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Pio Baroja Amores tardíos

La misura del tempo

In questi tempi di resistibili, eppure violente, ascesi di Arturi Ui e Ubu Re, e risibili opposizioni, mi sono felicemente imbattuto in questo breve testo di Pio Baroja (tratto da Gli amori tardivi), che mi è parso una sana descrizione di un anticonformismo istintivo, fisiologico, senza artifici né pose. Un'autonomia del pensiero e del comportamento a cui aggrapparsi. Per misurare a proprio modo, sia pure dolorosamente e in solitudine, il tempo. Non è di un ritorno all'età dell'innocenza che parlo, né di una cieca fiducia nella propria giustezza, ma di un cocciuto coraggio di essere.

La medida del tiempo

En estos tiempos de resistibles, y sin embargo violentas, ascensiones de Arturos Ui y Ubús Reyes, y risibles oposiciones, me he felizmente tropezado con este breve texto de Pio Baroja, (un fragmento de Los amores tardíos), que me parece una sana descripción de un anticonformismo instintivo, fisiológico, sin artificios ni poses. Una autonomía del pensamiento y del comportamiento a la cual agarrarse. Para medir de forma personal, aunque quizás con dolor y en soledad, el tiempo. No hablo de volver a la edad de la inocencia, ni de una ciega confianza en la justitud personal, sino de una obstinada valentía por ser.

- Io sono come quei vecchi orologi che hanno il meccanismo frastornato, non c’è modo di metterlo a posto né di aggiustarlo. Accostati alla parete, con la loro forma di bara, mettono alla prova i migliori orologiai. Nella cassa di quegli orologi ci sono polvere e ragnatele, e tra due pesi di piombo ineguali, appesi a delle corde nere, un pendolo dorato, che è come il cuore del meccanismo che fa tic tac, tic tac, senza stancarsi. Anche se camminano, questi orologi vanno avanti o indietro, e quando arriva il momento di suonare le ore, si lanciano con un rumore terribile in sonori rintocchi, e invece di suonare il quarto d’ora suonano la mezz’ora, e quando devono suonare le dodici suonano l’una.
Questi rintocchi insoliti sembrano stupire l’orologio stesso da cui provengono, e tutto ciò che lo circonda, e i mobili e i quadri pare debbano guardarsi l’un l’altro straniti e sarcastici, e farsi un occhiolino beffardo e confidenziale.

- Yo soy como esos relojes viejos que tienen la maquina trastornada, no hay manera de componerla ni de arreglarla. Arrimados a la pared, con su forma de ataúd, desafían a los mejores relojeros. En la caja de esos relojes hay polvo y telas de araña, y entre dos pesas de plomo desiguales, que cuelgan de cuerdas negras, una péndola dorada, que es como el corazón de la maquina que hace tictac, tictac, sin cansarse. Aunque anden, estos relojes adelantan o atrasan, y cuando llega el momento de dar las horas, se disparan con ruido terrible en sonoras campanadas, y en vez del cuarto dan la media, y cuando tienen que dar las doce dan la una.
Estas campanadas insólitas parecen asombrar al mismo reloj de donde salen, y a todo lo que le rodea, y los muebles y los cuadros se piensa que se han de mirar unos a otros con extrañeza y con sorna, y hacerse un guiño burlón y confidencial.
Intro e trad it: Lino Graz
Texto: Pio Baroja, de Los Amores Tardíos, 1926
Foto: Aix en Provence / Andrate. Autore: Lino Graz

Gesuiti in Paraguai

Gesuiti in Paraguai

Dicono che ci siano solo tre cose che Dio non sa:
1- Quanto sono gli ordini monastici femminili.
2- Quante scuole hanno fondato i salesiani.
3- Che cosa pensa un gesuita.
A queste ne aggiungerei una quarta, forse meno spiritosa ma un briciolo apocalittica:
4- Quanti libri sono stati scritti dai figlioli suoi, quelli della Genesi e capitoli successivi, pupille dei suoi occhi.


