Il viaggio verso l’America e il ritorno a casa di Cristoforo Colombo

Il viaggio verso l’America e il ritorno a casa di Cristoforo Colombo

Colombo cade in ginocchio, piange e bacia la nuova terra; con gli occhi al cielo pronuncia per tre volte i nomi di Isabella e Fernando:

Tutto appartiene da oggi a questi re lontani: il mare di coralli, le spiagge, le rocce verdissime di muschio, i boschi, i pappagalli e questi uomini dalla pelle d’alloro che ancora non conoscono i vestiti, la colpa, né il denaro, e che contemplano, storditi, la scena.


Con queste parole lo scrittore Eduardo Galeano ritrae l’arrivo del navigatore sulla costa di San Salvador, ne ‘Los Nacimientos’ del suo Memoria del fuego.
Colombo italiano o Colombo catalano? Colombo genovese, maiorchino, o spagnolo?
Su una cosa non c'è alcun dubbio: le città che lo ricordano come fosse figlio, o padre, loro sono davvero molte: Città del Messico, Buenos Aires, Santo Domingo, Madrid, Genova, Rapallo...
Risale a qualche mese fa la polemica sorta dalla decisione della ‘presidenta’ argentina, Fernández de Kirchner, di rimuovere la statua di Colombo immobile da più di un secolo davanti al palazzo presidenziale di Buenos Aires: mentre nel municipio porteño si sceglieva di sostituirlo con Juana Azurduy, eroina dell’indipendenza dal dominio coloniale, per strada molti italo-argentini gridavano Colón no se mueve, rivendicando quel regalo di 38 tonnellate di marmo di Carrara che nel 1910 proprio loro avevano consegnato alla città per il centenario della Revolución.
Nella città di Barcellona Colombo è ancora, dal 1888, in fondo alla Rambla, con un monumento che è con i suoi 56 metri d’altezza tra i più alti tra quelli che finora gli siano stati dedicati. Da lassù, col braccio destro proteso, segnala il mare. Quali terre sta indicando? Quali rotte, esattamente? Genova, supposta patria di nascita? L’India, anelata terra del Gran Khan, o l’America, continente inconsapevolmente scoperto? Questo suo dito, scolpito da Rafael Atché, suscita ancora curiose discussioni tra chi, pur intendendosene poco di rotte marittime, scruta le acque e cerca la destinazione per quest’uomo, simbolo della navigazione e del viaggio, e di tutti quei percorsi che insegnano che dentro una sola vita ce ne sono molte.
Ebbene, l’indice del caparbio scopritore che scriveva ai reali di Spagna che l’arte della navigazione stimola colui che la pratica alla conoscenza dei segreti del mondo, sembra sia rivolto al nord Africa, alla Libia per essere più precisi. In realtà oggi, come forse in quel lontano giugno della prima esposizione internazionale in cui la statua venne inaugurata, ciò che veramente ci importa è che Colombo continui a guardare il mare.
In questo punto della capitale catalana, il nostro navigatore stabilisce un confine tra terra e mare: dietro di lui la Rambla conduce al cuore di Barcellona, di cui lui stesso rappresenta l’anima più svelata, e davanti a lui le acque del Mediterraneo fluttuano verso l’altrove di Algeri, Marsiglia, Tunisi, Catania, Tripoli, Alessandria d’Egitto, Cipro, Beirut.
Il suo sguardo non lascia trapelare alcun dubbio né timore, eppure lo scrittore Giacomo Leopardi che nelle Operette morali ha indagato il lato più debole ed umano di Colombo svelò dell’altro, dopo aver origliato le confessioni tra lui e l’amico, nonché compagno di viaggio Pedro Gutiérrez. Quando Gutiérrez gli domanda se sia veramente così sicuro di trovare delle terre là dove sono diretti e se sia consapevole del fatto che stia mettendo a repentaglio la vita di molti marinai, e con loro le speranze di un intero continente, Colombo ammette di sentirsi fragile e smarrito:

così potrebbe essere che mi riuscisse anche vana la congettura principale, cioè dell’avere a trovar terra di là dall’Oceano. (…) e anche dico fra me: che puoi tu sapere che ciascuna parte del mondo si rassomigli alle altre (…) Che puoi sapere che non sia tutto occupato da un mare unico e immenso? (…) Dato che abbia terre e mari come l'altro, non potrebbe essere che fosse inabitato? Anzi inabitabile? Facciamo che non sia meno abitato del nostro: che certezza hai tu che vi abbia creature razionali, come in questo? E quando pure ve ne abbia, come ti assicuri che sieno uomini, e non qualche altro genere di animali intellettivi? Ed essendo uomini; che non sieno differentissimi da quelli che tu conosci? Ponghiamo caso, molto maggiori di corpo, più gagliardi, più destri; dotati naturalmente di molto maggiore ingegno e spirito; anche, assai meglio inciviliti, e ricchi di molta più scienza ed arte? Queste cose vengo pensando fra me stesso (…) Quantunque la mia congettura sia fondata in argomenti probabilissimi, non solo a giudizio mio, ma di molti geografi, astronomi e navigatori eccellenti, coi quali ne ho conferito, come sai, nella Spagna, nell'Italia e nel Portogallo (...);


Sappiamo che poi la storia premiò la speranza e che di ritorno dal nuovo continente, proprio a Barcellona, Cristoforo Colombo consegnò ai re le prove del suo successo. È ancora Eduardo Galeano a riportarci in città, dentro il Salò del Tinell che è la grande sala affacciata sulla Plaça del Rei:

l’Ammiraglio, appena tornato dalle Indie, sale la scalinata di pietra e avanza sull’arazzo carminio, tra i luccichii della seta della corte che lo applaude. L’uomo che ha realizzato le profezie dei santi e dei saggi arriva sul palco, s’inchina e bacia le mani della Regina e del Re.


Chi sono questi uomini che Colombo porta con sé davanti ai reali e alla nobiltà, sopravvissuti alle intemperie, al cibo, agli odori e alle malattie dei cristiani? Questi esseri che prima erano nudi ed ora indossano abiti? E i pappagalli che assieme alle piume hanno perso i colori? Dopo lo stupore iniziale, nel grande salone all’improvviso si diffonde un mormorio:

L’oro è poco e da nessuna parte si vede pepe nero, né noce moscata, né chiodi di garofano, né zenzero; e Colombo non ha portato sirene barbute, né uomini con coda, di quelli che hanno un solo occhio e un unico piede.


È la primavera del 1493, Cristoforo Colombo è appena giunto in città dopo il suo primo viaggio e non sa che la terra da cui proviene si chiamerà America, non India, e che a Amerigo Vespucci andrà il merito della scoperta intellettuale del nuovo continente.
In occasione del suo arrivo a Barcellona, egli consegna ai re il diario di bordo.
I suoi appunti di viaggio diventeranno il libro più prezioso e ambito dell’epoca, poiché è tra le sue pagine che si delineano le rotte del nuovo mondo e della sua conquista.



Text & Trad. di Eduardo Galeano: N. De Boni ©CAPgazette
Apr. 2014