bella donna dagli occhi azzurri.
“Incendio in un appartamento, muore una coppia e lascia orfana una quindicenne”.
- Poverina – commentò una delle due - qui dice che lei era in cucina e stava bevendo un bicchiere d’acqua quando si è accorta che al secondo piano c’era fuoco. Una sigaretta non spenta, dicono. Malgrado lei abbia cercato di aprire la porta, era chiusa a chiave con i genitori dentro. Era dovuta correre fuori per salvarsi almeno lei. Tutta la casa in cenere. Cosa farà adesso?”.
L’altra donna annuì:
- Veramente una tragedia. Cosa può fare una quindicenne da sola?
Testo: Amata Brancaleone (Carmen Rosúa, Esther Artero, Irene Acedo, Viviana Baró)
Foto: Profilo a Rotterdam.
A cura di: Paolo Gravela
CapGazette 2015

Elena







Elena
Un racconto di
Amata Brancaleone
Prima parte

Non risponde nemmeno al telefono in ufficio. Ma quante volte gli ho telefonato in quest’ultima ora? Undici? Certo, sono troppe. Sto davvero rischiando. Ma non ce la faccio a smettere. Non c’è scusa possibile. Alle 15 la pausa pranzo è già finita da più di mezz’ora. Dovrebbe essere tornato in ufficio. Dovrebbe rispondere. Dovrebbe essere raggiungibile! Ma niente, solo silenzio. Ok, ok, basta! Basta! Devo saper giocare bene le mie carte. E poi, in realtà chi perde di più? Anzi, chi vince di più in questa situazione? Allora, quindi, smettila di telefonargli, “piccola pazza”. Adesso dovrò chiamare a casa e chiedere a quella deficiente di venire a prendermi in questura - pensò Elena.

Quella mattina era andata un po' oltre, il motorino rubato a scuola, la droga che per fortuna avevano consegnato prima che i poliziotti li fermassero… Ora doveva pensare velocemente a cosa raccontare per tirarsi fuori come tante altre volte dai problemi in cui si cacciava, uno dopo l’altro. Comunque con la sua capacità di mentire, di manipolare, d'ingannare, di sedurre, c'era sempre riuscita.

Il telefono! È lui. Chiama dal cellulare. Come mai?…
- Pronto? Ciao, finalmente. …. Undici? Non è stata colpa mia. Dimmi piuttosto perché non rispondevi. Evidentemente avevo bisogno di parlarti, no? Dovevo dirti una cosa importante… come?...