Mi immagino allora un Dio in pigiama, ormai dimenticato da tutti e lui stesso dimentico delle sorti delle suddette pupille, comodamente seduto sull’Universo (che ha forma di biblioteca, infinita), i piedi al caldo in un paio di galassie morbide come calzettoni, immerso, alla fioca luce di una quasar-abatjour, nella lettura di tutto quello che è stato scritto su papiro, pergamena e carta, o in pdf, in sumero, sanscrito, etrusco (poca roba), aramaico, greco, latino, guaranì, arabo, bantù e sassone nei secoli dei secoli. Dio mio! Esclama ogni tanto, sorpreso da tanto ingegno che non credeva d’aver creato…

Nel nostro piccolo universo tascabile, una nuova immersione nelle grotte sottomarine della biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona ha dato nuovi frutti: Il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai, di Ludovico Antonio Muratori, archivista, bibliotecario (anche lui!), padre della storiografia italiana, pubblicato per la prima volta nel 1743 e poi successivamente molte altre volte fino all’edizione di Sellerio del 1985 che è finita nelle rete da pesca di CapGazette.
Il libro racconta con molta attenzione della stagione dei Gesuiti in Paraguai, le loro imprese, le loro difficoltà, i loro errori, le loro scoperte, la loro presunzione e la loro umiltà, i conflitti con gli Indios, con le amministrazioni coloniali spagnola e portoghese e con i famigerati Mammalucchi, feroci cacciatori di schiavi da vendere a proprietari delle piantagioni brasiliane.

Qualcuno forse ricorderà un film del 1986, The Mission, con Rober De Niro e Jeremy Irons, sullo stesso tema. Riportiamo qui un breve passo del libro in cui il Muratori narra del talento musicale degli Indios, non inferiore a quello di Ennio Morricone, autore della colonna sonora del film.

Della musica degli Indiani del Paraguai

È degna di essere qui registrata un’altra invenzione di gran riguardo per nutrire ed accrescere la devozione dei nuovi fedeli americani, ed anche per attirare gli infedeli alla vera religione e a unirsi agli altri nelle Riduzioni già fondate. Questa invenzione consiste nella musica, di cui quegli industriosi missionari hanno spesso sufficiente cognizione e taluno ne sa anche a perfezione. È incredibile l’inclinazione naturale che quei popoli posseggono nell’armonia […] oltre alla suddetta inclinazione, in essi si trova una mirabile abilità per la musica delle voci e degli strumenti musicali, cioè una predisposizione per apprendere tutto ciò che spetta al canto e al suono. Hanno ottime voci, e a renderle tali, e anche più armoniose che in altri paesi, concorrono le acque del fiume Paranà e Uruguai, perché non bevono altro che acqua sana e pura […]. Quello che è più mirabile è che in Europa non vi è forse strumento musicale che non sia stato introdotto e che non si suoni tra questi buoni Indiani, come l’organo, la chitarra, l’arpa, la spinetta, il liuto, il violino, il violoncello, il trombone, il cornetto, l’oboe e altri simili. E tali strumenti non solo vengono da essi usati delicatamente, ma addirittura fabbricati dalle loro stesse mani […].

Frammento da Ludovico Antonio Muratori (1672-1750):
Il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù in Paraguai.



Intro: Paolo Gravela
Illustrazioni angelo stilita e angelo in volo: Albert Àlvarez
Foto (Piverone, Gesiun, particolare): Lino Graz
CapGazette 3/2016

Chisciotte 1

Don Quijote de la Mancha

Primero

CAPÍTULO 1

Que trata de la condición y ejercicio del famoso hidalgo D. Quijote de la Mancha.

Página 1

En un lugar de la Mancha, de cuyo nombre no quiero acordarme, no ha mucho tiempo que vivía un hidalgo de los de lanza en astillero, adarga antigua, rocín flaco y galgo corredor. Una olla de algo más vaca que carnero, salpicón las más noches, duelos y quebrantos los sábados, lentejas los viernes, algún palomino de añadidura los domingos, consumían las tres partes de su hacienda. El resto della concluían sayo de velarte, calzas de velludo para las fiestas con sus pantuflos de lo mismo, los días de entre semana se honraba con su vellori de lo más fino. Tenía en su casa una ama que pasaba de los cuarenta, y una sobrina que no llegaba a los veinte, y un mozo de campo y plaza, que así ensillaba el rocín como tomaba la podadera. Frisaba la edad de nuestro hidalgo con los cincuenta años, era de complexión recia, seco de carnes, enjuto de rostro; gran madrugador y amigo de la caza. Quieren decir que tenía el sobrenombre de Quijada o Quesada, que en esto hay alguna diferencia en los autores que deste caso escriben; aunque por conjeturas verosímiles se deja entender que se llama Quijana; pero esto importa poco a nuestro cuento; basta que en la narración dél no se salga un punto de la verdad [...]
Don Chisciotte della Mancia

Primo

CAPITOLO 1

Che tratta della condizione ed esercizio del famoso idalgo D. Chisciotte della Mancia.

