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Il Museo del Giocattolo di Figueres

Il Museo del Giocattolo di Figueres
Per entrare al 'Museu del Joguet de Catalunya' di Figueres calpesto il gioco del mondo, quello che in realtà io ho sempre chiamato 'gioco della campana' e che qualcuno conosce anche come 'gioco della settimana', a seconda della parte d’Italia dove si è cresciuti. Oppure rayuela, xarranca, hopscotch, marelles, ula, tempelhupfen se siamo stati bambini in Argentina o in Catalunya, in Inghilterra o in Francia, in Nepal o in Germania. Una volta dentro, una riproduzione della Tour Eiffel del 1929 mi sembra lì per lì un bel modo per accogliere i visitatori che, oggi per lo meno, sono soprattutto francesi (fra un po’ capirò che la struttura vuole essere un esempio di grande meccano: 9.832 pezzi e 8.623 viti).
Il confine con la Francia è effettivamente a pochi chilometri da Figueres, nota prevalentemente per lo strampalato e capriccioso museo voluto da Dalì, che è infatti il motivo principale del passaggio in città di molti turisti. Mi chiedo se la vicinanza tra i due musei giovi al più piccolo o saranno solo coloro che viaggiano con bambini a visitare anche il 'Museo del Giocattolo'? Fosse così sarebbe un peccato, venendo qui incontreremmo infatti un grillo parlante desideroso di riaccompagnarci tra le stramberie dell'infanzia nostra, dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Forse il grillo ce le canterebbe pure, per essere diventati troppo seriosamente adulti, e di un grillo parlante c'è da fidarsi...
In realtà arriveremo a epoche ancor più remote, se teniamo conto che nella prima sala del museo sono esposti giochi dell’antichità greca e di quella romana ritrovati negli scavi di Tarragona e in quelli di Empúries: bambole e poi dadi, pedine e tavolieri di osso, fango o avorio.
Tra l’altro, anche il gioco del mondo che ci dà il benvenuto all’entrata pare che abbia origini assai lontane, per la precisione nell’antico Egitto, e che poi si sia diffuso in tutta Europa sui selciati dell’Impero Romano, quando il gioco veniva detto ‘dello zoppo’ (claudus).
La maggior parte degli oggetti in mostra appartengono alla collezione di Josep Maria Joan Rosa che li ha donati alla sua città, dopo aver raccolto per anni centinaia di giochi di tutti i tipi e provenienze.
La suddivisione che ci viene proposta è tematica e i primi giochi che troviamo sono quelli che si fanno all’aperto, quindi pattini, monopattini, tricicli, birilli, corde, palle, trottole, cerchi (o hula-hop) e biglie. Subito dopo vengono i giochi legati al tema del viaggiare e qui la parte del leone la fanno i trenini elettrici e le autombili d’altri tempi, soprattutto dei primi decenni del Novecento e di fabbricazione catalana, spagnola, tedesca e inglese. C’è per esempio un bel modellino del vecchio tram della linea Gracia-Bonanova, attualmente due quartieri di Barcellona, e una riproduzione degli anni Venti di un taxi sempre della capitale catalana.
Il percorso continua con la parte dedicata agli animali, prevalentemente di cartone, dove non mancano però il cavallino a dondolo e gli orsetti, tra cui Don Osito Marquina, l’orsetto con cui giocavano Dalì e la sorella.
Dopo la sezione dei giochi da tavolo, c’è quella riservata alla vita di famiglia che raccoglie bambolotti e bambole, cucine e negozi in miniatura; c’è anche una bambola stesa sul lettino di una sala operatoria specializzata in ‘operazioni senza dolore’. Altre bambole sono di fabbricazione torinese e risalenti agli anni Venti del secolo scorso; un altro pezzo forte è una delle prime Barbie della Mattel, datata 1959. In questa zona del museo è stata esposta anche una sezione davvero insolita di ambientazione religiosa, con bambole-suore e aule con la riproduzione di una lezione di religione e poi altari, processioni e indumenti sacri di vario genere.
Dopo le bambole si passa ai teatrini e ai palcoscenici, alle marionette e ai burattini e ai giochi di magia con l’immancabile scatola del piccolo prestigiatore e qualche testo e oggetto del poeta Joan Brossa. Tra i divertimenti ‘ottici’ sono stati invece raccolti alcuni modelli degli Anni Trenta di cinematografi portatili, il ‘Cine Nic’, un’evoluzione della lanterna magica che divenne la passione di molti bambini spagnoli, i quali potevano anche creare il proprio film, disegnando prima le scenette su una carta apposita; usando la versione munita di grammofono, potevano addirittura sceglierne la banda sonora. Vediamo anche il dispositivo ottico dello zootropio (dal greco ‘giro della vita’), strumento giratorio per la magia delle immagini in movimento.
Oltre a soldati e a giochi di ‘guerra per scherzo’, dietro le vetrine troveremo poi innumerevoli figure di latta con i personaggi più insoliti, maschere, giochi per non vedenti e strumenti musicali, carte da gioco, il cubo magico e chi più ne ha, più ne metta.
Tra i fumetti è presente ovviamente il TBO, famoso settimanale di storie illustrate e umoristiche che venne pubblicato in Spagna tra il 1917 e il 1998; fra le vecchie pagine spicca la figura in cartone dell’illustre Doctor de Copenhague che era colui che presentava la sezione della rivista dedicata alle grandi invenzioni, probabilmente una delle poche concessioni europeiste sotto il franchismo, recitano le informazioni ai suoi piedi.

Del gioco dell’oca ritroviamo diversi esemplari; si tratta probabilmente del più famoso gioco di percorso che sia mai esistito. Con il suo tragitto a spirale rappresenta la vita: una serie di ostacoli da superare e poi l’arrivo al giardino dell’oca, simbolo del bene ma anche del ritorno alle origini. A proposito di origini, pare che Ferdinando de’ Medici ne avesse regalato uno al re Filippo IIº di Spagna già nella seconda metà del Cinquecento, ma l’oca era già stato animale molto apprezzato da civiltà ben più antiche: i Celti, gli Egizi ed anche i Romani che avevano eletto le oche a guardiane del tempio di Giunone. Prima di arrivare al corridoio che ci porta alla fine del museo dove si rende omaggio ai più importanti costruttori di giocattoli, la sorpresa del ricordo, e anche un po’ di nostalgia, conducono di nuovo tra peluche, costruzioni di carta, Meccano, valigette zeppe di piccoli oggetti.
Al termine della visita ritorniamo all'inizio, laddove ci era stato raccontato che uno dei più antichi giochi da tavolo e di percorso, il 'Gioco reale di Ur' risalente al 2600-2400 a.C., fu rinvenuto negli anni Venti del Novecento nelle tombe reali della città sumera; perfino durante il viaggio eterno fu, e sarà, importante continuare a giocare.


Text&Foto: Baldassar Perruccio © CapGazette
Settembre 2015