Per fortuna l’urto non aveva avuto gravi conseguenze: alcune ammaccature e un braccio al collo per un paio di settimane.
Mentre aspettava che Chiara lo venisse a prendere, cercava d’allontanarsi dalle sue preoccupazioni leggendo un articolo di viaggi. Ma la conversazione tra due donne sedute accanto a lui attirò la sua attenzione.
- Povera donna. La figlia è morta da una settimana, ma lei è tornata a visitarla farle visita come se fosse ancora in coma.
- È impazzita, poveretta... La perdita d’una figlia sedicenne è dev’essere terribile... da impazzire.
E non era forse “da impazzire” anche la presenza d’una figlia manipolatrice, egoista e aguzzina? Pensò Massimo tornando in sé. Non negava la sua responsabilità, o meglio, la loro responsabilità: lui e Chiara avevano viziato Elena fin da molto piccola, concedendole tutti i suoi capricci, per quanto assurdi fossero. Come quando, a dieci anni, volle farsi dipingere la stanza color rosa (mobili inclusi), ma un mese dopo si stufò e, in risposta al loro “educativo” rifiuto, sporcò tutto con uno spray nero.
Era una pessima studentessa, anche se dotata d’una perversa intelligenza che sapeva perfettamente utilizzare per ottenere qualsiasi cosa volesse, soprattutto perché trovava sempre i punti deboli delle persone. E nel caso di Massimo ce n’era uno particolarmente debole.
- Quando è cominciato il suo cambiamento? Come mai siamo arrivati a questa situazione?
Si domandò come tante altre volte.
Ma in quel momento, forse per l'idea della morte, che aveva sentito così vicina e che adesso gli ricordavano le donne che chiacchieravano, le sue domande avevano un'intensità diversa.
- È possibile che non riesca a ricordarla piccola e dolce com'è stata una volta? Fino a quattro anni? Sarà stato quel primo trasloco a farla cambiare? La mancanza dei nonni, dei cugini, della casa grande, spaziosa, dove giocava felice e tranquilla?
Eh sì, la vita era cambiata per tutti e tre. La vita in città, le nuove responsabilità nella ditta, Chiara che non aveva trovato lavoro subito e si era dedicata per intero a Elena come cercando di compensare tutte le mancanze.
La piccola era graziosa, parlava come se fosse più grande, e questo richiamava l'attenzione di chi la conosceva. Tuttavia a scuola, anche se si adattò presto, cominciò ad avere atteggiamenti che a metà corso spinsero la maestra a chiamarli per metterli al corrente. Questo li colse di sorpresa e nessuno dei due accettò di buon grado le raccomandazioni. Loro non credevano che a Elena occorressero limiti, era così buona, non aveva quasi mai avuto bisogno di un "no" secco, accettava senza discussioni le loro richieste, era simpatica, dolce.
Tutto questo si dissero allora. E ancora, due anni dopo, non accettarono più di un primo incontro con la psicologa della scuola. Erano convinti: la causa era il trasloco e, con il tempo, tutto si sarebbe aggiustato. Purtroppo il tempo non fece altro che confermare che in quella simpatica, dolce, bambina c'era già il germe dell'adolescente che oggi li faceva impazzire.
E adesso, seduto su quella panca in ospedale lui si stava domandando, con la testa tra le mani, tante, troppe cose.

Chiara guardava crescere la torta nel forno. L’aveva fatta per Elena, sua figlia, che ne aveva chiesta una per quel giorno. Se non l'avesse fatta, avrebbe certo combinato un guaio… come d’altronde aveva appena fatto. Le aveva telefonato dalla stazione di polizia, dove era stata portata dopo che due poliziotti l’avevano “vista” con un amico su una motocicletta che non era loro. “Ma mamma, io non lo sapevo! Gianni è uno stronzo e mi aveva detto che era di suo fratello e che lui poteva già guidare!”. Difficile crederle. Per fortuna, i poliziotti sì che ci avevano creduto e l’avevano portata a scuola subito dopo la telefonata. “Sua figlia non c'entra niente, signora, ma crediamo che debba sapere che Elena non era a scuola e può essere pericoloso”. “Grazie mille”, aveva detto lei. Come spiegare al poliziotto che a volte pensava che, se la figlia non fosse ritornata, né a Massimo né a lei stessa in fondo…
“Elena non è la stessa figlia che avevo qualche anno fa”, pensò Chiara mentre lavava i piatti, “cosa abbiamo fatto di male Massimo e io?” Massimo, suo marito, aveva viziato Elena, ma non ne parlavano mai. “Forse è arrivato davvero il momento di parlargliene”. All’improvviso pensò che era strano che Massimo non l’avesse già chiamata, era un po’ tardi e, quando usciva, le telefonava sempre. “Qualche imprevisto”, si disse, “ma, se arriva in ritardo a scuola, Elena si seccherà e….”. Elena, Elena... Bisognava sempre pensare a cosa sarebbe piaciuto a Elena, a cosa avrebbe voluto Elena…
Chiara si guardò nello specchio. Riconosceva ancora sul suo volto la bellezza di alcuni anni prima, quando era giovane e poteva godersi la vita. Pensò a se stessa quando aveva l’età di Elena. Allora aveva ancora i modi di una ragazzina ricca che doveva sposarsi con qualche cretino ricco. Sua madre, che l'aveva voluta solo per trovarle un marito, le diceva sempre come camminare, come mangiare, come parlare e come ridere come… una… signorina. Diciamo così. Ancora oggi, dopo più di quaranta anni, si correggeva stizzita quando prendeva il coltello da carne per tagliare il pesce. Sua madre, sempre seria, sempre severa. Chiara non ricordava le avesse mai detto un semplice “ti voglio bene”. Amava solo i suoi tre maschi, morti prima della “tua nascita”, per cui vestiva sempre il lutto. Forse proprio per quella ragione era fuggita quando aveva 18 anni con i soldi che aveva risparmiato (e non erano pochi) per vivere la vita a modo suo: viaggiare con uno zaino per compagno, il mondo ai suoi piedi, parlare lingue straniere subito dopo averle sentite, sgrammaticate, vestire tutti i colori che sua madre non le permetteva di mettere. Il paradiso per una ragazzina come lei, che non aveva avuto che regole…
La sorpresa venne anni dopo la sua fuga, quando sua madre morì all’improvviso e un avvocato fece l’impossibile per trovarla (abitava in un quartiere periferico di una città periferica in un paese periferico) per dirle che tutti i beni adesso erano suoi. Aveva sempre creduto che sua mamma avesse deciso di diseredarla e invece, ad appena 30 anni, aveva una fortuna tutta sua. Così, dopo aver venduto le fabbriche e le aziende rurali della famiglia, Chiara se ne tornò “quasi a casa”, quasi perché non tornò al paesello di campagna, ma in centro città, di una città importante (e nel suo paese benestante).
Pensava di vivere da sola, come sempre, ma un po’ per caso Massimo era già entrato nella sua vita in un viaggio recente. Aveva la sua stessa età, e come lei veniva da un piccolo paese e sapeva come era la vita in campagna. Era tranquillo e gli prometteva la stabilità di cui lei aveva bisogno. Sapeva che non era innamorata, ma quello era un amore maturo, diverso da tutti quelli che aveva avuto fino ad allora. Non c’era passione, ma c’era un amore senza esigenze, semplice e puro. Si erano sposati pochi mesi dopo essersi conosciuti, in una piccola chiesa in cui nessuno si era fatto vivo per vedere Chiara che “si maritava”. Lei aveva detto a Massimo che i suoi parenti erano morti, che non aveva nessuno nella vita tranne lui.