Pagina 1

In un paese della Mancia, del cui nome non mi voglio ricordare, non molto tempo fa viveva un nobiluomo di quelli con lance nella rastrelliera, emblema araldico antico, ronzino magro e cane sparviero. Una pentola più di vacca che di montone, trito in salsa il più delle sere, resti e ossa il sabato, lenticchie il venerdì, qualche piccione in aggiunta la domenica, consumavano i tre quarti delle sue rendite. Il resto se ne andava in un saio di panno scuro, calzoni di velluto per le feste con pantofole di velluto anch’esse, mentre nei giorni feriali si agghindava di finissimo albagio. Teneva in casa una domestica di quarant’anni e passa, e una nipote che non ne aveva ancora venti, e un ragazzo buono per la campagna e la piazza, capace di sellare il ronzino e di maneggiare la roncola per potare. Si accostava l’età del nostro idalgo ai cinquant’anni, era di costituzione robusta, di carni secche, asciutto in viso; mattiniero nelle abitudini e amico della caccia. Vogliono alcuni che fosse chiamato Chisciata o Caseata, che su questo vi sono alcune divergenze tra gli autori che di questo caso scrivono; sebbene per congetture verosimili si lasci intendere che si chiamasse Chisciana; ma questo importa poco al nostro racconto; basta che nella sua narrazione non ci si scosti un punto dalla verità [...]
Text: Miguel de Cervantes / Trad ita e foto: Paolo Gravela / ©CapGazette, oct 2014

Chisciotte 2

Don Chisciotte e Sancio Panza visti da Albert Àlvarez
Don Chisciotte della Mancia
Secondo

