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Gesuiti in Paraguai

Gesuiti in Paraguai

Dicono che ci siano solo tre cose che Dio non sa:
1- Quanto sono gli ordini monastici femminili.
2- Quante scuole hanno fondato i salesiani.
3- Che cosa pensa un gesuita.
A queste ne aggiungerei una quarta, forse meno spiritosa ma un briciolo apocalittica:
4- Quanti libri sono stati scritti dai figlioli suoi, quelli della Genesi e capitoli successivi, pupille dei suoi occhi.


Mi immagino allora un Dio in pigiama, ormai dimenticato da tutti e lui stesso dimentico delle sorti delle suddette pupille, comodamente seduto sull’Universo (che ha forma di biblioteca, infinita), i piedi al caldo in un paio di galassie morbide come calzettoni, immerso, alla fioca luce di una quasar-abatjour, nella lettura di tutto quello che è stato scritto su papiro, pergamena e carta, o in pdf, in sumero, sanscrito, etrusco (poca roba), aramaico, greco, latino, guaranì, arabo, bantù e sassone nei secoli dei secoli. Dio mio! Esclama ogni tanto, sorpreso da tanto ingegno che non credeva d’aver creato…

Nel nostro piccolo universo tascabile, una nuova immersione nelle grotte sottomarine della biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona ha dato nuovi frutti: Il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai, di Ludovico Antonio Muratori, archivista, bibliotecario (anche lui!), padre della storiografia italiana, pubblicato per la prima volta nel 1743 e poi successivamente molte altre volte fino all’edizione di Sellerio del 1985 che è finita nelle rete da pesca di CapGazette.
Il libro racconta con molta attenzione della stagione dei Gesuiti in Paraguai, le loro imprese, le loro difficoltà, i loro errori, le loro scoperte, la loro presunzione e la loro umiltà, i conflitti con gli Indios, con le amministrazioni coloniali spagnola e portoghese e con i famigerati Mammalucchi, feroci cacciatori di schiavi da vendere a proprietari delle piantagioni brasiliane.

Qualcuno forse ricorderà un film del 1986, The Mission, con Rober De Niro e Jeremy Irons, sullo stesso tema. Riportiamo qui un breve passo del libro in cui il Muratori narra del talento musicale degli Indios, non inferiore a quello di Ennio Morricone, autore della colonna sonora del film.

Della musica degli Indiani del Paraguai

È degna di essere qui registrata un’altra invenzione di gran riguardo per nutrire ed accrescere la devozione dei nuovi fedeli americani, ed anche per attirare gli infedeli alla vera religione e a unirsi agli altri nelle Riduzioni già fondate. Questa invenzione consiste nella musica, di cui quegli industriosi missionari hanno spesso sufficiente cognizione e taluno ne sa anche a perfezione. È incredibile l’inclinazione naturale che quei popoli posseggono nell’armonia […] oltre alla suddetta inclinazione, in essi si trova una mirabile abilità per la musica delle voci e degli strumenti musicali, cioè una predisposizione per apprendere tutto ciò che spetta al canto e al suono. Hanno ottime voci, e a renderle tali, e anche più armoniose che in altri paesi, concorrono le acque del fiume Paranà e Uruguai, perché non bevono altro che acqua sana e pura […]. Quello che è più mirabile è che in Europa non vi è forse strumento musicale che non sia stato introdotto e che non si suoni tra questi buoni Indiani, come l’organo, la chitarra, l’arpa, la spinetta, il liuto, il violino, il violoncello, il trombone, il cornetto, l’oboe e altri simili. E tali strumenti non solo vengono da essi usati delicatamente, ma addirittura fabbricati dalle loro stesse mani […].

Frammento da Ludovico Antonio Muratori (1672-1750):
Il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù in Paraguai.