La vita scorreva tranquilla fino al momento in cui lei si accorse di non avere il ciclo da alcuni mesi. “Sei troppo giovane per la menopausa, Chiara. Sei incinta”. A 39 anni, fu una bella sorpresa per una coppia che non si aspettava dei figli. Pensarono che quella piccolina sarebbe stata la ragazza più felice del mondo. Elena era una bambina così carina, una bambola con gli occhi azzurri, come quelli di Chiara. Lei si era ripromessa che sua figlia non sarebbe stata mai infelice, che lei sarebbe stata una madre come quella che non aveva avuto.

“Forse ho voluto troppo. Forse abbiamo fatto troppo. Forse è già tardi”, pensava mentre spegneva il forno. Come riavere indietro la sua dolce bambina, dopo tante minacce? Quando Elena aveva trovato le fotografie, non pensò che sarebbe stato un problema. Aveva mille fotografie nascoste in una scatola. Fotografie di lei in Spagna, negli Stati Uniti, in Africa... Il suo segreto raccontato in immagini. Come è naturale, Elena aveva domandato cosa faceva sua mamma, così giovane e da sola, sulla Torre Eiffel e in altri mille posti. Era accaduto quando Chiara credeva ancora di potersi fidare di sua figlia, così raccontò la verità per la prima volta nella sua vita e le domandò di non dirlo a nessuno. Come poteva immaginare che quella confessione sarebbe diventata una minaccia capace di fare male a Massimo e di distruggere tutto quello che avevano costruito?
All’improvviso, una chiamata. “Pronto. Ciao, caro, dove sei? Vieni già con Elena?... Come? Prendo la macchina subito”. Prima di uscire, Chiara ha ancora un pensiero per Elena. “Credo che oggi non potrà mangiare la torta ancora calda”.

(continua)
Testo: Amata Brancaleone (Carmen Rosúa, Esther Artero, Irene Acedo, Viviana Baró)
Foto: Profilo a Rotterdam.
A cura di: Paolo Gravela
CapGazette 2015