Un anno dopo proponiamo il secondo paragrafo del Don Quijote e la sua corrispondete traduzione in italiano. Abbiamo calcolato che continuando così, saranno sufficienti 1.800 anni per finire di tradurlo, a meno che il traduttore, come si ripromette epicamente di fare, non smetta di fumare, sostituendo il tabacco con la traduzione ossessiva compulsiva. Non disperiamo.
[...] Es, pues, de saber, que este sobredicho hidalgo, los ratos que estaba ocioso - que eran los más del año - se daba a leer libros de caballerías con tanta afición y gusto, que olvidó casi de todo punto el ejercicio de la caza, y aun la administración de su hacienda; y llegó a tanto su curiosidad y desatino en esto, que vendió muchas hanegas de tierra de sembradura para comprar libros de caballerías en que leer; y así llevó a su casa todos cuantos pudo haber dellos; y de todos ningunos le parecían tan bien como los que compuso el famoso Feliciano de Silva: porque la claridad de su prosa, y aquellas intrincadas razones suyas, le parecían de perlas; y más cuando llegaba a leer aquellos requiebros y cartas de desafío, donde en muchas partes hallaba escrito: la razón de la sinrazón que a mi razón se hace, de tal manera mi razón enflaquece, que con razón me quejo de la vuestra fermosura, y también cuando leía: los altos cielos que de vuestra divinidad divinamente con las estrellas se fortifican, y os hacen merecedora del merecimiento que merece la vuestra grandeza.
Con estas razones perdía el pobre caballero el juicio, y desvelábase por entenderlas, y desentrañarles el sentido, que no se lo sacara, ni las entendiera el mismo Aristóteles, si resucitara para sólo ello. No estaba muy bien con las heridas que don Belianís daba y recibía porque se imaginaba que, por grandes maestros que le hubiesen curado, no dejaría de tener el rostro y todo el cuerpo lleno de cicatrices y señales. Pero con todo alababa en su autor aquel acabar su libro con la promesa de aquella inacabable aventura, y muchas veces le vino deseo de tomar la pluma, y darle fin al pie de la letra, como allí se promete; y sin duda alguna lo hiciera, y aun saliera con ello, si otros mayores y continuos pensamientos no se lo estorbaran. Tuvo muchas veces competencia con el cura de su lugar —que era hombre docto, graduado en Cigüenza— sobre cuál había sido mejor caballero: Palmerín de Ingalaterra o Amadís de Gaula; mas maese Nicolás, barbero del mesmo pueblo, decía que ninguno llegaba al Caballero del Febo, y que si alguno se le podía comparar era don Galaor, hermano de Amadís de Gaula, porque tenía muy acomodada condición para todo, que no era caballero melindroso, ni tan llorón como su hermano, y que en lo de la valentía no le iba en zaga [...]
[...] Bisogna, quindi, sapere, che questo suddetto nobiluomo, nei momenti in cui era ozioso - che erano i più dell’anno - si metteva a leggere libri di cavalleria con così tanta passione e gusto, da dimenticare quasi del tutto l’esercizio della caccia, e pure l’amministrazione della sua tenuta; e in ciò giunsero a tanto la sua curiosità e il suo sproposito, che vendette molte giornate di terra da semina per comprare libri di cavalleria da leggere; e così si portò a casa quanti di essi riuscì ad avere; e tra tutti nessuno gli pareva pari a quelli composti dal famoso Feliciano de Silva: poiché la chiarezza della sua prosa, e quei suoi intricati ragionamenti, gli parevano di perle; e più ancora quando arrivava a leggere quelle galanteria e lettere di sfida, nelle quali ovunque trovava scritto: la ragione del torto che alla mia ragione si fa, in tal modo la mia ragione indebolisce, che a ragion veduta lamento la vostra beltà, e anche quando leggeva: gli alti cieli che della vostra divinità divinamente con le stelle si fortificano, e vi fanno meritevole del merito che merita la vostra grandezza.
Con questi ragionamenti perdeva il povero cavaliere il senno, e si tormentava per capirli, e sviscerarne il senso, che non l’avrebbe svelato, né compreso Aristotele stesso, nemmeno resuscitando solo per questo. Non lo convincevano del tutto le ferite che don Belianis dava e buscava poiché immaginava che, per quanto grandi i maestri che l’avevano curato, non avrebbe certo potuto evitare di avere il viso e tutto il corpo pieni di cicatrici e segni. Ciononostante, lodava dell’autore qual suo concludere il libro con la promessa di quella interminabile avventura, e molte volte gli venne voglia di prendere la penna, e finirlo per filo e per segno, come lì si promette; e senza dubbio l’avrebbe fatto, e ci sarebbe riuscito, se altri maggiori e continui pensieri non gliel’avessero impedito. Ebbe molte volte da discutere con il curato del villaggio - che era uomo dotto, diplomato a Sigüenza - su quale fosse stato migliore cavaliere: Palmerino d’Inghilterra o Amadigi di Gaula; ma mastro Nicolás, barbiere dello stesso paese, diceva che nessuno era pari al Cavaliere del Febo, e che se qualcuno gli si poteva paragonare era don Galaorre, fratello di Amadigi di Gaulia, perché disponeva di condizione molto acconcia a tutto; che non era cavaliere sdolcinato, né lagnoso come suo fratello, e in quanto a coraggio non gli era secondo [...]
Texto: Miguel de Cervantes
Traduzione: Paolo Gravela
Disegno: Albert Àlvarez
CapGazette 6/2015

