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Botanica Urbana
(La città di Urbano)

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A l’exida de casa
Hi ha una olivera
Que té raó.

Jordi Coca, Terres Grogues

Urbano ha sempre voluto fare il botanico. Chiamare le piante per nome. Fin da bambino. Fin da bambine le piante. Dev’essere per i profumi della campagna d’estate. Sanno di vita e d’infanzia. Un’altra cosa che Urbano ama fare è camminare per la città, di quartiere in quartiere, di dettaglio in dettaglio, di radice in radice. Sa di libertà.
Barcellona da qualche anno è piena di bagolari. Ce ne sono sempre di più. Arrivano alla spicciolata, trovano un angolo, mettono radici. Chiamano casa, ne arrivano altri. Un’invasione appena percettibile.
Bagolaro in catalano si dice lledoner, in spagnolo almez. In questa stagione sono spogli e semplici; la corteccia uniforme tende al grigio. Occupano in particolare la zona sinistra dell’Eixample, ma ve ne sono ovunque.
Urbano non aveva la più pallida idea di cosa fosse un bagolaro fino all’altro giorno, quando lesse per caso un articolo del Periódico sulla flora e la fauna barcellonese. Diceva che i lledoner stanno pian piano rimpiazzando i plàtans d’ombra, qui albero cittadino per eccellenza. E cosa diavolo è un lledoner? Si domandò Urbano. Dizionario: bagolaro. Bagolaro? Mai sentito.
È come scoprire di avere un cugino di cui non avevi mai saputo prima. Anzi, un sacco di cugini. Soprattutto nella zona sinistra dell’Eixample, ma non solo.
- Mamma, vado a giocare coi bagolari!
- Vai pure, figlio mio.
Le mamme sono tranquille. I bagolari trasmettono fiducia.
E i platani? Beh, quelli, qui, sono i fratelli maggiori di tutti i barcellonesi (nonni e papà quelli sulla Rambla e al mercato di San Antoni). Zie invece le alte acacie frondose (alla Barceloneta, in Riera Alta e Nàpols) e sorelle le tipuane gialle (san Felip Neri, Drassanes) e le piccole quercie scure (Al Raval, in Maria Aurèlia Capmany, di un po’ più grandi ce n’è una sfilza lungo una scalinata che scende da Mundet. Sorelle maggiori e madri, invece, quelle di plaça Catalunya e della Diagonal). Fratelli anche i tigli (Rambla Catalunya) e amici saggi, un po’ malandati gli olmi (Aragó, Zona Franca, Comerç), malati di un fungo provocato da un insetto.
Come amanti, Urbano consiglia l’Albero Parasole cinese (fedele e morboso, Passeig de San Joan, Consell de Cent), e quello di Giuda (detto anche dell’Amore o del Fuoco, mica male, passionale senz’altro, mediterraneo. Ma attenzione: mai innamorarsi. Pla de l’Os sulla Rambla, Avinguda Xile), il prugno rosso (fa sangue, Doctor Dou) e il glicine viola (l’amante ricca di Pedralbes); come compari, l’Albero dei Sigari (nella zona Alta, fino a Horta) e l’Albero Bottiglia (Balmes, Travessera de Dalt).
Con la testa tra le nuvole, a cercar datteri sulle palme di plaça Reial, Urbano in città rischia le gambe, i piedi e la vita. Poco lontano una macchina s’è schiantata contro un platano. Ha vinto il platano.
Domenica Urbano è stato al giardino botanico di Barcellona. A Urbano piacciono molto i giardini e i parchi. Ne fosse stato più consapevole vent’anni fa, magari scansava la naia, visto che si raccontava che chi rispondeva “sì” a “ti piacciono i fiori?” nel questionario psicologico finiva dalla psicologa per rischio frociaggine (per altro della psicologa del Distretto a Torino si dicevano meraviglie e Urbano l'immaginava tutta curve e occhioni neri che ti scrutano le pustole).
Il nuovo giardino botanico di Barcellona si trova sulle pendici del Montjüic, quello vecchio anche. Tuttavia, il giardino vecchio risente del gusto ottocentesco e s'infossa in una gola, nascondendosi nell'umidità e nella penombra, mentre quello nuovo ostenta se stesso in pieno sole, come l'attuale Barcellona sulle prime pagine di molte riviste che tante soddisfazioni ("ma quanti grattacapi, signora mia!") dà alle sue portinaie.
Nei giardini botanici, come ben noto, le piante, per quanto vive, dispongono di piccola lapide con su incisi terribili nomi latino-magiari. Il visitatore si sente perduto, destinato all'ignoranza perpetua. Sa perfettamente che neanche visitandolo cento volte si ricorderà del nome di "quel maledetto cespuglio del cazzo cinese giallino all'entrata!" che continuerà quindi in cor suo a chiamare “cespuglio del cazzo cinese giallino”, o al massimo “cespuglio cinese del cazzo giallino”.
Ma non bisogna essere ingiusti e strafottenti né con Linneo né col giardino botanico di Barcellona. Dei giardini botanici e dei botanici ebbasta Urbano ha grande stima. Studiare e curare le piante è una delle più nobili attività dell'uomo, spesso purtroppo dato a ben altre operazioni. Il giardino botanico di Barcellona, poi, è un posto solare, luminoso, da cui si vede bene la città pur standone in parte fuori. Una passeggiata tra il l'Hipericum canariense e il Viburnum rigidum (sic), con a destra la Xanthorrhoea lauca e a sinistra l'Eschscholzia californica, vale proprio la pena e ventila alveoli polmonari e cerebrali. Converrete con Urbano, tuttavia, sul contorsionismo che richiede alla lingua -e ancor più al cervello- la semplice lettura di esempi della Nomenclatura Binomiale che il Geniale Naturalisia ha creato per descrivere il Creato del Geniale Enigmista. No?

- La luna, - disse Nuto, - bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano.
Cesare Pavese, La luna e falò

Gli ulivi hanno sempre ragione.



Text: Lino Graz. Il Viaggio Lento 1, 2010. Foto: Botanica Urbana, Barcellona. ©CAPgazette
Mar 2014