Intro: Paolo Gravela
Illustrazioni angelo stilita e angelo in volo: Albert Àlvarez
Foto (Piverone, Gesiun, particolare): Lino Graz
CapGazette 3/2016

Breve appunto portoghese (o l’arte della digressione)

 
Breve appunto portoghese (o l’arte della digressione)

Sto leggendo Gonçalo M. Tavares, scrittore duro - non indulgente ma tutto sommato, e forse paradossalmente, clemente - di luoghi indeterminati e lingua precisa.

Lingua di precisione la sua, lingua di precisione il portoghese; ne siano esempi:
1- l’uso ancora vivo del futuro del congiuntivo, sfumatura in disuso in spagnolo e a cui altre lingue hanno rinunciato in partenza: falarei a verdade, doa a quem doer.
2 - l’infinito personale, vale a dire coniugato a seconda della persona: eu cantei uma canção para a menina dormir / para as meninas dormirem.

Decifratore, Tavares, delle malattie dei nostri tempi - anzi, delle malattie e basta: bella e triste la metafora della flor negra che troviamo per la strada e di cui non riusciamo più a liberarci.

Mentre leggo, torno col pensiero per libera associazione ad alcuni miei personali “segni portoghesi”: uno spaventapasseri quasi sul confine spagnolo, ironico segnale di frontiera, poco dopo Valencia de Alcántara; l’improvviso tacere (rispetto alla chiassosa Spagna, ma questo meriterebbe - e un giorno meriterà - un articolo a parte); le case bianche e la fabbrica del sughero di Portalegre; l’indimenticabile arrivo “trionfale” in bici a Lisbona di qualche anno fa, con Albert Àlvarez, amico illustratore (sue le illustrazioni in bianco e nero), dopo un lungo, sereno e poetico viaggio che da Madrid ci portò ad attraversare parte della Castiglia, dell’Extremadura e dell’Alentejo portoghese; l’orto botanico di Lisbona: a estufa quente e a estufa fria; una vista verticale del Tago dall’alto del Miradouro de Santa Catarina grazie a Rita Tojal, amica lisboeta che ha viaggiato più di Vasco da Gama; una pensione degna dei Ricordi della Casa Gialla (Recordações da Casa Amarela) film di João Cesar Monteiro. Poi il meandro del Douro a Oporto; il Museo delle Marionette, sempre a Oporto; la cortesia un po’ ingessata dei portoghesi, la loro cura del silenzio…

Di Gonçalo M. Tavares ho letto e consiglio vivamente Jerusalem e Aprender a rezar na Era da Técnica, Imparare a pregare nell’Era della Tecnica, che già solo il titolo vale anni di filosofie.

Tra “oggetti” personali, intimi, coperti di polvere antica, e inevitabili cliché da diario di viaggio, ritrovo naturalmente anche Fernando António Nogueira Pessoa e il suo poeta, artigiano e fingitore, di cui riporto sotto la versione originale portoghese e la mia zoppa traduzione italiana.

Autopsicografia

O poeta é um fingidor
Finge tão completamente
Que chega a fingir que é dor
A dor que deveras sente.

E os que lêem o que escreve,
Na dor lida sentem bem,
Não as duas que ele teve,
Mas só a que eles não têm.

E assim nas calhas de roda
Gira, a entreter a razão,
Esse comboio de corda
Que se chama coração.

(Fernando Pessoa, 1888/1935)
Autopsicografia
Il poeta è un fingitore / Finge così completamente / Che arriva a fingere che è dolore / Il dolore che davvero sente.
E quelli che leggono ciò che scrive / Nel dolore letto sentono bene, / Non quei due che egli ebbe, / Ma solo quello che essi non hanno.
E così nei solchi in tondo / Gira, intrattenendo la ragione, / Questo treno a molla / Che si chiama cuore.


Intro e trad: Paolo Gravela
Illustrazioni: Albert Àlvarez
Foto (Profilo a Oporto e Personaggi sui muri di Oporto): Lino Graz
CapGazette 1/2016