Un síndrome literario

Un síndrome literario, por Luis Soravilla

Lo que más me fastidia de Stendhal es la hache: nunca sé si se escribe Stendhal o Stendahl y siempre me equivoco. Pero, por lo demás, es uno de mis autores favoritos, con los que más me divierto, a los que más admiro.
Escribió como vivió, de modo impetuoso, apasionado y despreocupado.
La primera vez que estuvo en Italia vestía el uniforme de dragones del ejército francés. Lo empleó en el campo de batalla y en el teatro de la ópera, y fue en Italia donde comenzó a escribir. Luego abandonó el ejército, pero a las órdenes de la administración bonapartista viajó por toda Europa y fue testigo directo de la campaña de Rusia. Roma, Nápoles y Florencia (1817) comienza con el recuerdo de esa cruel derrota. Stendhal se dice incapaz de apreciar la belleza de un paisaje nevado desde que vivió la Gran Retirada. De refilón, recuerda cuando tapiaban las ventanas de un hospital de campaña con los miembros amputados a los heridos, siniestros ladrillos que evitaron la muerte por congelación de los que ahí se habían refugiado de la tormenta.
Así, con esa imagen aterradora, Stendhal deja atrás la nieve y el hielo y se adentra en la que sería su patria de adopción, Italia, en el relato de su primer gran viaje a Italia. Deja atrás el frío del norte y se adentra en el cálido sur.
En Roma, Nápoles y Florencia se muestra locuaz y divertido, encantado de conocerse, felicísimo de estar ahí. Cuando no acierta a rescatar de la memoria tal o cual suceso, no tiene reparos en inventárselo y nos contagia su alegría. Por eso, siempre, siempre, recomiendo comparar este texto con los diarios del viaje a Italia de Goethe. El alemán es sutil, bello, elegante, intelectual, mientras Stendhal es vital, sensual, de ninguna manera contemplativo. Tan próximos, tan diferentes.
Con todo, es Stendhal el afortunado a la hora de bautizar el síndrome más poético de los desórdenes psicológicos pasajeros, el famoso y reconocido síndrome de Stendhal.
El síndrome fue descrito por vez primera por una psiquiatra florentina, Graziella Margherini. Es una crisis de ansiedad que desemboca en un episodio depresivo. Suele ser pasajero. La contemplación de tanta belleza en personas sensibles y predispuestas a ello parece ser la causa y en Florencia no faltan bellezas que contemplar.
La doctora Margherini tuvo a bien inspirarse en un fragmento de Roma, Nápoles y Florencia, el que describe el agotamiento de Stendhal después de visitar la Santa Croce.
Traducido por Elisabeth Falomir, el fragmento dice así:
«Estaba ya en una suerte de éxtasis ante la idea de estar en Florencia y por la cercanía de los grandes hombres cuyas tumbas acababa de ver. Absorto en la contemplación de la belleza sublime, la veía de cerca, la tocaba, por así decir. Había alcanzado ese punto de emoción en el que se encuentran las sensaciones celestes inspiradas por las bellas artes y los sentimientos apasionados. Saliendo de la Santa Croce, me latía con fuerza el corazón; sentía aquello que en Berlín denominan nervios; la vida se había agotado en mí y caminaba temeroso de caerme.»
La editorial Gadir publicó El síndrome del viajero (Diario de Florencia), un fragmento de Roma, Nápoles y Florencia, del que he copiado el párrafo anterior. Como es un libro pequeñito, me lo llevé conmigo la última vez que estuve en Florencia y tan pronto salí de la Santa Croce, en una suerte de éxtasis, me senté en un banco frente a la iglesia, abrí el librito y leí. También sentí que la vida se había agotado en mí y caminaba temeroso de caerme.
Pero tengo que añadir que ya llevaba varios días en la ciudad y pocas veces había caminado tanto en mi vida. Aunque fue un momento emocionante ¡y vaya si lo fue!, tengo que señalar que la mayor parte de las veces se confunde el síndrome de Stendhal con puro agotamiento, insolación o deshidratación, y siento restarle emoción al cuento. Aunque la emoción la pone cada uno a lo que siente, por qué no. Si bien es cierto que casos clínicos de tan particular ansiedad se dan pocas veces al año en Florencia, se dan, y si un turista como un servidor de ustedes se emociona y confunde que no puede con su alma físicamente con una sobrecarga emocional de su espíritu y le hace ilusión, bendita sea su inocencia si con ello es feliz. Es posible que existan otros síndromes literarios. Sin ir más lejos, Freud nos propone el complejo de Edipo y detrás de ése, tantos otros. Pero el síndrome de Stendhal es el más apasionado, inofensivo y bello de todos, al menos en su forma más leve, y procura divertimento y solaz a tantos turistas agotados por su peregrinación de monumento en monumento. La ocurrencia de la doctora Margherini merece un aplauso.
Ajeno a la fortuna que tendría su descripción de la emoción y el agotamiento que sintió después de visitar la Santa Croce, Stendhal siguió viajando y escribiendo. Regresó a Italia tiempo después, y viajo por la península varias veces antes de morir, finalmente, mientras aseguraba que él era más italiano que francés, algo que los franceses atribuyeron a su excentricidad, al puro capricho de un tipo voluble y singular.
El epitafio de su tumba está escrito en italiano. Dice:
«Arrigo Beyle, milanese. Scrisse, amò, visse Ann. LIX M. II. Morì il XXIII marzo MDCCCXLII»
El amigo Beyle, milanés. Escribió, amó, vivió.
Texto: ©Luis Soravilla
Fotos: Roma, detalles. ©Sara Delgado.
CapGazette, junio 2015

Crimen, castigo y Dostoyevski



Crimen, castigo y Dostoyevski

(Luis Soravilla)
Rodión Raskólnikov pasa por apuros económicos y depende de una prestamista, Aliona Ivánovna, malvada, fea y vieja. Raskólnikov considera que hará un favor a la humanidad matándola y que se hará un favor a sí mismo apoderándose de las monedas que atesora la vieja justo después. La mata, ¡vaya si la mata! A hachazos. En medio de la carnicería, aparece Lizaveta, la hermana de Aliona. Raskólnikov también la mata, qué remedio. A partir de ahí, todo va torciéndose, poquito a poco, cada vez más y más, hasta que la culpa consume al asesino y se entrega a la justicia. Al final, en Siberia, buscará la redención. Muy, pero que muy por encima, éste es el argumento de Crimen y castigo, considerada una de las mejores y más influyentes novelas del siglo XIX.

Crimen y castigo se publicó por entregas, doce, en la revista El mensajero ruso, como casi todas las grandes novelas de Dostoyevski. Poco después, se juntaron las partes y se publicó en forma de libro, en 1866. Cuando Nietzsche lo leyó, traducido al alemán, exclamó: ¡Dostoyevski! ¡Qué gran psicólogo! La obra le impresionó mucho, como ha impresionado a tantos y tantos lectores desde entonces. Porque, permítanme la redundancia, es una obra impresionante.
Dicho esto, es una obra que se me atragantó infinitas veces. La tenía al alcance de mi mano, en un lugar preferente, retándome. Entonces iba yo, abría sus páginas, comenzaba a leer... y nunca llegaba a presenciar el crimen de Raskólnikov. El libro regresaba a su lugar en la estantería, apenas leído, y un servidor de ustedes regresaba a sus cosas echando pestes del ruso. ¡Pobre Dostoyevski! No tenía culpa de nada, pero no podía con él.
Conversando con una editora, acabé confesando mi mala relación con Dostoyevski. No oculté mi enfado, no sé con quién, seguramente conmigo mismo. Mis relaciones con otros grandes autores eran y siguen siendo difíciles. Así, por ejemplo, Faulkner y Kafka son a veces amados, a veces odiados, pero leídos con gran provecho. En cambio, Dostoyevski... La mujer me clavó unos ojos feroces y me dijo: ¡Léelo! Fue una orden, no un consejo, y no hubo más que decir.
Obedecí. Abrí las páginas de Crimen y castigo y comencé mi undécimo intento de lectura. Habían sido diez fracasos, diez, y no esperaba ir más allá que la última vez. Pero, de repente, Raskólnikov, hacha en mano, va y mata a la vieja Ivánovna y en medio del chas, chas, de los hachazos, supe que ya no podría parar de leer. Así fue. Crimen y castigo fue leída de cabo a rabo, sin prisas, con mucho cuidado. Pasé del crimen al castigo y sin darme cuenta, acabé en Siberia en lo que me pareció un pispás. Cerré el libro todavía consternado.
No me gusta Dostoyevski, sigue sin gustarme, aunque el verbo gustar no es el adecuado, nunca lo es cuando se lee en serio. Dostoyevski me abruma, despierta mi mal humor, ¡hasta me deprime! Intensamente, además. Y al mismo tiempo, me interesa muchísimo, me fascina. Tengo que reconocer que el retrato de sus personajes es impecable (¡Dostoyevski! ¡Qué gran psicólogo!). Este autor es mi adversario, no creo que vaya a ser mi amigo, pero no puede negársele grandeza y tras cada combate entre su escritura y mi lectura regreso a la vida con la derrota en el rostro y más sabio que me fuí. En suma, Crimen y castigo ha dejado una huella muy profunda en mi relación con los libros.
Luego vinieron Memorias del subsuelo, El idiota y Los hermanos Karámazov y qué les voy a contar. Sólo les daré la orden que recibí tiempo atrás: ¡Léanlas! Al menos, lean una de ellas.
Cuando volví a encontrarme con la editora que me ordenó leer Crimen y castigo, lo primero que me dijo fue: ¿Ya te la has leído? Pudo verme en la cara que sí. Sonrió, ladina, y me preguntó: ¿Quién te había dicho que leer iba a ser fácil?
No se desanimen: no es fácil, pero se aprende mucho y bueno.



Text: Luis Soravilla
Foto: Sara Delgado
CapGazette, Mar. 2015